lunedì 22 febbraio 2016

Spalletti contro Totti e la politica contemporanea

La vicenda della defenestrazione di Totti non è un semplice affare di calcio, e questo risulta chiaro a chiunque sia residente in Italia e in queste ore abbia avuto modo di guardare qualche minuto di tv, o abbia avuto modo di stabilire un contatto con il mondo esterno attraverso qualsiasi altra strada alternativa. Quello che rischia di non apparire a un occhio disattento, per quanto forzosamente immerso nella vicenda, è che il caso della defenestrazione di Totti non è neanche semplicemente un difficile affare di calcio. L'affare è difficile e nient'affatto facile, stabiliamolo una volta per tutte, così evito d'impelagarmi oltre in questo fascinoso dualismo tra queste due categorie. Il punto è che le implicazioni dell'affare, i suoi significati, travalicano grandiosamente i confini del calcio, coinvolgendo e illuminando un ampio spettro di cose umane, ricadendo alfine tanto pesantemente quanto esemplarmente sulla politica. Prima di provare a farvi vedere come, liquidiamo il puro contenuto calcistico. Francesco Totti è, senza il beneficio del dubbio, il campione più autentico che l'Italia calcistica possa vantare negli ultimi 20 anni. Anni di triste penuria, anni di stenti e di privazioni. Anni di oscurantismo, in cui "er pupone" ha rappresentato uno dei pochi raggi di luce, sicuramente quello più luminoso. Malgrado le alterne vicende in Nazionale e malgrado qualche juventino provi maldestramente ad anteporgli Del Piero.
La parabola discendente del grande campione, che non vuole rassegnarsi al declino e non vuole soccombere di fronte alle angherie del tempo, presenta suggestioni romantiche che non possono lasciare indifferenti. La vicenda, tuttavia, non è tutta qui. 
Totti è il campione romano della Roma, idolo, simbolo e totem dei romanisti. In un processo d'identificazione reciproca che istituisce una connessione sentimentale di una potenza che sfida i limiti tecnologici. Ed ecco allora che, nella sua lotta tanto romantica quanto impari contro il tempo e le leggi della fisica, il campione prova a fare agio sulla sua forza che è fuori di sé, in quel popolo che lo ama e che lui riconosce come suo. Totti contro i suoi limiti fisici, le leggi della fisica. Totti contro Spalletti, l'allenatore della sua squadra, che impietosamente decide di sottomettersi alle leggi della fisica, ignorando le ragioni del romanticismo. Il campione decide di andare alla guerra, perché non ha alternativa, altrimenti dovrebbe arrendersi alla tremenda sconfitta, al suo inesorabile declino. In mezzo rimane il popolo. Quel popolo la cui connessione sentimentale con il campione è inscindibile. Quel popolo di cui, per questo, Spalletti ha paura. Prima agisce d'impulso. Vede che il campione gli sta aizzando il popolo contro e prova la strada della repressione. Totti a casa. Via Totti. Il popolo mugugna, ma la Roma vince 5 a 0. La cura Spalletti sembra aver rimesso in piedi il malato. Ora la squadra sembra girare. Però Spalletti ha paura lo stesso. Si presenta davanti ai microfoni e la sua paura si manifesta in tutta la sua insidiosa essenza. Prima si appella ai suoi doveri professionali, facendone quasi un caso deontologico. Totti è un giocatore della Roma, come tutti gli altri, e l'allenatore deve trattarlo come tutti gli altri. Per tenere saldo il timone e per non permettere che la squadra vada alla deriva. Poi, però, quando gli chiedono di esprimersi sul punto cruciale, di entrare nel cuore della vicenda, l'asino casca. Spalletti dice: " il rinnovo o meno del contratto di Totti è una questione che spetta esclusivamente a lui e alla società. Io non c'entro." Ma come? Ma non era un giocatore come tutti gli altri? E lui non era l'allenatore? E chi deve essere, se non l'allenatore a stabilire se un calciatore rientri o meno all'interno del suo progetto tecnico? Chi deve decidere se la squadra ha ancora bisogno di Totti o se, al contrario, Totti non serve più alla Roma? Deve dirlo proprio Spalletti. Deve deciderlo lui. Ed è alla luce di questo che il comportamento del campione sul viale del tramonto, mi appare coraggioso e anche leale. Sicuramente individualista, certamente egoista, ma assolutamente privo d'infingimenti. Come si addice, tra l'altro, a un autentico campione. Perché non può esistere un campione senza una carica di puro individualismo, senza una patina di sincero egoismo.
L'allenatore, invece, ci fa una figura diversa. Una figura che ricalca in modo inquietante aspetti assolutamente fondanti la politica contemporanea. Non ha la voglia e non ha il coraggio di sfidare a viso aperto il campione e il suo popolo. A qualcuno potrebbe apparire democristiano, ma la storia della Democrazia Cristiana risulta così lunga, spesso tortuosa e comunque decisamente più complessa da potersi ridurre ad una tale banalizzazione. Qualsiasi sia l'ottica dalla quale la si voglia guardare e, nel mio caso, non sarebbe affatto un'ottica amichevole. Spalletti somiglia molto di più ad Alfano, nella sua tendenza a volersi porre dalla parte che le più classiche ragioni di opportunismo gli consigliano. Totti non mi serve e non lo faccio giocare, ma non lo dico perché ho paura che i tifosi della mia squadra s'incazzano. Alfano sta dalla parte che più gli conviene, ma farebbe di tutto per non far incazzare la CEI, Comunione e Liberazione e altre aggregazioni pseudo-cattoliche. Spalletti non vuol far incazzare la Curva Sud, la Tribuna Montemario, il Testaccio, la Garbatella etc. Qualcuno potrebbe dire che, in realtà, Spalletti non stia dalla parte che più convenga a lui, ma cerchi semplicemente di fare gli interessi della Roma. E invece no, perché se fare gli interessi della Roma significa escludere Totti, allora perché egli non dice chiaramente che Totti non serve alla sua squadra, facendo risparmiare alla società i soldi del suo corposo ingaggio e chiarendo, sia nei confronti della squadra che dello stesso Totti, una volta per tutte, un insidioso equivoco? Continuare a svicolare ricorda per altri aspetti il celeberrimo "ma anche" di Veltroni. La Roma deve continuare con Totti, ma anche tenendolo in panchina, sperando che lui se ne stia buono e non protesti. Le vicende politiche del veltronismo sconsiglierebbero un approccio del genere. Tuttavia, ci sono riferimenti alla politica contemporanea che porterebbero acqua al mulino di Spalletti, facendo risultare il suo atteggiamento, per quanto non coerente e neanche particolarmente apprezzabile, quantomeno vincente. Come se uno volesse sventolare la bandiera della rottamazione, ma poi finisca a governare il Paese insieme a Giovanardi e Formigoni. Insomma, per certi aspetti, si tratterebbe di renzismo puro. Di questi tempi va di moda.

