lunedì 27 febbraio 2017

Dubbio interno al calcio moderno



Le partite non sono mai durate solo 90 minuti più recupero. Sono sempre cominciate prima del fischio d’inizio, specie quelle più importanti. Una partita la vivevi per parecchi giorni, prima che si giocasse, come accadeva a me da bambino, attraverso il riflesso del mondo dei grandi che mi circondava. E non finivano certo al triplice fischio dell’arbitro. Continuavano ad essere raccontate, spiegate, ad essere vissute. Quei 90 minuti più recupero potevano contenere una gioia, un’esaltazione, o una delusione e una frustrazione, che si prolungavano ben oltre il loro puro spazio cronologico. Da sempre. Il calcio è un fenomeno popolare, innanzitutto. Ha le sue liturgie, le sue congregazioni, i suoi dogmi, i suoi luoghi di culto, le sue divinità. È una religione, a suo modo. Un oppio dei popoli alternativo, direbbe Marx. Ora, semplicemente, si tenta di ricavarne il massimo possibile, di sfruttarlo al pieno delle sue potenzialità commerciali. Come, d’altronde, avviene per ogni umana attività contemporanea. Le domande non prevedono una risposta, probabilmente neanche l’attendono più. Ad ogni domanda, qualsiasi, deve corrispondere un’offerta. Le cose, ormai, devono funzionare così. Il calcio è un fenomeno popolare, a suo modo una religione, e quindi una domanda. Le pay tv, le pay per view, i canali satellitari, l’alluvione di calcio parlato in tv, sul web e su qualunque mezzo attualmente a disposizione, il rutilante mercato delle scommesse, sono l’offerta. È diventato un’altra cosa, ovviamente. Dilatata, ingrossata, ingrassata. Quasi non lo riconosci più, tanto che fai quasi fatica a continuare ad amarlo. In quegli studi televisivi, in quel rumore di fondo incessante che ti accompagna ad ogni ora, in cui tutti hanno le loro verità, ognuna sinistramente troppo simile all’altra, senti che comincia a sfuggirtene il senso. Il pallone lo perdi, proprio come se un arcigno difensore te lo portasse via in scivolata. Non ti resta che provare a concentrarti sul campo, liberandoti dalle sovrastrutture, provare a rintracciarne l’essenza.

giovedì 16 febbraio 2017

Meno parole più calcio

Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Servono a poco persino quelle di Maradona prima di una partita, che lui il calcio praticamente l'ha inventato. Figuriamoci a cosa servono dopo una partita, quei fiumi di parole di questi altri, che esondano dappertutto, fino a sommergerci. Lasciateli parlare quanto vogliono, evitate di ascoltarli, se la scimmia dalla spalle riuscite a scrollarvela. 
Il senso di Real Madrid-Napoli è quasi tutto in una sequenza. Cristiano Ronaldo fa il doppio passo sul lato destro dell'area di rigore, Koulibaly gli annaspa dietro, il portoghese finta il cross, Kalidou si sdraia tutto su un fianco sull'erba del Bernabeu, con una goffaggine che induce sinceramente in compassione, poi quando si rialza quello ha già preso la linea di fondo, ha tempo per sistemarsi il pallone, guardare in mezzo e scegliere il destinatario preferito per il suo passaggio.
Non c'è nient'altro da capire. Vedere questo colosso, abituato a svettare fiero e sovrastante sugli attaccanti della nostra serie A, a giganteggiare imponendo la sua forza e la sua maestosa predominanza, arrancare spaurito e confuso, quasi disperato lasciarsi in scivolata dove presumeva avrebbe trovato il pallone e invece erano rimasti solo erba e vuoto, riesce a spiegare perfettamente il senso di una serata.
Insomma, ieri sera era un'altra cosa. Non era la serie A, non era il Bologna, non era il Cagliari, non era il Torino. Era il Real Madrid, al Bernabeu, e il Napoli, ieri sera, non è stato all'altezza.
E mi fanno ridere quelli che s'industriano ad argomentare "il Napoli non ha giocato da Napoli". Mi fanno venire in mente il Petisso, Bruno Pesaola, quando allenava il Bologna. Una domenica la sua squadra andò a giocare sul campo dell'Atalanta e lui, baldanzoso, nel prepartita profetizzò: "giocheremo una partita all'attacco. Aggrediremo l'Atalanta fin dall'inizio, imporremo il nostro gioco  dall'inizio alla fine, come sempre." Poi, sul campo, le cose andarono in maniera piuttosto diversa. L'Atalanta schiacciò i rossoblu del Petisso fin dal primo minuto, novanta minuti di difesa strenua, a strattoni, calci e pure qualche morso. Superando il centrocampo tra le 3 e le 4 volte in tutto l'arco della partita. Finì 0 a 0 e i cronisti dell'epoca lo accerchiarono, chiedendogli di rendere conto della clamorosa discordanza tra i fatti e le sue parole. Lui rispose: " e se vede che l'Eatalanta ci ha rubato la idea."
Ecco, il concetto è che nel calcio si possono avere tutte le idee brillanti, i buoni propositi e le impostazioni filosofiche che si vogliono, però c'è un dettaglio al quale proprio non si riesce a sfuggire in nessuna maniera. L'avversario. 
Se giochi contro il Bologna di Donadoni e sei il Napoli, allora è facile che il tuo calcio lo riesci a realizzare. Se sei sempre lo stesso Napoli, però giochi contro il Real Madrid, accade che non ci riesci.
E neanche perchè si sia trattato del Real Madrid nella versione più sfolgorante e spaventosa possibile. No. Semplicemente era il Real Madrid e il Napoli, almeno per ora, viaggia ad altezze decisamente diverse. 
Quindi lasciate perdere le chiacchiere, De Laurentiis contro Sarri, Sarri che analizza, Sacchi che spiega, tutti i gran ciarlieri di Sky. Lasciate perdere. Tanto più che gli stessi che ora prendono una parte nella gran commedia che si sta recitando in queste ore, e magari difendono Sarri, rendendosi solo ora conto della sproporzione di forze in campo, magari sono gli stessi che fino a una settimana fa andavano blaterando che il Napoli "giocava il miglior calcio d'Europa". Non dategli credito.
Insomma, è andata così. Poteva andare pure peggio e almeno su questo ha ragione De Laurentiis. Ora siamo diventati una squadra di brocchi? Assolutamente no. Semplicemente erano ridicoli coloro che prima parlavano di "miglior calcio d'Europa". 
E oltretutto non è neanche detto abbiamo perso ogni speranza. I valori, nel calcio, non necessariamente esprimono un risultato prima che la partita si giochi. Il Real è di un'altra dimensione, noi non vi apparteniamo, ma ciò non toglie che al San Paolo possa avvenire il miracolo. Altrimenti, se tutto fosse già scritto e già previsto, questo gioco non sarebbe bello come continua ancora ad essere. Malgrado ormai se ne parli troppo troppo troppo. Meno parole più calcio. In tempi di slogan, tiriamone fuori uno anche noi.

