sabato 31 dicembre 2016

Come cani di fronte al mare

Certe volte bisogna avere la forza per fermarsi, perchè un passo più avanti potremmo pentircene di averlo fatto, quel passo più avanti. Come pure di esserci fermati, potremmo pentirci, in verità. Sarebbe bello poter prevedere esattamente, sapere con certezza le conseguenze di qualsiasi nostro passo avanti, indietro, dell'assenza di movimento. Sarebbe tutto molto più facile, certo. Però, prima o poi, potremmo pentirci lo stesso di aver fatto quel passo avanti, così come di non averlo fatto. Perchè magari le circostanze poi mutano o, più semplicemente, muta intrinsecamente il nostro modo di pensare, di vedere le cose. E allora le stesse conseguenze di quel passo in avanti che ci avevano convinto a farlo o, piuttosto, a fermarci, ad un tratto ci convincono che sarebbe stato conveniente fare il contrario, se non addirittura più giusto. E allora ci pentiamo lo stesso, solo più tardi e pure con maggiore recrudescenza. 
Sarebbe bello non pentirsi mai. Sarebbe l'unica soluzione, probabilmente. Ci fermiamo, non ci fermiamo, facciamo quel benedetto passo in avanti, pestiamo una maledetta merda, non lo facciamo, evitiamo la merda. Qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi sia la conseguenza, non pentirsene. Sarebbe bello. Ma che senso ha una vita in cui non ci sarebbe niente di cui pentirsi? Nessuno. Significherebbe appunto arrendersi una volta per tutte alla disarmante consapevolezza che la vita non ha senso, e allora qualsiasi cosa uno faccia, una cosa o il suo contrario, ha esattamente il medesimo valore. Una goccia nel mare, pure meno. Niente vale niente. E allora non varrebbe la pena mai pentirsene. Ma davvero sarebbe bello?
Certe volte sarebbe stato meglio fermarsi, a un certo punto è meglio fermarsi, in un determinato momento bisognerebbe essere capaci di fermarsi. Solo che è impossibile saperlo prima, quali sarebbero state quelle volte, qual è questo punto, quale sarebbe questo determinato momento. Non lo sapevo, non lo so, non lo saprò. 
Lo vedi siamo come cani davanti al mare, cantava il solito De Gregori in Battere e levare. Basta solo essere senza collare, senza padroni, diceva pure sempre lui. Certe volte bisogna fermarsi, certe volte bisogna andare, quasi sempre toccherà pentirsene comunque, ogni maledetta volta ci vuole coraggio, ci vuole la forza di decidere. Senza collare, senza padroni, come cani davanti al mare.
A Liudmyla (penso ancora a te, certe volte)

martedì 6 dicembre 2016

E l'analisi della sconfitta?