sabato 20 febbraio 2016

L'Italia pallonara

Esiste il blog di Fabrizio Bocca. A questo link. Ed esiste una fiumana di appassionati a limite dell'infoiamento che si prodigano, al limite del parossismo, a commentare le vicende delle squadre di calcio più famose in Italia. Come per gridare che anche loro partecipano, che anche loro esistono, che anche loro hanno un proprio ruolo attivo in questo grande e meraviglioso circo dell'Italia pallonara.
Per carità, ognuno è libero di appassionarsi a cosa ritiene più opportuno e di scegliere la propria via per alleviare le pene di questa bassa vita. Solo che, ad un certo punto, a me verrrebbe almeno voglia di chiedere loro:

Voglio fare una domanda a tutti voi commentatori indefessi, compreso l'immarcescibile reggente del blog, quella simpatica sagoma del dottor Bocca. Dopo aver visto semplicemente Psg-Chelsea (laddove il Chelsea è malinconicamente dodicesimo in Premier League) non v'è venuto pure a voi, come è venuto a me, lo schiribizzo di confrontarla con Juve-Napoli? No, perchè a me è venuto, e ho dovuto appurare che sembrava si trattasse di due sport diversi. O che, al limite, ci fosse la stessa differenza ( prendiamo il basket, giusto per prendere un altro sport a metafora) che passa tra un San Antonio Spurs- Cleveland Cavs e un Vanoli Cremona- Grissin Bon Reggio Emilia. E allora vi chiedo, a tutti voi, ma cosa diavolo vi spinge a ad appassionarvi tal punto, commentando con tanto lavorio certosino e tanto indomabile afflato uno spettacolo così modesto e mediocre da risultare pressochè insignificante?

