domenica 24 aprile 2016

Renzi visto come mi ha insegnato Bauman



Bisogna stare da una parte. Contro un’altra. Noi contro loro. Contro quelli che sono contro di noi.
Ricordo il mio primo esame all’Università. Cominciava il mio controverso percorso di studi  in Scienze della Comunicazione e dovevo imparare a “Pensare sociologicamente”.  Per aiutarmi in questo ingrato compito potevo avvalermi dell’insegnamento del professor Antonio Cavicchia Scalamonti,  plastico esempio di professore universitario, come un liceale di scarsa fantasia e di modeste frequentazioni culturali  se lo sarebbe immaginato.  Aspetto e modi alteri, eloquio che riusciva ad essere carismatico senza indulgere mai alla minima incertezza che potesse concedere una compromissione di quello spazio di distanza tra chi deteneva il sapere e chi aspirava a prendersene dei pezzi. “Pensare sociologicamente” era il titolo del libro di Bauman che mi apriva la porta di questo mondo sconosciuto.
Cominciai a capire cosa era la modernità liquida e perché, secondo quel luminare della sociologia contemporanea, la nostra poteva definirsi una società liquida. Imparavo a riconoscere nelle pagine di Bauman le incertezze identitarie dell’individuo contemporaneo,  deprivato dei riferimenti politici, religiosi, ideologici che avevano avuto il potere di collocare nella società e, di conseguenza, nel mondo, i suoi padri. Nella società liquida l’individuo non sa più bene chi è, e allora, trovandosi  solo, in mezzo al mare,  dibattendosi alla ricerca di una riva che non vede all’orizzonte,  si trova costretto ad abbracciare il primo salvagente che gli capita a tiro. Quasi un ritorno alla primitività. Noi e loro. Deve costruirsi un noi e,  poiché riconoscersi in un rapporto di autentica condivisione e comunanza con suoi omologhi risulta particolarmente complesso, per rafforzare i labili confini  e la debolezza concettuale dell’arbitrario noi che deve scegliersi,  è costretto a scegliere un altrettanto arbitrario loro. E ad entrarci in conflitto. Più esaspera e acuisce i motivi (spesso pretestuosi) di conflitto con loro, gli altri, più quel noi acquisisce effettivamente senso. E all’interno di quel noi  si sente meno solo, e (quantomeno) si sforza di acquisire senso anch’egli.
Non so se ve ne siete accorti, ma sto parlando di Renzi e del renzismo. Di quel noi contro loro esasperato che la sua voracità comunicativa esprime in modo compulsivo.  Noi siamo l’Italia che fa, contro l’Italia che critica. L’Italia che lavora, contro l’Italia che chiacchiera. Gli apostoli del fare e del cambiamento contro i gufi.  L’Italia di Marchionne contro l’Italia dei sindacati. Ora che è al governo, perché quando non vi era approdato faceva ancora parte dell’Italia contro Marchionne. Posizioni mutabili, a secondo della convenienza, che tradiscono clamorosamente la volontà di riconoscersi e soprattutto farsi riconoscere in qualcosa contro qualcos’altro. Per camuffare la spaventosa consapevolezza di non sapere cosa si è, la tremenda paura di non essere niente.
E così nell’ultimo discorso al Senato: “ io sono per la giustizia, contro i giustizialisti. Io credo nei tribunali, non nei tribuni.” Contrapposizioni a colpi di hastag e di slogan, vuote di senso intellettuale, ideale, pratico.
Perché poi, nel discorso al Senato, non si capisce bene con chi ce l’abbia. Chi siano i colpevoli dei 25 anni di barbarie giustizialista che avrebbero “guastato” il nostro Paese. Prima pare avercela con i media. L’assassino pare essere additato in un indefinito potere mediatico. Poi, però, egli vira sull’attualità, sulle inchieste che hanno avuto il torto di mettere in imbarazzo il suo “Governo dei buoni”, e se la prende con la magistratura di Potenza. Che non arriva mai a sentenza. Che viene velatamente accusata di servirsi del “medium” come complice, per produrre effetti politici. E allora? Con chi ce l’ha? D’altronde dire: “noi contro la magistratura” sarebbe stato brutto e persino controproducente. Allora ce la si prende con  l’indefinito, ovviamente.  Come, del resto, è indefinito il noi di cui si fa portavoce, demiurgo e talvolta addirittura messia.
Intanto il ministro Guidi, titolare del ministero cui il governo attraverso un emendamento attribuiva il potere di decisore in ultima istanza riguardo i destini di alcune opere che coinvolgevano il  compagno della stessa,  non è più ministro. Se non fossero state rese pubbliche alcune intercettazioni, ella sarebbe ancora lì. E nessuno si sarebbe accorto di nulla.