martedì 7 febbraio 2017

Eravamo 4 amici al bar

Quando la cosa esplose, inglobando spaventosamente dal nulla quasi 9 milioni di voti alla Camera dei Deputati, io ne rimasi sinceramente turbato. La vicenda non mi aggradava per niente. Non ho alcuna intenzione di nascondere che, piuttosto, mi disturbava pesantemente. 
Non me lo aspettavo affatto, seppur avrei dovuto custodire una profonda abitudine all'inevitabile tendenza del mio prossimo a deludermi profondamente, che fossero elettori italiani, allenatori e dirigenti calcistici campani, direttori ed editori di giornali, studentesse Erasmus tedesche, ragazze russe nate in Tagikistan misteriosamente sbarcate in Campania, in giovane età. La delusione causata dal prossimo, insomma, è assidua compagna di viaggio, tanto che avrebbe già dovuto da tempo smettere di turbarmi. Tuttavia, l'entità numerica di quella delusione specifica, una delusione composta di quasi 9 milioni di unità, inevitabilmente ebbe un certo impatto. 
Essi avevano impedito il governo di Bersani e questa cosa m'intristitiva tremendamente. Eppure quasi 20 anni di insipide e insulse politiche di centro-sinistra mi avevano fatto già perdere gran parte del mio entusiasmo per determinate prospettive che esistevano, direi poco consapevolmente nella mia pur consapevole mente. L'appoggio al governo Monti era stata una scelta politica che rendeva ancor più dubbio il mio effettivo grado di consapevolezza, però io nel governo Bersani, pervicacemente, ci speravo. Un po' quell'ultima possibilità che ti dai, prima di arrenderti definitivamente alla delusione e arrivare a giustificare persino quella ragazza russa nata in Tagikistan, perché in fondo che colpa le vuoi dare che lei aveva comunque i suoi problemi e qua,in fondo, obiettivamente è tutto uno schifo? L'ultima carta, in pratica. Prima di abdicare definitivamente sia alle prospettive politiche che a quant'altro la mia mente fosse, più o meno consapevolmente, in grado di partorire. 
Invece, questa cosa che non aveva forma, non aveva storia, non aveva popolo, incamerò 9 milioni di voti e mi tolse la possibilità di arrivare fino in fondo, la possibilità di quest'ultima e definitiva delusione. Oppure, del suo contrario. A questo punto, a causa di essa e di quei 9 milioni non potremo mai saperlo.
E allora, in preda a questa nuova, ma inaspettata forma di delusione oltre che ad un quasi vorticoso giramento di palle, espressi nell'auto di un ex militante dei Ds, poi Pd, ormai politicamente sbandato, la mia frustrazione e direi anche il mio sdegno. Così potetti accorgermi che in macchina con noi c'era chi non la vedeva affatto come me. Enzo, mio compagno di scuola per circa un mese, dopodichè era stato più lucido di me nel capire che quello non era affatto il posto migliore dove spendere una così larga fetta di quei 5 anni di vita. Ebbene costui, che all'epoca stava per laurearsi in ingegneria, coltivava una neanche tanto segreta speranza, se non addirittura fiducia in questa cosa che lui chiamava Movimento. Non arrivò al punto di confessare di averla votato, se non sbaglio ammise una sorta di voto disgiunto. Tipo al Senato loro, alla Camera Sel. Una cosa del genere, una roba strana insomma, non è importante. All'epoca eravamo tutti un po' confusi, oggi forse pure di più. Il punto era che lui credeva effettivamente nella possibilità che questa cosa potesse trasformarsi in una nuova frontiera politica, in un nuovo modello di partecipazione e in una nuova modalità di attivismo politico. Che potesse essere pure sensato e oltretutto più efficace, e magari pure più giusto.