lunedì 15 febbraio 2016

Il mestiere dell'allenatore



Molti giornalisti assecondano un vezzo tanto diffuso quanto sciatto. Considerano coloro che vivono di calcio e direi anche per esso, ma non assurgono ai palcoscenici sfolgoranti del calcio mondiale, dei figli di un dio minore. Allora vanno alla ricerca ossessiva di parallelismi con i loro colleghi che, al contrario, ce l’hanno fatta. Ho sentito spesso farle la domanda “ma lei si sente più vicino a Mourinho, a Van Gall a Ferguson…” Oltre al fatto determinante per cui ognuno a questo mondo, per fortuna, è semplicemente se stesso, le voglio chiedere in che cosa il lavoro di un allenatore in queste categorie, cosiddette minori, è differente da quello degli allenatori che sono sotto ai riflettori più luminosi. Senza voler attribuire maggiore valore e importanza al lavoro degli uni o al lavoro degli altri, le chiedo la specificità dell’allenatore del cosiddetto calcio minore. Nel bene e nel male. Il suo contributo sarebbe secondo me prezioso per rappresentare questo ruolo e queste professionalità,  attribuendovi dignità.
Mi aveva ascoltato senza muovere un muscolo facciale che sia uno. Rimane fisso a guardarmi ancora un bel po’, prima di provare a rispondermi. Io cerco di non tradire la minima emozione, richiedendo al mio viso uno sforzo d’inespressività. Le mie pulsazioni sono decisamente accelerate. Temo di aver pestato una cacca di cane. Non voglio assolutamente che Eziolino avverta questo particolare stato della mia emotività. Altrimenti dimostrerei di essere io per primo a non credere alla mia domanda ed essa non potrebbe mai risultare avvalorata. Se anche gli sembri stupida, dubbio che mi pervade insidiosamente, ostentare la mia sicurezza l’avrebbe potuto indurre a riconsiderarla con maggiore attenzione. Tipo quando qualcosa non ti quadra, ma l’atteggiamento di serena fiducia altrui ti costringe a porti la domanda se, in realtà, il fesso della situazione non sia tu. Non so se sia dipeso dal successo di questo mio presunto gioco psicologico, fatto sta che il mister pare aver preso le mie parole molto sul serio: < Guarda, hai centrato un punto davvero fondamentale. Questa è una domanda fantastica, perché mi permette di andare proprio nell’intrinseco della figura dell’allenatore ehm…ma non solo dell’allenatore, qui andiamo proprio nell’intrinseco del calcio.> Finalmente ha detto intrinseco, una delle sue parole preferite. E ora vuole anche entrarci, nell’intrinseco: < Ai tempi dell’Unità d’Italia ci fu un personaggio che disse quella famosa frase “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani. Chi fu? Mazzini?>. Questa la so. Ho la possibilità di darmi un tono da letterato, non intendo affatto farmela sfuggire:
< La disse Massimo D’Azeglio, uno scrittore dell’epoca, che faceva anche politica>, non riesco a immaginare dove il mister voglia arrivare, ma oggi sembro davvero uno che sa le cose. Eziolino, però, non si accontenta:
< Cosa faceva? Cosa ho scritto?>, ti pareva. A saperlo. Tuttavia, non posso incrinare così presto le certezze con le quali mi stavo favorevolmente ammantando. Me ne uscii così: < Diciamo che era un ideologo. A quei tempi la politica era affare complesso. Diciamo che i compiti erano diversificati. Qualcuno si occupava dell’azione, qualcuno della tattica, qualcuno della strategia, qualcuno delle idee. D’Azeglio ci metteva le idee. Spesso una cosa non escludeva l’altra. Quindi chi ci metteva le idee, partecipava anche all’azione militare e aveva anche ruoli politici. La politica, a quei tempi, non la facevano i fessi. > Mi sono sembrato convincente e non mi pare manco di aver detto cazzate. Capuano ci sta. Non vedo l’ora di ascoltare come ha intenzione di coniugare la questione risorgimentale con il ruolo dell’allenatore: < D’accordissimo. La politica è una cosa seria. Chi la fa oggi, non lo sa. E non è serio. Vale lo stesso discorso per i giornalisti e per tanta gente che gravita intorno a questo meraviglioso sport. Tante cose si fanno con troppa approssimazione, per arrivismo. Sai che ti dico? L’arrivismo è proprio una malattia di questa nostra società. In tutti gli ambiti. Le cose, spesso, si fanno solo per arrivare ad una propria posizione. Per ambizione personale, mi spiego?> Abbastanza. Annuisco, facendo anche un’espressione di rammarico per solidarizzare con la disillusione che il suo punto di vista esprime. Eziolino continua: < Invece le cose si dovrebbero fare con passione. Essendone capaci e avendo la volontà di farle bene. Se, al contrario, ciò che si fa diventa solo uno strumento per raggiungere una posizione personale di prestigio, questo si chiama arrivismo. Se l’obiettivo è semplicemente affermarsi personalmente si finisce per essere disposti a farlo in un modo o anche nel suo esatto contrario, purché ce la si faccia. Coerenza, integrità, dignità, diventano parole che si svuotano di significato. Parole dimenticate. Però, sai che ti dico? Le cose raggiunte così, non durano mai a lungo. Se non c’è sostanza, se non c’è lavoro dietro, se non c’è la passione vera si può arrivare dove si vuole, ma prima o poi il tuo bluff viene scoperto e fai una fine da farabutto. Il guaio, però, è degli altri. Di quelli che si sono trovati sulla tua strada.