giovedì 21 aprile 2016

La lezione di Eziolino al piccolo calciatore di 9 anni


Eziolino Capuano è un tipo ben strano. Uno di quelli per cui la vita non ha senso, se si passa inosservati. Eziolino Capuano pretende che la Terra senta e riconosca la sua presenza, mentre essa gira intorno al sole per dinamiche e leggi che a lui interessano ben poco e su cui non ha nessuna intenzione di meditare neanche per un secondo. Lui è l'attore protagonista del suo film personale e, se non fosse così, il suo film non avrebbe senso. Se un film non fosse così lui non troverebbe nessun motivo neanche di metterselo a guardare, ed è per questo che Eziolino Capuano non è mai stato avvistato in nessuna sala di alcun cinema. Eziolino se ne frega del cinema. Lui fa l'allenatore di calcio ed è l'unico modo con cui si sia mai guadagnato da vivere. Il calcio è il suo mondo e senza calcio Eziolino Capuano non esisterebbe nemmeno. Ha cominciato dalla gavetta vera, dai campi polverosi della provincia salernitana, dai ragazzini. Ha allenato anche me. Poi ha fatto carriera. Non una di quelle carriere folgoranti, che fanno quelli che c'hanno culo e che spillano iperboliche cifre a sei zeri. Tuttavia è diventato allenatore vero, ha ottenuto vittorie importanti, ha conquistato una discreta fama e si è conquistato il suo spazio riconosciuto e riconoscibile sul carrozzone del calcio italiano. La sua fama, a dire il vero, oltrepassa anche i confini del calcio. Se cliccate su youtube il suo nome e cognome, troverete una serie d'interviste, conferenze stampa, esultanze sfrenate e irrefrenabili in cui esonda la sua smania da protagonista, la sua voglia di lasciare il segno, che l'hanno reso personaggio oltre i meriti e i motivi strettamente tecnici. Eziolino Capuano è anche un po' macchietta, nel senso, se non nobile, almeno puro della definizione. Perché lui, piuttosto che farsi fare la caricatura dagli altri, preferisce farsela in prima persona. Se la fa da solo.
Se adesso sono qui a parlare di lui, è perché stamattina mi è saltato in mente un ricordo. Un ricordo che mi si è avvicinato e mi ha parlato con dolcezza, ma poi ad un certo punto ha cambiato tono e che ora è rimasto su di me come un piccolo graffio. Un ricordo che non riesce e non può farmi male, ma che rimane su di me come un segno, come una lezione di vita non appresa. Perduta. 
Avevo 8 anni e giocavo la partita più importante della mia piccola e insoddisfatta vita da calciatore. Era la finale. Non ricordo bene di che torneo si trattasse, ma era un torneo importante non solo per me. Tanto è vero che a bordo-campo, a guidare la nostra squadra, c'era Eziolino Capuano. A quel tempo lui era il direttore dell'intero settore giovanile dell’Herajon, la società sportiva in cui provavo a muovere i miei primi passi da calciatore e, quando c'era lui a bordo campo, significava che la partita era davvero importante. A 5 minuti dalla fine perdevamo 3 a 2 e c'era un calcio d'angolo per noi. La palla arrivava verso di me, saltai come preso da una forza sconosciuta. Arrivai in alto, fino al pallone, e colpii di testa, in girata. La palla s'insaccò dolcemente nell'angolo opposto, radente il palo. Un gol di testa. Fu l'unico di tutta la mia breve carriera, io che i gol li facevo quasi tutti di sinistro e comunque tutti di piede. Eziolino agitava i pugni in alto e saltellava come preso da una scossa elettrica. Lo ricordo nitidamente. Purtroppo, però, tutto fu vano. Quel gol, come gran parte delle cose della mia vita, non servì a niente. Quando mancava solo un minuto alla fine, gli avversari segnarono il 4 a 3. Non ricordo minimamente come. Ricordo soltanto il palco della premiazione, con almeno un centinaio di persone che assistevano e io e i miei compagni sotto. Ricordo le mie lacrime, il mio pianto dirotto. E le braccia di Cosimo Sodano, un dirigente della squadra, che mi cingevano, volenterose di consolarmi. Poi ecco che si avvicina lui, Eziolino Capuano. Confesso che allora ne avevo un po' paura. Questo tipo bizzarro con gli occhiali da sole a specchio e che tutti trattavano con deferenza. Lui mi guardò, io cercai con i miei occhi la sua comprensione e anche il suo compatimento, ma lui mi tirò un buffetto sulla faccia: " Ma che chiagni, guagliò? Tu non immagini neanche quante partite devi perdere nella vita, è meglio che t'impari subito che quando si perde nun se chiagne. Sennò perderai semp' e sulament!". Io ovviamente non capii e si rafforzò in me l'idea che quello fosse davvero un tipo strano. E insensibile. Finché qualche anno fa lessi una frase di Michael Jordan, probabilmente il più grande cestista di tutti i tempi, che in italiano si potrebbe rendere così: "nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto."
Sono passati quasi 25 anni e forse ora posso dire di aver finalmente capito cosa voleva intendere quel giorno quel bizzarro tipo che, quando ero bambino, mi faceva da allenatore. La lezione, tuttavia, continuo a non riuscire ad apprenderla. A differenza di Micheal Jordan, io posso dire di aver quasi sempre perso. E ogni sconfitta per me è sempre stata una punizione divina insopportabile, ingiusta, un maleficio subito a cui non sono riuscito a porre rimedio e che io non meritavo affatto. Così è ancora. E non lo so neanche se è per questo che alla fine non ho vinto nulla.