Ricordo che il mio turbamento aumentò, e pure il mio sdegno. Gli dicevo: " ma scusami, ma questa cosa che cosa cazzo è? Cosa vogliono? Chi rappresentano? Soprattutto e di nuovo, cosa cazzo sono?" Non era semplicemente una questione di sinitra o di destra, era proprio un problema d'identità. Come cazzo poteva succedere che 9 milioni di esseri umani vanno a votare una cosa che non si sa minimamente che sia? Io provavo a spiegargli che la mia non era un'impuntatura, ma era un' incrollabile posizione circa la natura e la concezione della politica. Gli dicevo: "su qualsiasi tema, da quelli macro a quelli contingenti, come faceva questa sterminata pletora di elettori a pensare di conoscere quale sarebbe potuta essere la posizione politica che gli chiedevano di rappresentare?"
Su qualsiasi questione economica, sull'immigrazione, sul lavoro, sui diritti civili, potenzialmente avrebbero potuto sostenere e perseguire di tutto. La qualunque. Senza un sistema di valori di riferimento, un sistema d'idee, una concezione del mondo comune e riconosciuta, una visione storica e una finalità ideale. "Non hanno storia e, soprattutto, non hanno identità, perdonami. Non sono nulla. E, per come la vedo io, una cosa che non è niente, non esiste."
Lui mi ribatteva che: " ti sbagli. La loro identità è proprio questa. Mettere tutto in discussione e in mano ai cittadini. Un'identità in progressiva e perenne costruzione. Le posizioni politiche non si decidono una volta per tutte, ma si espongono alla contesa popolare sistematicamente. Così ciascun cittadino ha il suo peso specifico su qualsiasi decisione politica. Si può fare, il web lo permette."
Insomma, aveva un'altra idea. Non la condividevo. A prescindere dal fatto che non la ritenevo poi così tanto possibile, malgrado il web. A prescindere ancora che dubitavo seriamente fosse quella la reale finalità cui quella cosa e la sua organizzazione fosse predisposta. Non capivo in base a quale criterio 9 milioni di persone erano giunti e sarebbero dovute giungere alla conclusione di congiungersi per poi affidare all'unione dei loro voti dissonanti e dissociati la posizione politica che sarebbe venuta, imprevedibilmente fuori.  E poi, una volta che questa fosse venuta fuori, quando questa fosse stata assolutamente in contraddizione e in contrasto con quella espressa nel proprio voto e nella propria mente, perché uno avrebbe dovuto continuare a far parte e votare un movimento che esprimeva posizioni politiche contrarie e in contrasto con le proprie? In attesa che qualcuno si redimesse e quindi cambiasse il risultato della prossima votazione? E non è cervellotico?
A parte che una visione del genere configura una subdola premessa di totalitarismo, perché presuppone l'assenza di avversari politici e anestetizza il confronto e la lotta tra posizione politiche contrastanti, premessa inevitabile oltre che irrinunciabile per il compiersi della democrazia.
Ad ogni modo era un'idea, diversa dalla mia, ma rispettabile in quanto tale.
Ora, a quasi 4 anni di distanza, con le mie idee che non sono cambiate, con le delusioni che sono aumentate, con quella delusione finale che non è potuta arrivare e quindi mi permette di aspettarne pervicacemente un'altra, io mi chiedo cosa resta di quell'idea?
Guardatelo ora questo M5S, guardatelo così com'è. Scevri da qualsiasi pregiudizio, lasciate perdere le vostre faziosità. Dov'è quell'idea, dov'è quell'identità speciale? Dove sono quei cittadini che hanno preso in mano il proprio destino, dov'è ognuno di quelli che vale uno, esattamente come gli altri?
Lo riconoscete, ora? Riconoscete il vostro voto? Dov'è? Quanto vale? 
Eravate 4 amici al bar, volevate cambiare il mondo. Il bar è ancora aperto, voi ci siete? Vi ci hanno fatto entrare in questo benedetto bar o questi 4 amici in realtà sono altri. Li conoscete? Avete capito chi sono?