> Si stanno sviscerando temi di una certa complessità e profondità. Per un momento, non nego di aver pensato fosse merito delle mie domande. Solo che la mia domanda ormai fluttua nell’aria, senza sapere dove posarsi. Comincio ad avere il dubbio se lui, almeno, se la ricordi. Stiamo parlando di tutt’altro. Però è molto più interessante di quanto osassi sperare: <perché vedi, partendo dalla politica… io la politica non la pratico e non la conosco nell’intrinseco, ma ce la siamo trovata in  mezzo e voglio partire da lì. Fin quando il bluff non viene scoperto e , come ti ho detto, prima o poi succede sempre, sul campo si accumulano soltanto disastri e rovine. Autentiche nefandezze. La politica è una cosa importante. Con la politica ci si trova davanti i guai della gente, le lacrime, i drammi delle persone. Se quelli che comandano sono spinti solo dall’arrivismo e non hanno idee, non hanno passione, non potranno mai avere la capacità di affrontare niente. Non ne hanno manco la volontà, come possono averci la capacità? E allora i problemi chi li risolve? E tutto va a puttane. Il calcio è una cosa limitata rispetto alla politica, ma il discorso rimane identico. La malattia dell’arrivismo distrugge anche il calcio.>  Aveva centrato il suo punto. Nell’aria continua a fluttuare la mia domanda e, come un satellite, fluttua anche il riferimento a D’Azeglio. Provo a riportarle entrambe sul tavolino: < Mister lei ricordava la frase: -abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani.- Perché?>  < E te lo dico subito. I grandi professionisti che hai citato tu, si trovano in condizioni decisamente diverse dalle mie. Allenano campioni strapagati, gente che muove interessi milionari spropositati e che ha un’identità sia calcistica che mediatica ben definita. Ci sono certamente problematiche intrinseche a questo tipo di lavoro, ma quello che mi trovo a fare io è una cosa ben diversa>  ecco appunto, la mia domanda. Ci siamo. Spero. < Prendiamo proprio quello che conosciamo tutti e due. Torniamo di nuovo a Gromola. Eravate ragazzini, più o meno grandi. Ragazzini. Lavorare con voi significava dover creare il calciatore e prima ancora l’uomo. Il mio lavoro era proprio quello di prendere il vostro talento, la vostra voglia di giocare, le vostre capacità e farne uscire fuori il calciatore. E se non c’è l’uomo, non ci può essere neanche il calciatore. Capisci?> < Certo, era un lavoro difficile…> <Sicuramente non avevo la follia di pensare che potessi essere io a farvi diventare uomini. Per questo c’erano le scuole, la famiglia, la strada. Sì pure la strada, perché io sono uno che nella vita si è dovuto conquistare tutto da solo, nessuno mi ha regalato niente. Non smetterò mai di ringraziare la mia famiglia, una famiglia straordinaria che mi ha dato l’educazione e il rispetto per gli altri. E grazie a questo e grazie solo alle mie forze e alle mie capacità sono diventato Eziolino Capuano>. Sapevo di poter aver in lui e nella sua egolatria il miglior alleato che avrei mai potuto immaginare nel mio tentativo di dar vita all’effigie del mister di quando ero ragazzo, ma comincia a sorprendermi la sua benedetta disposizione a individuare in me un affidabile depositario di se stesso. Questa sensazione mi provoca un’ esaltazione, tanto sottile quanto pervadente. < Tuttavia esisteva anche la mia influenza. E io ne ero molto cosciente. Senza l’uomo, non può esistere il calciatore.> Provo a riportarlo sulla strada della mia domanda: < mister e invece per quanto riguarda i grandi, quelli che per usare la sua definizione, chiameremo uomini, che fanno i calciatori nelle serie minori?> < Ecco, là volevamo arrivare. Per prima cosa ti devo dire che neanche nelle serie minori, spesso e volentieri, si tratta di uomini. Nel senso che i calciatori delle mie squadre sono spesso ragazzi giovani. E se pure non sono più giovanissimi, non hanno una maturità calcistica compiuta. Anche loro, quindi, spesso devono diventare uomini. E anche loro, comunque, devono diventare calciatori. Io sono quello che deve farlo succedere. L’allenatore deve far accadere le cose. Prima parlavamo di destino. L’allenatore ha in mano il destino della squadra che allena e anche il destino di questi ragazzi. Bisogna fare la squadra e bisogna fare i calciatori. Gli uomini calciatori. Così come bisognava fare l’Italia e gli Italiani.