Un prevedibile rigurgito di sarcasmo, nelle pieghe della tanto composita quanto scomposta schiera di professionisti e aficionados del commento politico, aveva individuato nell' inopinata  scelta di campo, operata im extremis da Gianni Cuperlo, un intrinseco e auspicato effetto benefico nelle schiere del renzismo tranvato al Referendum. Almeno, si era detto, la presenza di Cuperlo sarebbe potuta risultare preziosa nell'analisi della sconfitta.
La madre di tutte le battaglie, avevano detto loro. Quella in cui o si cambiava l'Italia o si moriva. Alla fine nessuno è morto, per fortuna. Una schiacciante maggioranza del popolo italiano ha ritenuto di rigettare questa Riforma. Si sprecano, ovviamente, le analisi del voto. Altrettanto ovviamente il voto non è riducibile  ad essere incasellato in comparti rigidi e definiti. Non è che puoi trovare una, due e nemmeno tre spiegazioni. Sono milioni di voti, circa 35 milioni per avvicinarsi meglio alla precisione. A voler essere pignoli, quindi, si potrebbero trovare milioni di spiegazioni. Ognuno vota mosso da motivazioni personali. Certo,talvolta, assimilabili tra loro, ma non è certo il caso di ridurle troppo all'osso (neanche quello che voleva succhiare Prodi).
Io, per esempio, ho trovato ridicolo che si volessero spiegare le difficoltà e, talvolta, le nefandezze della politica dell'ultimo ventennio (e anche ben oltre, tra l'altro) con il sistema del bicameralismo perfetto. Ho trovato raccapriccianti i manifesti in giro per le città che invitano a votare sì per diminuire il numero dei politici. Ho trovato deprimente lo slogan con cui s'invitava i cittadini a porre il proprio consenso alla Riforma, ammonendoli che bastava un sì, un po' come nelle televendite delle pentole si dice che "basta una telefonata". Per ridare, invece, dignità alla politica e forza alla democrazia non basta affatto che i cittadini si limitano a dover mettere una croce, sul sì o sul no che sia. C'è bisogno di partecipazione, di condivisione. Perché, davvero, la dignità della politica e la forza della democrazia rischiano di ridursi ai minimi termini. E non sono cose trascurabili, sono cose fondamentali. Per essere liberi non basta un sì (o un no), bisogna poter partecipare davvero. In fondo a queste motivazioni di forma e di sostanza, che erano rafforzate anche dal principio secondo cui la Costituzione non si cambia a semplice maggioranza parlamentare, perchè a quel punto si giungerebbe all'assurdo che ogni maggioranza potrebbe volersi fare la propria Costituzione, c'erano poi le motivazioni solo di sostanza. Sulle quali non intendo tediarvi a lungo, ora che il pericolo è scampato. Mi basta solo ribadire che non mi pare una buona cosa pensare di superare il bicameralismo perfetto creando una sorta di bicameralismo "arravugliato". E mi basta aggiungere che quando s'intende risolvere la conflittualità tra livelli governativi, armonizzandoli, prima si dovrebbe decidere bene come farlo. Evitando il paradosso di voler risolvere i conflitti, con altri conflitti, magari ancor più irriducibili.
Ma tanto è tutto finito, finalmente. Il popolo ha votato e i giochi sono fatti. Per chi ha perso, sarebbe il momento dell'analisi della sconfitta. Gianni Cuperlo, però, non ha funzionato neanche nella versione che i commentatori ritengono essere a lui più congeniale. O forse, semplicemente, non è stato ascoltato.
Renzi si è dimesso, ha fatto il suo discorso, molti hanno apprezzato. Mattarella l'ha richiamato al suo dovere istituzionale, invitandolo a rimanere lì fino all'approvazione della Legge di Bilancio. Fin qui, tutto regolare. Un attimo dopo, tuttavia, i nodi sono venuti al pettine. Questa benedetta analisi della sconfitta o non è stata fatta proprio o, nella migliore delle ipotesi, è stata fatta a cazzo di cane. Colui che, in una mia definizione recente, avevo individuato come il Mourinho di Rignano sull'Arno, per il tramite del sempre fidato Lotti, si è preso i voti del sì e se li è messi in tasca. Tutti. Pronto ad usarli come una clava, per continuare a battere sulla testa della minoranza del suo partito e per tenere in ostaggio un Paese intero sotto la minaccia del terrore di Grillo.