martedì 19 aprile 2016

Non bucate il pallone

Come gli uomini di quella canzone di De Gregori, simboli plastici di un proletariato che neanche viene cantato più, quando la notte uscivano dalla miniera inciampavano nelle stelle, che tanto ormai le stelle nemmeno le vedevano più. Così noi ora, sterminato, indefinito e omnicomprensivo ceto medio (almeno così vogliono farci credere) che neanche si capisce più medio rispetto a chi e a che cosa, inciampiamo nell'aggettivo storico, sbattiamo contro l'attributo epocale appiccicato ad ogni banalità (nella migliore delle ipotesi, porcheria nella peggiore) che un governo de-ideolgizzato ci propone. E, se succede qualcosa che davvero ne vale la pena, qualcosa che davvero andrebbe celebrato come merita, neanche lo riconosciamo e di certo non lo celebriamo come si deve.
Allora accade che, se una squadra spuntata fuori quasi dal nulla si arrampica sulla cima della Premier League e si arrischia a compiere una delle imprese sportive più significative del decennio, non sappiamo far altro che rispolverare la favola di Cenerentola. 
E, se vogliamo parlare del meraviglioso condottiero di questa fantastica squadra, finiamo per parlare banalmente del Catanzaro, della pizza e della semplicità. 
Invece bisognerebbe parlare di un uomo di 64 anni, che i soloni, gli snob e i visionari apologhi di un calcio del futuro (probabilmente 2.0) avevano condannato in ultimo grado come cianfrusaglia del passato, roba buona magari per i collezionisti, ma indegna di incarnare i precetti del fantasmatico calcio contemporaneo. Se ne andò dall'Italia con l'etichetta affibbiatagli da Mourinho: "un povero vecchio che non ha mai vinto niente e mai potrà vincere", con la compiacenza del circo calcistico-mediatico italiano. Era finito in Grecia, sulla panchina della nazionale, infilando e collezionando un'inquietante serie di brutte figure. 
Poi è arrivato il Leicester, una squadra che l'anno precedente, da neopromossa, si era salvata solo nelle ultime giornate. Una squadra di perfetti sconosciuti a cui lui ha aggiunto Kante, centrocampista proveniente dal campionato francese, pure lui sconosciuto ai più. E Fuchs, terzino sinistro austriaco, onesto mestierante dei campi della Bundesliga. Mentre il Manchester United spendeva centinaia di milioni di euro, così come il Manchester City degli sceicchi. 
Ora dicono che il presidente del Leicester sia pieno di soldi. Buon per lui e anche, probabilmente, per le donne che frequenta, ma la squadra di Ranieri è stata fatta con gli spicci. Il volume d'investimenti fatto dalla proprietà del Tottenham e il monte ingaggi della squadra londinese è anch'esso assolutamente incomparabile. Pur essendo certamente inferiore ad alcune big inglesi, pur essendo Pochettino e la sua squadra un limpido esempio di buon calcio.