> Il cerchio si è chiuso, con una dinamica così misteriosa da sembrare quasi magica. Ora Capuano ha intenzione di entrare più nel dettaglio tecnico. Nell’intrinseco, probabilmente: <Prima bisogna fare la squadra. Bisogna avere competenza specifica della categoria, bisogna girare i campi, bisogna aver visto partite su partite. Centinaia di partite, migliaia di partite. Soprattutto se hai a che fare con società dove le risorse a disposizione scarseggiano e, modestamente, potrei anch’io scrivere un libro su realtà in cui…vabbuò, voglio essere elegante, stamm facenn letteratura, diciamo realtà in cui il budget a disposizione era limitato…anzi diciamo molto limitato. Nu piatt’e past’ e fasule.>. La consapevolezza di partecipare ad un esperimento letterario riusciva a convincere ad usare diplomazia linguistica persino Eziolino Capuano. < E allora, quando non hai soldi da spendere, sei costretto a girare, a cercare, a consumare scarpe, cervello e anima per riuscire comunque a trovare i giocatori giusti. C’è anche chi delega questo lavoro ad altri, all’interno della società in cui fa l’allenatore. Eziolino Capuano no. Per carità, io rispetto i ruoli, ho il mio direttore sportivo, mi fido, lavoriamo fianco a fianco, nel rispetto reciproco, ma la squadra che devo allenare io, voglio sceglierla anche io. I giocatori devono essere scelti oltre che per il loro valore individuale, anche in un concetto d’integrazione all’interno della squadra. Mi spiego: se uno ha qualità, che siano anche notevoli, ma fatico a inquadrarle nell’ottica di un progetto di squadra che sto componendo, allora non va bene per quella squadra. Talvolta invece quel giocatore conviene comunque prenderlo e bisogna lavorare per renderlo funzionale al mio progetto. Bisogna creare il calciatore, a volte, non solo nell’ottica individuale, ma forgiarlo per renderlo integrabile in un concetto di squadra.> Sembra quasi un trattato filo-calcistico. < E considera bene, io ora ti sto parlando di situazioni ideali, ma stiamo sempre parlando di parmigiana di melanzane, non di nouvelle cousine. Io ho dovuto sempre fare una politica d’austerity. La Merkel, rispetto a me, arriva con un ritardo colossale. Anzi, dovrebbe prendere lezioni da me. Quando io facevo l’austerity, quella vera, la Merkel, probabilmente, andava ancora in palestra. E, magari, aveva pure una silouhette irresistibile e irrefrenabile.> Assistere ad un’esibizione linguistica di Capuano, seduto di fronte a lui, è un privilegio rarissimo. Sta cominciando ad infilare aggettivi, uno accanto all’altro, con la sua maestria inimitabile. Aggregazioni e creazioni linguistiche di una casualità e un’imprevedibilità impossibili da riprodurre per chiunque altro. Vagamente a cazzo di cane. Riuscendo, poi, a ritrovare anche il filo del discorso: < Intendo dire, le situazioni ideali a cui io mi riferisco e in cui mi sono trovato, sono situazioni in cui non c’era comunque lo straccio di un euro, ma al di là delle ristrettezze economiche non ho avuto alcun altro tipo di vincolo. Ho potuto fare pienamente le mie scelte, in libertà e autonomia. E quindi, ho avuto la possibilità di svolgere in pieno il mio lavoro. Come io lo intendo idealmente. Non mi è successo sempre, perché non può succederti sempre. Considera ancora che, se io mi rendo conto che non posso fare il mio lavoro come io lo voglio fare e soprattutto come io ritengo giusto farlo, la mia storia parla molto chiaro. Eziolino Capuano considera la dignità personale, la propria integrità prima di tutto. Io prendo, mando affanculo chi di dovere o, semplicemente, dico “è stato un piacere” e “arrivederci e grazie”. La mia storia lo dice. Sicuramente tu conoscerai l’episodio di Eupen…> Eziolino in Vallonia. Quattro giornate e via. Verpiss dich oppure auf wiedersen und danch? Chissà. 
< Però ci sono anche situazioni in cui ti devi adattare. O perché arrivi a campionato già in corso o perché, per un motivo o per un altro, non riesci a lavorare secondo quelli che sono i tuoi canoni ideali. Non si può essere neanche così integralisti da dire o “così o a morte il re”. Fare l’allenatore significa anche avere la forza e la capacità di calarsi in situazioni d’emergenza e tirare fuori il meglio di sé. E allora bisogna valutare bene quello che si ha disposizione. La squadra, i calciatori, gli uomini e cercare di trarne il meglio. Devi diventare un po’ come uno scienziato. Devi fare esperimenti, registrare i risultati. Trovare la chimica giusta.> Si toglie di nuovo gli occhiali. Si apre in un largo sorriso, che i miei ricordi fanciulleschi facevano molta fatica a rintracciare sulla sua faccia, e sentenzia. < Non è un lavoro facile, ma qualcuno deve pur farlo>.