I soliti retroscena che non sono retroscena, raccontano che il segretario del Pd avrebbe deciso di regolare i conti in Primarie lampo nel suo partito e poi riandare di corsa alle urne, senza affatto cambiare l'Italicum alla Camera e senza fare alcuna legge elettorale al Senato. Come a dire, vi siete voluti tenerlo sto Senato? E io ve lo buco. Mandandovi a votare con una legge che, nella migliore delle ipotesi, non consentirà che in quella Camera si configuri alcuna maggioranza. E chi c'è con lui? Non certo la minoranza del suo partito, ma Alfano in prima linea e, ovviamente, si prevede lo siano anche Verdini e i suoi. E io mi chiedo, che senso ha dire che ci si dimette "perché non si vuole vivacchiare" e un attimo dopo andare a votare con l'aspirazione massima di raggiungere alla Camera la stessa identica maggioranza che c'è ora, per essere poi costretti al Senato a raccattare, chissà in quale pozzo, i voti che servirebbero a configurare una maggioranza anche lì. Se ora si è dovuti ricorrere a Verdini etc., stavolta fin verso dove ci si spingerà?
Se questa è una strategia politica degna di questo nome, io sono Diego Armando Maradona. In conclusione, lasciatemi dire che questa storia del "ripartiamo dal 40%" di Lotti è una mastodontica fesseria. Non sono, in ogni caso, voti del Pd. Al limite rappresentano la massima aspirazione cui si può arrivare, neanche un voto oltre. Imbarcando Casini, Alfano, Verdini, Confindustria, pezzi di centrismo raccattati qua e là e grumi di potere incrostati per benino. Oltre non è possibile andare, neanche un voto in più. Almeno il 60 per cento del Paese non è solo contro di te, ma è disposto a tenersi il Cnel, Razzi e Scilipoti pur di liberarsi di te. Fermo restando che quel 20% (nell'ipotesi a Renzi più gradita) del tuo stesso partito che già questa volta ha deciso di abbandonarti, fregandosene di qualsiasi ricatto e conseguenza,  a queste condizioni sarebbe tendenzialmente destinato ad ingrossarsi, non certo a restringersi.  E quindi, facciamoli bene i conti con il tuo Lotti, caro Renzi. Ricordando anche che, alle Politiche del 2008, Veltroni si presentò solo insieme all'Italia dei Valori, e prese 14 milioni di voti. Erano un milione in più dei sì al Referendum e fu la sconfitta più clamorosa del centro-sinistra in questo ventennio.
Perchè vedi, caro Renzi, effettivamente risulta statisticamente molto probabile che quella soglia del 40 per cento è difficilmente sfondabile per il partito che tu dirigi. Qualsiasi sia la coalizione che possa sostenerlo.
Se, però, il Pd sceglie di compattarsi su una forma, un'identità di centrosinistra, ancora meglio direi se riesce davvero a darsi un'anima, allora a quel punto potrebbe tornare a comprendere quei voti che sono scappati via già da dopo le famose Europee, quelli che sono scappati ora, quelli che scapperebbero tra poco. E potrebbe far convergere, in un'alleanza politica, quelle forze che erano nel No e che sono di sinistra, come Possibile, Sinistra Italiana, Fassina etc. Insomma si perderebbero per strada  Alfano, Verdini, Casini, Marchionne, Rondolini e Chicchi Testa vari, ma si recuperebbe qualcosa che ora non può esserci. Alla fine, probabilmente, la somma numerica non si discosterebbe di molto. Probabilmente. Questo Referendum e le Elezioni più recenti, tuttavia,  dimostrano chiaramente che non si perderebbe niente. Con questa configurazione  a te cara, con queste alleanze, non esiste possibilità di sfondare questo muro. Non un voto di più. Veltroni ne prese, invece, un milione in più, e ce li facemmo fritti.
Ecco, questo è quello che un'analisi della sconfitta dovrebbe suggerirti, caro segretario. Perchè questi sono i fatti. Se poi tu vuoi interpretarli a modo tuo, perché ti conviene dire che ad allearti con Alfano, Verdini, etc. sei costretto, mentre la verità che vuoi andar celando è che tu con questi ti ci vuoi proprio alleare perché così ti piace, così ti conviene e così vuoi che sia il tuo partito, allora non continuare a contare sulla nostra ingenuità. Questo è un momento in cui, volente o nolente, un politico è costretto a gettare la maschera. E gli elettori sono costretti a guardarlo in faccia, scegliendo loro qual è il partito che vogliono, scegliendo loro qual è l'anima politica che hanno, scegliendo loro, infine, a quale segretario affidarla.