Ora, però, non venite anche a dirmi che il Tottenham e il suo allenatore sono i simboli del calcio vero, bello e puro e il Leicester e il suo allenatore sono il simbolo del calcio brutto, sporco e cattivo. Perché, sapete qual è il fatto? Ogni volta che parlate di calcio spettacolo e di come dovrebbe essere teoricamente il calcio bello e puro, un pallone si buca. C'erano dei bambini che stavano giocando, c'era il miracolo di questo sport che si stava compiendo, e voi gli avete bucato il pallone. Così rovinate tutto. 
Che poi, per entrare nel dettaglio tecnico della questione, avete presente il tasso qualitativo di cui è composta la squadra di Pochettino e quello di cui è composta la squadra di Ranieri? C'è una sproporzione teorica a favore dei "bianchi" inveratasi a suon di sterline. Teorica. Perché praticamente il Leicester al White Hart Lane ci è andato a vincere e, per ora, è avanti 5 punti in classifica. Cosa diavolo significa fare buon calcio se non riuscire a giocare nel miglior modo che le qualità, le caratteristiche e le specificità dei calciatori a propria disposizione permettono? Vi pare che ci si possa riuscire meglio di come ci sta riuscendo Ranieri con il Leicester? Questo è il calcio. Se davvero vi piace, è bello. In sé. Non esiste il bel calcio e il calcio brutto, se davvero amate questo sport.
E non venitemi a parlare di futuro e di passi avanti nell'evoluzione di questo sport. Si lamentavano proprio con queste stesse argomentazioni i brasiliani a Spagna '82, quando persero con l'Italia. Io non avevo neanche un anno e non ho potuto assistervi. Finché non giunse un benedetto vhs e scoprii in quell' Italia una delle squadre più affascinanti che la storia del calcio abbia mai espresso, e in quel Brasile un centravanti con la panza che si chiamava Serginho, che non avrei visto bene manco nel Palermo di Zamparini.
Riguardo al tifo, non so che dire. Effettivamente tifare Leicester va assai di moda. Potrei dire che anche il concetto di tifo andrebbe quantomeno ridimensionato. Per carità, il calcio è un fenomeno popolare e come tale va vissuto. Tuttavia anche il popolo, in fondo, va educato (in senso gramsciano). A tifare meno e a tifare meglio. 
Io tifo poco, ma sarei particolarmente contento alla fine vinca il Leicester e Ranieri. Quell'uomo che guidò il Chelsea milionario prima di Mourinho, e lo chiamavano Dead Man walking perché già sapevano tutti che a fine stagione se ne sarebbe andato. Lui a schiena dritta e sguardo fiero resistette un'intera stagione e alla fine ne venne fuori anche un libro, il cui titolo val la pena ricordare: Proud Man walking. Lasciando spazio e posto a quelli che dovevano vincere.
Che vinca Ranieri, vinca quel vecchio che non avrebbe mai dovuto vincere. E se anche non vincesse, ha comunque già vinto. Come in fondo anche Pochettino e il suo Tottenham, se solo riuscissimo a resistere alla tentazione di voler bucare il pallone.
 *la motivazione a scrivere questo pezzo mi è giunta dalla lettura di "chi ama il calcio tifa Tottenham", rintracciabile a questo link