martedì 9 febbraio 2016

La sconfitta secondo Eziolino



<Mister, come le ho accennato al telefono, il libro che ho intenzione di scrivere somiglia a un viaggio. La partenza è il calcio, la destinazione è sconosciuta. Quando si parte dal calcio, spesso, succede così. Lo dimostra anche la nostra conversazione. Parlando di calcio, non abbiamo parlato solo di calcio. Nel calcio, se si vuole e la si sa trovare, c’è una connessione favolosa, una rete wi-fi ultramoderna e a banda larghissima. Collega direttamente alla vita.>
< Hai ragione. Hai detto una cosa sacrosanta. Continua. Di cosa vuoi parlare? Cosa ti serve per il tuo libro?>
< Molte cose partono dai ricordi. Perché molte cose partono dalla nostra mente. Non tutte, come qualcuno potrebbe pensare, ma molte cose partono dalla nostra mente. E la nostra mente è piena di ricordi. Io, per esempio, ricordo la finale di un torneo quando avevo 9 anni. Lei era a bordo campo a guidare la nostra squadra di ragazzini. Mi sembrava la partita di calcio più importante della mia vita. E fino ad allora, forse, lo era. Mai avevamo giocato una finale. Alla fine perdemmo. Un gol proprio nei minuti finali. E io piansi. Come un bambino. E, del resto, lo ero. Lei mi beccò sotto al palco della premiazione in lacrime e, con mia sorpresa, non mi compatì affatto. Mi guardò scuotendo la testa e mi fece quello che io, al momento, interpretai come un cazziatone. Mi ci sono voluti più di 20 anni e finalmente, attraverso il ricordo, ho attribuito un significato a questo episodio. Mettersi a piangere è il modo peggiore per affrontare una sconfitta>.
< Non mi dire, però, che per tutti questi anni hai continuato a metterti a piangere dopo ogni sconfitta.> Mi tira un buffetto del tutto simile a quello di più di 20 anni fa. E mi strizza l’occhio. Io capisco che è il caso di spostarsi dalla mia persona. <Tutti vedono e tutti sanno che lei odia la sconfitta. Al punto che sembra non accettarla affatto. Io ho una mia spiegazione. Credo che lei metta tutto di sé per evitarla e pretende che anche la sua squadra lo faccia. E credo anche che la rabbia e l’orgoglio con cui reagisce alle sconfitte, sia nello spogliatoio che in sala stampa, un po’ le vengano naturali e un po’ facciano anche parte di una strategia. Nel senso che l’eccessività e la teatralità di certe sue reazioni potrebbero anche essere finalizzate a raggiungere un effetto desiderato. Stimolare la sua squadra a reagire e impedire che possa farsi strada la rassegnazione ad un’idea di sconfitta futura.> Prima che lui inizi a parlare, gli rifilo tra capo e collo la mia domanda:
Per poter vincere bisogna prima imparare a reagire alle sconfitte. Secondo lei come si reagisce alle sconfitte?
 < Un primo punto l’hai già messo tu. Intanto, alle sconfitte si reagisce. Non esiste un unico modo, non c’è una  teoria inconfutabile e non c’è una regola sperimentata.  L’unica regola è, appunto, che alle sconfitte si reagisce. Puoi prendere a calci la panchina, batterti i pugni sul petto, mangiare un ciuffo d’erba, bestemmiare, pure metterti a piangere se vuoi…>
< Addirittura. Ok, mister. Mi sorprende, ma l’accetto. Va bene anche piangere. Solo bestemmiare no. Soprattutto, credo di non  poterlo scrivere.>