lunedì 28 novembre 2016

Il record di Eziolino Capuano

Se volete provare a capire cosa significa il pallone per Ezio Capuano, cosa significa per lui il mestiere di allenatore, come lo vive, dentro di sè, fino alle viscere, quello che mi viene in mente per aiutarvi è una canzone di Sergio Endrigo. Ascoltatela. Lo so, è vecchia, ma ne vale la pena. Non pensate a quei fessi che vogliono convincervi che dare valore alle cose vecchie è una debolezza, un mutilante eccesso di sentimentalismo, quasi come fosse una malattia. Dicono un sacco di stronzate, non dategli retta quando andate a votare al Referendum e non dategli retta neanche riguardo a Sergio Endrigo e a questa bellissima canzone. 
Ascoltatela e immaginate che al posto di Sergio Endrigo ci sia Eziolino, che sia lui a cantarla. Ecco, se la cantasse lui, la canterebbe per una panchina. E neanche una specifica. Non quella della Salernitana, che pure è quella che ha sognato e continua a sognare forse più di tutte. Potrebbe essere indifferentemente quella dell'Ebolitana, della Libertas Gromola, della Poseidon, dell'Altamura, della Cavese, della Puteolana etc. etc. etc., fino ad arrivare a oggi. Al Modena. 
C'è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene, tutto il male del mondo. Eziolino pure, per carità. Come tutti. Ma la panchina lui proprio non la può lasciare. Non può, né ha alcuna intenzione di cercare altro. Perché è solo in panchina che lui è lui, Eziolino Capuano. Anzi non in panchina, davanti ad essa, nello sforzo per lui innaturale di contenersi nei limiti dell'area tecnica.
Una delle prime cose che mi ha detto, quando l'ho incontrato 25 anni dopo che era stato il mio allenatore, quando io giocavo solo nei Pulcini, mi ha detto: " alleno dall'89/90 senza essermi fermato una sola stagione. Ininterrotamente. Io dico che è un record. Controlla. Sicuramente lo è tra quelli in attività. Ormai pure Ferguson si è fermato." 
Avrei potuto dirgli, mister ma probabilmente, per il record, le stagioni nei campionati dilettantistici non contano, ma sarebbe stato come imbrattare il foglio su cui è scritta una poesia con una sporca macchia d'inchiostro. Perché lui è così. Alle cose dà il valore e il significato che vuole lui, che sente come il suo. Se ne frega di quello che esse valgono e che esse significano per gli altri. E, soprattutto, perché per lui fare l'allenatore della Libertas Gromola e contemporaneamente riuscire a seguire tutte le squadre di ragazzi dell'Herajon ( compresa quella mia, dei Pulcini), fare l'allenatore dell'Arezzo, del Modena o del Barcellona, non significa niente di diverso e non vale niente di meno uno dall'altro.
Il tuo record continua. In bocca al lupo mister e, permettimi di dire, questo calcio senza te avrebbe meno senso.