mercoledì 13 aprile 2016

L'ultimo canestro

Il giorno dell'ultimo canestro è arrivato. Quello ultimo per davvero. Sarà il canestro della fine, non il canestro della vittoria, per quel bambino che a 6 anni indossò i calzettoni di papà e successe che il basket diventò la sua vita, e la sua vita diventò il basket. 
Kobe Bryant, figlio del campione Joe, è uno di quelli per cui la vita non poteva essere uno spazio di tempo da occupare in qualche modo, sperando di non rendersi conto troppo chiaramente delle inquietante chiazze vuote che rimanevano. Per Kobe Bryant la vita doveva essere lo spazio di tempo destinato a farlo diventare Kobe Bryant. Non solo un campione, ma il più forte di tutti. Non solo un vincente, ma il padrone della vittoria. Nacque 37 anni fa, a Philadelphia, con una predisposizione genetica sfacciata per lo sport con la palla a spicchi. Quando aveva 6 anni, e indossava i calzettoni di papà, era qui in Italia a Rieti, dove il padre era giunto a giocare dopo un'onorata carriera in Nba. Il suo talento sgorgava dalle sue piccole mani, purissimo, già allora. Come la sua sfrenata ambizione. Qualcuno l'ha definita ossessiva. Lui stesso, nella lettera in cui qualche mese fa annunciava la fine della storia, ha scritto di avere amato questo sport ossessivamente. Altrimenti non sarebbe stato Kobe Bryant, dico io, e non sono il solo. Ha dato tutto se stesso a questa sua ossessione. Diventare il migliore di tutti. Diventare come Micheal Jordan. Soprattutto essere colui che poteva trasformare la sconfitta nella vittoria. Colui che aveva il potere di costruire, fabbricare, inventare, regalare la vittoria. Non è un caso che nel finale della sua lettera ha scritto: "Non importa cosa farò dopo, sarò sempre quel bambino con i calzettoni alzati, il cestino nell’angolo: 5 secondi sul cronometro, palla tra le mani 5… 4… 3… 2… 1." 
Il basket è l'unico sport che può darti questo potere. Era affascinato proprio da questo Kobe, sin da bambino. Guardava Micheal Jordan e vedeva materializzarsi in lui questo immenso potere. Voleva essere come lui.
Quarantotto minuti di colpi uno dopo l'altro, senza sosta, come se fosse una mitragliata infinita. E poi, magari, si arriva che mancano solo 5 secondi, gli avversari sono avanti di un solo punto, e tu hai il pallone in mano. In quel pallone c'è il destino, stretto tra le tue mani. Vittoria o sconfitta. Se va dentro vinci.  5...4...3...2...1. Ora è finita. Stanotte sarà davvero l'ultimo canestro. Il bambino di 6 anni con i calzettoni di papà alzati diventò davvero Kobe Bryant.

sabato 2 aprile 2016

Messi, un fantastico talento. Però il calcio l'ha inventato un altro.