< Hai ragione. Non lo scrivere. E non lo fare mai. Bestemmiare è da perdenti. Oltre che da stupidi. La sconfitta è il tuo nemico. Va trattato con rispetto, ma va combattuta con ogni forza. Devi sconfiggere la sconfitta. L’unica cosa che non devi fare è fermarti. Non ci si ferma davanti al nemico. Se tu cali la testa e abbassi le braccia, il tuo nemico che fa? Ti colpisce. Duro. Finché non cadi al tappeto. E a quel punto davvero non hai più modo e più tempo per rialzarti. Quindi l’unica regola è questa: di fronte alla sconfitta, reagisci come vuoi, versa pure qualche lacrima se vuoi, ma non metterti a frignare. È il tuo nemico. Di fronte al nemico si combatte. Con tutte le tue forze. Rispettandosi a vicenda>.
< Mister, però si tratta di un nemico anomalo. Tutti vorremmo evitare i nostri nemici, ma questo è il nemico più spaventoso di tutti. Poi è un nemico che arriva quando abbiamo già finito di combattere. E abbiamo perso. A questo punto arriva il nostro nemico peggiore e dobbiamo ricominciare a combattere.>
< Bravo. Ed è proprio così. Perché a te spaventa lottare? A me no. Anzi, se non ho qualcosa o qualcuno contro cui lottare, io mi annoio. Certamente tu hai ragione. La sconfitta è un avversario anomalo e quindi va affrontato diversamente dagli altri. Bisogna liberarsene il prima possibile. Più ti sta addosso, più corri il rischio che ti abbracci. E ti stritoli. Bisogna aggredirlo subito. Scrollarselo da dosso. E prenderlo a calci in culo.>
< Fa parte di questa speciale lotta e risponde alla necessità di liberarsene il prima possibile anche il tentativo di sminuirla? Mi spiego meglio…lei ha detto che la sconfitta va rispettata, quindi va riconosciuta per quello che è, ma quest’operazione di riconoscimento non si compone anche di un’azione di ridimensionamento? Che magari potrebbe tradursi nel ricercare, anche nella sconfitta, ciò che non è dipeso dalla nostra colpa, per trarne forza e coraggio per la volta successiva in cui ci troveremo di nuovo a competere.>
< Bravissimo. Vedi che stai imparando? Allora la mia lezione di tanti anni fa è servita a qualcosa. La sconfitta va analizzata..> Se qualcuno chiudesse gli occhi potrebbe pensare che, seduto ad tavolino del Bar Verdi, ci sia Gianni Cuperlo o, addirittura, Fausto Bertinotti. L’analisi della sconfitta. Invece è proprio Eziolino Capuano. <…vanno prima di tutto individuate quelle che tu chiami colpe e che io chiamerei errori o mancanze. Ovviamente lo scopo è rendersene conto per poterci lavorare e cercare di limitarli per la volta successiva. Poi, però, c’è quell’altra fase. La fase in cui si ha l’obbligo di trovare qualcosa da salvare, perché è fondamentale, per ripartire, non perdere fiducia in se stessi e ricreare consapevolezza dei propri punti forti. Ora ti dirò una cosa contro-corrente, ma perché sono gli altri a non capire un cazzo. La semantica corrente e dominante prevede che non bisogna mai parlare dell’arbitro. Che se si dà la colpa all’arbitro o a fattori esterni si è poco onesti e seri. Perché si vogliono trovare scuse e non è sportivo e bla bla bla, bla bla bla. Una marmellata di cazzate. Nel calcio si perde anche per episodi. E se l’arbitro sbaglia, soprattutto se è in malafede, bisogna dirlo. E ci s’incazza. E si urla. Primo, perché bisogna dire sempre al verità. Secondo e ancor più fondamentale, perché ho appena finito di spiegare che bisogna anche evidenziare i fattori che causano una sconfitta che non dipendono dalla nostra responsabilità. Per non perdere coraggio e fiducia in se stessi. E per scrollarsi di dosso questo nemico bastardo e impietoso, che la sconfitta rappresenta, il prima possibile. Quindi se l’arbitro è cornuto io lo dico. Se vedo qualcosa di non regolare, se sento puzza di bruciato, lo dico lo stesso. Per amore della verità, per amore della mia squadra e per reagire alla sconfitta nel modo migliore.>