venerdì 18 novembre 2016

Caro De Luca, parlo a te ma non a te

Ho già parlato di lui qui. Eppure è una cosa che faccio malvolentieri. Non solo perchè, come è persino banale spiegare, di lui in quanto tale non me ne frega un bel niente. Il motivo fondamentale è che credo che di lui se ne parli già fin troppo, ben oltre e decisamente al di là di quelli che siano i suoi presunti meriti e di quelli che siano gli altrettanti presunti demeriti. Troppo. Specie nel nostro territorio. E lo spiegavo, come meglio potevo, già quella volta.
Il fatto è che, ora come allora, parlare di lui, più o meno lateralmente, mi conduce a parlare di cose di cui, al contrario, parlo ben volentieri e che, al contrario, ritengo degne di indurmi allo sforzo di scrivere. Allora pazienza se correrò il rischio di gonfiare ulteriormente l'ipertrofia di uno che la sua stessa parodia, che ormai non si capisce più se sia essa a rincorrere lui o piuttosto l'inverso, liquiderebbe essenzialmente come un personaggetto. In fondo, poi, non ho affatto molti lettori.
Non mi metterò certo a commentare la sua ultima mirabolante performance a microfoni che lui sostiene di aver creduto spenti e che invece erano accesi. Se dobbiamo pure stare a discutere se sia giusto o sbagliato dare dell'infame alla Presidente della Commissione Antimafia, aggiungendovi la postilla che sarebbe una "da uccidere", tanto vale gettare direttamente il portatile dalla finestra, con buona pace dei miei pochi lettori. 
Pensavo anche che la stessa considerazione potesse valere, piano più piano meno si cui potesse situarsi la finestra, per questo pezzo che ho trovato on line sul fatto quotidiano. Potete leggerlo qui. *Dico subito, a scanso di equivoci, che l'articolo non mi pare confezionato necessariamente con tutti i crismi della specchiata deontologia professionale. Dico subito, quindi, che ne parlo credendo che i virgolettati siano letteralmente corrispondenti e non considero automatico che sia effettivamente così. E dico pure che, se non fosse così sia il giornalista che "il Fatto" in sé sarebbero da considerare deleteri per il mio concetto di democrazia, di libertà e di civiltà proprio alla stregua di quei concetti espressi in quelle virgolette. Proprio così. Perché per me la stampa ha una funzione e quindi una responsabilità nel processo democratico non necessariamente inferiore a quella che hanno i politici. 
Ora che ho detto questo che andava detto prima, vengo a dire quello che voglio dire dopo e che è anche il motivo per cui mi sono messo davanti a questo portatile, a scrivere questa roba.
Il motivo è che bisogna piantarla. Bisogna piantarla di comportarsi come tifoserie e imparare a comportarsi da cittadini. Bisogna piantarla di sfrangiare le palle altrui con la faccenda di sentirsi fighi perché ci si vanta di essere formidabili fustigatori del politically correct, di un non meglio specificato buonismo, rigorosamente se si tratta di difendere qualche depositario della propria tifoseria. Al contrario, quando si tratta di depositari della tifoseria opposta ci si vanta di scoprirsi fustigatori del sessismo o come lo chiamano loro, dell'omofobia e di chissà quale altra diavoleria a geometria variabile, più o meno inventata. Bisogna piantarla.
Come bisogna pure piantarla con questa insopportabile foga autoconsolatoria del "fanno tutti così". Perchè, se non la si pianta, poi mi venite a dire che, in fondo, la politica al Sud è stata sempre fatta così. Così fan tutti e così si fa da sempre. De Luca è semplicemente uno che ha il coraggio di dirlo, che se ne frega del politicamente corretto, fa una pernacchia in faccia all'ipocrisia e fa bene il suo mestiere. Il suo mestiere. E quale sarebbe il suo mestiere?
Perchè, vedete, questa faccenda del politicamente corretto e cazzatine varie è una colossale imbecillità. Perchè, se per politicamente scorretto s'intende fare esattamente quello che fanno tutti con l'unica differenza che non ce ne si vergogna, ma addirittura si arriva a vantarsene, non mi pare un gran passo in avanti. Non è che una cosa diventa buona, giusta e produttiva solo perchè non ce ne si vergogna più. Il clientelismo non l'ha certo inventato De Luca nè Alfieri, però non mi pare una cosa buona, nè mi pare abbia portato a grandi risultati. Ora, in nome del politicamente scorretto, eleggerlo a metodo di condotta prevalente e accettabile non è che ne possa cambiare la fisionomia, la natura e la sostanza. Sempre clientelismo rimane, sempre cattiva politica resta, e le condizioni del Sud non mi pare possano migliorare così.
Anzi, io ci vedo una conseguenza particolarmente distruttiva oltre che deprimente. Se accettiamo definitivamente, ci rassegniamo che questo è il modo in cui si muove e deve muovere il potere, uccidiamo non solo l'aspirazione, ma anche la speranza di un'altra politica. Con altri obiettivi, con altre finalità, con altre motivazioni. Perchè, vedete ancora, per me il senso della politica è essenzialmente combattere le ingiustizie sociali, calmierare le diseguaglianza, garantire la libertà dei cittadini di cui essa si occupa e la loro opportunità a potersi conquistare una vita migliore. Soprattutto se sei di sinistra, come De Luca sarebbe. E soprattutto se hai una Costituzione come la nostra, con quell'articolo 3, in quella prima parte che tanto ci si spende (a parole) a considerare sacra.
Ebbene la politica così intesa, come si esprime in quel virgolettato non mi pare porti esattamente a questo. E badate bene, le luci, le piazze, le fontane, e tutte le cose (pure alcune obiettivamente positive) di cui la sua lunga lunga lunghissima amministrazione di Salerno si è resa protagonista, neanche hanno portato a questo. Quindi, quando si dice i risultati, bisogna vedere di che si parla. Perchè va bene le luci, le piazze, le fontane, ma poi? Poi c'è il resto. La cosa più importante.
Non finisce mica qui? Non ho affatto finito. Bisogna pure piantarla con questa storia che la democrazia è un ferro vecchio, che certi principi possono andare in cavalleria, e il decisionismo, il nuovo che avanza e "che palle la paura degli autoritarismi", etc. etc.
Perchè, vedete ancora un'altra cosa, a un certo punto io lì leggo: "la democrazia è il governo della minoranza più forte". E allora affanculo il politicamente scorretto, questo è fascismo  e non mi vergogno certo di dirlo. La minoranza più forte. Ci fosse scritto la minoranza più ampia o più grande era un'opinione, condivisibile o meno. Dire la minoranza più forte è fascismo. Spero, caro De Luca, che tu non abbia detto proprio così. Perchè se l'hai detto, sei un fascista. Prendine atto.
 