Maradona. E non hai bisogno di scrivere altro. Basta solo Maradona. Solo il soggetto senza neanche il predicato. Figuriamoci se ci sia bisogno di un complemento. E non stai facendo neanche prosa. Basta che tu scriva Maradona, ed è già poesia. Indipendentemente da te. Basta solo lui, basta che tu lo scriva. Con quale altro uomo, concetto, soggetto, oggetto, entità qualsiasi appartenente alla storia contemporanea funziona? Non me ne vengono facilmente altri. L'epoca contemporanea è maledettamente avara riguardo al genio. Maradona è stato un genio. Lo sanno tutti e non possono evitare di ricordarsene, anche se il tempo ha ormai consumato il suo dono divino. E non possiamo evitare di riconscerlo, anche quando ci appare nel personaggio di un film di Sorrentino, grasso, sformato, con un corpo che lo riduce quasi ad un freak. Quando quel personaggio, nel film, dice: "anche io sono mancino", non si può far altro che guardarlo stralunati: "tutto il mondo sa che lei è mancino". 
Il calcio attuale ha il suo fenomeno assoluto. Argentino come lui, mancino come lui, piccoletto di statura proprio come lui. Con il pallone attaccato al sinistro fa tutto quello che vuole. Segna caterve di gol. Sembra possa segnare quando e come vuole lui. Ha fatto gol straordnari anche di destro. E fa tutto ad una velocità innegabilmente superiore a quella cui viaggiavano le gambe di Maradona. E allora qualcuno può pensare che sì, Messi è più forte anche di Maradona. E il dibattito si apre. Un dibattito peloso, se non addirittura petaloso. Mentre "le loro sigarette tirano il fumo al mulino ( cit. Francesco De Gregori- L'ultimo discorso registrato) qualcuno dice che Maradona ha vinto un mondiale, Messi no. Qualcuno risponde che Messi ha segnato un numero spropositato di gol, più di Maradona. Quelli di prima ribattono che il calcio è cambiato e questo discorso non vale, perché prima si marcava a uomo, la tattica sfavoriva il gioco d'attacco, la regola del fuorigioco era diversa. E quegli altri contro-ribattono che allora la velocità? Ora il ritmo di gioco esige che le cose vengano fatte ad una velocità fortemente accelerata e questo richiede un inevitabile affinamento della capacità tecnica. E poi altro bla, bla, bla. E ancora bla, bla, bla. Perché tutto ciò non significa niente. A volte per parlare di calcio, non basta saper parlare di calcio. A volte anche in un campo di calcio si manifesta l'Epifania. E allora la fisica non basta più. Serve Platone, serve la metafisica. Perché in questo mondo, a volte, capita d'imbattersi in cose che proprio questo mondo lo trascendono. Il genio calcistico di Maradona è precisamente una di queste.  E allora serve citare Deleuze: la differenza tra genio e talento è che "il genio fa quello che può, il talento fa quello che vuole". 
Messi con il pallone ci fa quello che vuole. Perchè è un talento inimitabile, perchè l'ha affinato, ci ha lavorato, perchè ha acquisito una padronanza del suo talento quasi assoluta. Però, appunto, appartiene a lui. Lui e soltanto lui può essere l'artefice della realizzazione di esso. Perciò accade che (per esempio) si gioca la finale dei Mondiali Argentina-Germania, e Lionel magari si fa prendere un po' dal panico, come tutti i comuni mortali. Sente il peso di un destino che si deve compiere attraverso i suoi piedi e la sua schiena si piega sotto di esso. Così fa flop e l'Argentina perde la finale. Magari gli ricapiterà l'occasione e l'Argentina stavolta vincerà. Forse capiterà e io lo spero, perché Messi lo merita, perché è il dominatore assoluto del suo tempo. Ma non è questo il punto.
Il punto è che Maradona, invece, è l'esecutore di un miracolo che si compie attraverso il suo piede sinistro. E non solo quello. Anche attraverso la sua mano. Prima la mano de Dios e poi la serpentina irrefrenabile contro l'Inghilterra. E poi nella finale con la Germania, stanco e prosciugato dalla fatica di aver portato da solo una squadra fin lì, a pochi minuti dala fine, non può evitare di danzare sopra al pallone, in mezzo a tre tedeschi, girarsi sul suo divino piede sinistro e infilare il pallone nello spazio per Burruchaga. Mandandolo dritto in porta e permettendogli di segnare il gol che vale la Coppa del Mondo. A Burruchaga. Se c'ero io in campo, in porta ci avrebbe mandato anche me. Perché con il genio le cose devono succedere per forza. Il genio può. Maradona poteva fare ciò che si deve fare.
Anche quando non si allenava e aveva una pancia che strideva, come il suono della forchetta sul piatto, con il corpo di un'atleta. Doveva succedere comunque. Come quella volta, con la maglia del Napoli, che controllò con il sinistro un lancio lungo, accarezzò il pallone senza farlo cadere a terra, con una finta mise a sedere Galli e lo superò con un pallonetto tanto morbido quanto beffardo. Tutto senza far cadere mai il pallone a terra. O come quella volta che a circa 10 metri dalla porta, con la barriera della Juventus a non più di 5 metri, colpì il pallone con una carezza, scavalcando la barriera e facendolo infilare sotto la traversa, verso cui si protese invano Tacconi. Che ancora non si spiega come sia potuto succedere. E infatti una spiegazione razionale, fisica, non c'è. 
Perchè il punto è che Messi è il più bravo a giocare al calcio, Maradona il calcio non lo ha giocato, lo ha inventato.