martedì 2 febbraio 2016

Ma... "In Treatment" non lo fanno più?

Ricordo quando mi misi a guardare la prima puntata di "In Treatment". Era la prima serie. Poi ne hanno fatta pure un'altra. Ero sprofondato sul mio divano di casa, davanti alla tv. Nella testa mi ronzava ancora stancamente il ciarlare dei miei parenti e nella bocca avvertivo il retrogusto amaro delle farraginose parole con cui vi avevo partecipato. Rimasto da poco solo in quella stanza, avevo preso a inghiottire altre ciarle. Era la prima puntata di una serie tv, prodotta da Sky Italia e rivestita da un massiccio strato pubblicitario. In treatment. Sergio Castellitto interpretava il ruolo di uno psicanalista, nel pieno delle sue funzioni. L’idea era appunto quella di mettere in scena le sedute dallo psicanalista. Ogni puntata era dedicata ad una singola seduta, della durata di mezz'ora. Cinque pazienti per cinque giorni.  E la settimana successiva si ripartiva con la stessa cadenza e con gli stessi pazienti. Sempre ognuno nel suo giorno. Una serie tv di pazienti. Una serie tv di analisi, se preferite. 
Quella prima puntata toccava ad una giovane donna, particolarmente attraente, il cui problema centrale risultava essere quello di essersi innamorata del suo psicanalista. Nel corso di una seduta. Precedente a quella che era dato seguire anche a noi. Ad interpretarla era Kasia Smutniak. Sarà per la mia personale posizione riguardo alla psicanalisi, espressa nelle pagine precedenti, sarà per l’artificiosità dei dialoghi  a cui stavo assistendo, tendenti a sfumare in un pastrugno che aveva come ingredienti essenziali l’inautenticità, la faciloneria e la ridondanza, fatto sta che la parodia involontaria della psicanalisi fu la chiave di lettura con cui interpretai la serie. E la ragazza che va dallo psicanalista per dibattere, scandagliare ed esplorare un problema che se non fosse andata dallo psicanalista non sarebbe mai sorto, anzi, un problema la cui causa specifica, scatenante e incontrovertibile, era precisamente la decisione di essere andata da uno psicanalista, mi pareva un modo ineguagliabile e imbattibile per introdurre lo spettatore nel pieno della parodia. Involontaria. E irresistibile.