lunedì 14 novembre 2016

La Riforma alla scapece

Lo so che non ne potete più. Ve l'hanno fatte alla pizzaiola, lo so. Lo so perché pure a me. A me, in verità, alla scapece, ad essere più preciso e onesto possibile. 
Sono partiti più di un anno fa. Si facevano le comunali e quello un po' fischiettava e un po' ci  dava giù di referendum. In anteprima. Poi ha preso una randellata sui reni, di quelle tirate a due mani (una randellata bimane diciamo) e per un po' si è acquietato. Ma era solo una tattica, una di quelle tipicamente sue. Di quelle alla Mourinho di Rignano sull'Arno. Quando la difesa fa acque da tutte le parti, prendi gol uno dietro l'altro e acchiappi pure le pallonate in faccia, un tipico Mourinho di  Rignano sull'Arno, rappresentandosi come fosse seduto sulla panchina della Sangiovannese, che fa? Semplice. Ordina il rinculo totale, immediato e incondizionato. Leva subito qualsiasi parvenza di attaccante e piazza il pullman sociale davanti alla porta. Tanto che tu di certo non "stai sereno", però un po' ti tranquillizzi. Dici la partita è finita, se quello che sta perdendo rinuncia completamente ad attaccare e batte in ritirata in una silenziosa e rilassante difesa della sconfitta, arrivi perfino a pensare positivo. Magari ne usciamo vivi, da questo maledetto referendum, arrivi addirittura a sperare.
E invece quella era, appunto, una tattica. Approfittando del rilassamento generale quello si fionda in forsennati contropiedi, che magari fossero effettivamente contropiedi, sono obiettivamente ripartenze.
Jimmi Messini a destra, Rondolini, Velardi e Chicchi Testi di lato, Boschi e Gruber  al centro all'occorrenza (quando proprio non se ne può fare a meno), Verdini e Alfani da dietro. A sinistra, per la verità nessuno, ma tanto la sinistra, si sa, ormai è libera a prescindere e da quella parte nessuno aspetta nessuno.
E allora è battaglia (di Marzabotto? Non credo. Proprio battaglia battaglia). Il Fronte del Sì contro il Fronte del No. Se voti no, non cambia nulla. Se voti sì, si cambia. Perchè bisogna pur cambiare, come voi ben sapete (specie quest'anno che c'è stata una grande moria delle vacche non compensata certo dalla transumanza di sparute mandrie nei possedimenti di Trump).
Perché non vale nulla se non è una battaglia. Se non è qualcuno contro qualcun altro? Cos'è la politica se non si menano mazzate? Mica è come negli stadi che ci sono i Daspo e la tessera del tifoso? Ma no. Gli ultras non sono buoni negli stadi, in politica sono una cosa grandiosa. Il nuovo contro De Mita, l'amore contro D'Alema, Verdini contro la casta (ops scusate. No questa non mi è venuta bene, non sono mica un genio come Jimmi Messina io. Forse il vecchio Jimmi direbbe Scalfarotto contro la casta. Manco Scalfarotto cotro Scalfari che Eugenio, in fondo, vota sì proprio come il suo amico, il nostro caro vecchio Giorgione).
E allora tu vai per strada e la gente ti addita e ti urla "vergogna". Tu ci rimani male, però allarghi le braccia e dici "e lo so, stamattina mi sono pettinato proprio male", ma quelli, invece, ti rispondono: "ma no, che c'entra? Tu voti insieme a Casapound.Vergogna!" Allora a quel punto tu dici: "che?". Perché tu, nella tua vita, hai fatto di tutto e hai fatto pure un sacco di stronzate però proprio questo problema non te lo sei mai posto: "che cosa ne penserebbe Casapound". No, è proprio una di quelle cose di cui non te n'è mai fregato un cazzo e a chi dice queste cazzate lo prenderesti a calci in culo, perché hanno il coraggio nientemeno di trasportare nel dibattito pubblico Casapound, quando una delle pochissime cose sensate di questo triste mondo è che, storicamente, di quello che pensa e che dice Casapound non frega una benedetta minchia a nessuno.
Fatto sta che, non appena te li sei tolti dai gabbasisi, spunta qualcun altro che dice: "eh, ma tu se voti no spiani la strada alla destra populista, ai Trump d'Italia, a Salvini, al M5S. Non l'hai capito dove siamo? Renzi non ha alternative."
E allora io, dopo che obiettivamente me le hanno fatte davvero alla scapece tra abolizioni del Cnel, diminuzioni di numeri dei politici, superamenti di bicameralismi paritari, riforme di Titolo V, e dall'altra parte, di combinati disposti, di bicameralismi confusi, di articoli 70, di schede del Senato, mi alzo e dico: "Bravo. Siamo nella merda. Ed è proprio per questo che, quando si sta nella merda, tutto si fa tranne che cambiare la Costituzione. Perchè la Costituzione (se non sapete quello che è e non avete capito un tubo quando ve l'ha spiegato Zagrebelski, impegnatevi un po' di più e leggetevelo bene, pure su Internet, che io certo non perdo tempo a rispiegarvelo) è proprio quella cosa che ci salva in circostanze come queste. Quando il Parlamento è ridotto in queste condizioni, quando i partiti sono alla frutta, quando la pratica politica è arrivata al punto di degenerazione che ognuno di voi ha davanti agli occhi e, se non lo vede, non posso che avere pietà di lui. Già, pietà, proprio come disse De Mita a Renzi nel famoso dibattito. Perché non si può avere altro che pietà di uno che, nel pieno empito e impeto della sua famigerata brama di "asfaltatore", si va a scegliere come bersaglio un vecchio di 88 anni, ex leader di un partito che non esiste più da almeno 25 anni. Bah. 
La legge fondamentale non me la faccio certo cambiare da questi, che vogliono prendere il Senato della Repubblica e non hanno manco ancora capito bene se vogliono trasformarlo in un'allegra sezione del dopolavoro ferroviario, in un ente per l'organizzazione delle sagre di paese o, magari, in un ridente salone in cui organizzare tornei di Texas Hold'em. Perchè dice che bisogna superare il bicameralismo perfetto, perchè dice sempre che il problema che fanno una massa di leggi schifose e non fanno una legge degna di questo nome, dipende dal fatto che c'è l'annoso problema della navetta tra Camera e Senato. Poveretti. Come no. 
E poi sono partiti che questa era la riforma che voleva Berlinguer, poi dice che era la riforma che voleva Berlusconi nel 2006, ora dice "come fanno a non votarla gli elettori della Lega e dei 5S che qui dentro ci sono tutte quelle belle cose che loro chiedono da anni." Ma andate a cagare" ( cit. Max Gazzè, la favola di Adamo ed Eva).
Sapete che vi dico? Io mi tengo la nostra Legge fondamentale senza che ci mettiate voi mano. Solo essa, la nostra Costituzione, ci può salvare prima che questa melma travolga tutto. Perchè ci vorrebbe solo e soltanto una bonifica. Di pensiero, di idee, di politica. Presto o tardi che sia, ma prima che arrivi di nuovo qualcuno come tanti anni fa che poi le "bonifiche" le fa lui. A modo suo. Perchè vedete, non a caso, questa è proprio una Costituzione antifascista. Se mi voglio salvare dai nuovi fascismi, proprio come dite voi, non posso fare niente di meglio che tenermi la nostra Costituzione antifascista. Mi dispiace, ma a voi dico no.

giovedì 27 ottobre 2016

Quando Arrigo arriva al Milan


Arrigo aveva dovuto rinunciare presto all’idea di diventare un grande calciatore. Eppure ci aveva provato proprio come ci poteva provare uno come lui, mica per scherzo. Ancora non l’aveva tirata fuori, quella parola che è diventata un approdo sicuro per tutti i contemporanei teorici del pallone, dispensatori di saggezza e di purezza applicate al pensiero calcistico, quando il loro tenace impegno speculativo si avventura in mare aperto, ingarbugliandosi in complicati grafici di linee, di diagonali, di triangoli, infilandosi in ambiziose rappresentazioni numeriche di moduli, nella faticosa ricerca di una fonte di significato, di un’unità concettuale da cui tutto derivi e a cui tutto possa essere ricondotto. Ed allora, in un puro slancio fideistico, dicono intensità. L’intensità è ciò che tutto fa nascere, ciò che tutto trasforma, e ciò verso cui tutto si muove. Il motore immobile del calcio secondo loro. Eppure quando, circa trent’anni prima, proprio Arrigo la tirò fuori per applicarla in un contesto che ad essa risultava sconosciuto, sembrava una pezza messa lì per caso, in mancanza del pezzo originale.
Ecco, quando da giovinotto di ricca famiglia, Arrigo calcava i campi dilettantistici romagnoli l’intensità non gli mancava affatto. Pur non contemplandola ancora da un punto di vista teoretico, ce la mise tutta. Mancavano i piedi adeguati e, pur con tutta la buona volontà e la massima tenacia speculativa applicabile, questo dettaglio risultava un problema insolubile.
Eppure mordeva le caviglie avversarie, il giovane Arrigo. Rincorreva il proprio avversario senza tregua. Rispondeva al più classico modello di terzino marcatore, proprio uno dei bersagli preferiti della sua furia da Savonarola, che si abbatterà sul calcio italiano nella sua vita futura. Non mollerà nessun attaccante e neanche il Fusignano, squadra della città in cui era nato. Inizierà a giocare a 18 anni, circa due anni prima di iniziare a guidare la sua Porsche, e continuerà fino a 33, fin quando ne aveva in corpo. Poi si convinse che era il caso di spostare in un’altra direzione la sua fervente energia. E così, lavorava per la fabbrica di scarpe del papà, girava il mondo e studiava il calcio, con la stessa intensità che sempre e ovunque lo contraddistingue, non mollandolo per un attimo, proprio come aveva provato a fare con gli attaccanti avversari. In particolare si appassionò al calcio olandese, all’Ajax, all’Olanda di Rinus Michels una delle più affascinanti squadre di tutti i tempi. Soprattutto una di quelle squadre che avevano fatto parlare il mondo, prestando il fianco al furore teoretico di tutti quegli innamorati del pallone, cui era tendenzialmente sottratto il piacere di sublimare nella pratica il loro amore e, quindi, cercavano nella teoria quel surrogato che potesse essere atto a soddisfarli.
Il riferimento che lo stesso Sacchi ammette e che cita personalmente, è l’Ajax di Stefan Kovacs, squadra che vinse due coppe dei Campioni nel 1972     e nel 1973. L’allenatore rumeno raccolse l’eredità proprio di Rinus Michels e, contando su una generazione di calciatori straordinari, perfezionò un meccanismo di gioco effettivamente rivoluzionario per l’epoca. Pressing, difesa alta, sincronismi consolidati, una squadra che consisteva in una pura entità collettiva, piuttosto che la banale composizione della sommatoria delle proprie singole parti. Lo chiamarono calcio totale proprio perché si fondava sull’idea che tutti i calciatori fossero messi nelle condizioni di partecipare ad entrambe le fasi di gioco. Tutti dovevano partecipare all’azione di attacco, tutti dovevano collaborare alla fase difensiva. Per rendere possibile ciò, ovviamente, c’era bisogno di una preparazione fisica e di una condizione atletica curata nei minimi dettagli. Prima Rinus Michels, poi Kovacs, grazie a calciatori straordinari come Krol, Neskeens, Haan, Rep e al fuoriclasse Cruijff, diedero vita a questa fantastica idea di squadra.
Quando, dieci anni dopo aver terminato la sua carriera di calciatore dilettante, arriverà l’occasione della sua vita, per Arrigo essa sarà soprattutto l’occasione di essere lui a poter creare una squadra come quella. Fossati l’avrebbe definita la costruzione di un amore. Assoluto al punto da divenire lacerante, frustrato in gioventù da un problema tecnico, senza possibilità di raggiungere l’appagamento per insuperabili, invincibili limiti personali. Un amore che più sfugge e più ti condanna a vivere nella sua ricerca, nel perenne e ossessivo desiderio del suo appagamento. L’occasione della sua vita, l’occasione per creare una squadra come l’Ajax erano soprattutto l’occasione per continuare a rincorrere un amore e il suo impossibile appagamento.

lunedì 3 ottobre 2016

A 3 anni e mezzo ho visto Maradona


Era una domenica pomeriggio di inizio primavera, illuminata delicatamente dal sole. Per come me la ricordo, perché sinceramente non è che ne abbia un ricordo particolarmente nitido. Doveva essere per forza una domenica pomeriggio, considerato che se non era domenica pomeriggio a quei tempi non esisteva partita di serie A che poteva avere vita. A meno che non si trattasse di caso particolare puramente eccezionale, come quello prodotto da maltempo o impedimenti di natura affine, aventi la straordinaria qualità di far rimandare la disputa della gara, tanto da costringere la Lega a fissare una data alternativa, idonea a recuperarla. Non era quello il caso.
L’avversario doveva essere per forza l’Ascoli, perché avevano la maglia a strisce bianconere e non erano la Juventus. Lo stadio doveva essere pieno, se non addirittura stracolmo, perché mio padre mi teneva stretto, nello spazio del gradone davanti alle sue gambe divaricate, e tutt’intorno erano una ressa tremenda e un casino esagerato. Tanto che finii praticamente per non vedere un cazzo. Questo lo ricordo perfettamente. Davanti a noi c’era una specie di balaustra. Eravamo finiti a sedere sul primo gradone dei distinti superiori, appunto appena dietro la balaustra. Ricordo, però, prima dell’inizio della partita, quando lo stadio fece il primo boato e mio padre mi prese in braccio per farmi vedere lui.
Maradona, durante il riscaldamento, era giunto a palleggiare proprio nella zona di campo più vicina ai distinti (che comunque, ad onor del vero, mi appariva piuttosto lontana) e a salutare i suoi adoratori. Ricordo una massa di ricci, ricordo la gente intorno a me che mi guardava e che mi sorrideva felice. Ricordo che partì quel coro.
Poi, della partita, non ricordo un cazzo. Solo che finì 1 a 1. I gol, chi li ha visti? O può darsi anche che li vidi, ma la mia mente non li possiede affatto. Ricordo però chi li fece. Per loro segnò Cantarutti, che mi rimase impresso perché pensai che questo tizio aveva un cognome ben strano. Che poi, tra l’altro, riguardo ai rutti mi avevano doviziosamente istruito che si trattava di una cosa sconveniente. Una di quelle cose proibite. Questo, oltre ad aver avuto la scostumatezza somma di aver segnato al Napoli, una crudeltà pura nel giorno che avevano portato allo stadio un bambino di 3 anni e mezzo, aveva pure un cognome che era un incitamento bello e buono alla trasgressione più bieca. Perché non è che dice “mi è scappato un rutto”, che può anche succedere. Questo addirittura pretendeva che uno i rutti li cantasse. Brutta storia, più o meno pensai in quel momento storico.
Destino volle che a mettere e cose a posto ci pensò ovviamente lui. Il gol del pareggio, a pochi minuti dalla fine, lo fece Maradona. E non me lo ricordo neanche questo. L’ho visto dopo.  Scatto sul filo del fuorigioco, pallone addomesticato col petto appena dentro l’area, ancora spalle alla porta, e girata repentina col destro che supera il portiere in disperata uscita. Ricordo solo che un casino del genere non pensavo potesse esistere nella realtà. Ricordo che mio padre mi sollevò in aria e nella mia mente rimane fissa ancora oggi l’immagine dei compagni di squadra che si buttano addosso a Diego, mentre lui faceva dei salti incredibili in aria, e lo abbracciano. E tutti insieme si abbracciano, mentre mio padre e zio Pasquale, suo fratello, abbracciano me. E io a un certo punto comincio ad avere paura, ma veramente e non per modo di dire, che lo stadio si spacchi e facciamo tutti la spaventosa fine delle botte a muro. Per fortuna la partita era quasi finita e in non più di 10 minuti ne uscimmo sani e salvi.
L’immagine, tuttavia, che misteriosamente ricordo meglio di qualunque altra è quella di una giovane donna, con gli occhi azzurri, che sembrava interessarsi molto più al caso di quel bambino così piccolo e così sovrastato dal casino di uno stadio che alla partita in sé. Guardò me molto più di quanto guardò Maradona e a un certo punto mi offrì pure un biscotto. Che io presi. Loacker.
Questo è ciò che un bambino di 3 anni e mezzo ricorda di una partita di calcio allo stadio San Paolo. Prendetelo come fosse il risultato di un esperimento scientifico, sebbene si tratti di me, che pareva non interessarmi nient’altro che il pallone e che Maradona era l’unico supereroe che conoscevo e a cui volevo bene profondamente.
Quella canzoncina, tuttavia, mi rimase nella testa. O mamma, mamma, mamma, o mamma, mamma, mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona. We mammà, innamorato so. La cantavo in macchina, tornando a casa, sul sedile di dietro della 127 rossa di mio padre e lui e suo fratello ridevano e cantavano con me. La cantai a mia mamma, appena tornato a casa e lei mi disse, nel suo dialetto capaccese: “Uhhh. Cu’ stu Maradona!”. Non bastò certo a smorzare il mio entusiasmo. A lei il calcio non interessava per niente e credo proprio che Maradona gli andasse ben poco a genio. E a me, tra l’altro, sembrava pure che fosse giusto proprio così.