giovedì 31 dicembre 2015

Brevissimo discorso di fine anno

Mi accingo ad un informale quanto breve discorso di fine anno, articolato in tre punti. Il primo di levatura nazionale, gli altri due di stretta osservanza personale.
1) Stasera, finalmente, in molti saremo costretti ad accorgerci per la prima volta che Mattarella è il Presidente della Repubblica. E questo solo dopo che ci saremo accorti che egli esiste davvero. A meno che non si esima anche dal discorso di fine anno. E a quel punto la sua elezione acquisirebbe davvero ed effettivamente un significato. Simbolico.
2) Quest'anno, per me nefasto non più non meno degli altri, ha rappresentato (sempre e solo per me) l'anno in cui sono stato più ispirato. Figuriamoci gli altri. Tranne la stagione 90/91, in cui sradicavo le porticine dei campi di calcio a 7 per pulcini della provincia salernitana, con la sola forza del mio piccolo sinistro e con l'intermediazione di un pallone.
3) Volevo dire a Liudmyla, anche se temo drammaticamente che non mi legga, che, in fondo, non è manco che mi frega molto di lei. Il suo significato nella mia vita è paragonabile a quello di Mattarella come Presidente della Repubblica, qualora si esima dal suo discorso di fine anno. Simbolico. Myla, come si faceva chiamare lei. 
Inoltre volevo dirti, Myla, che non è che io non sapessi perfettamente quello che tu saresti stata capace di fare. Lo sapevo perfettamente. E se io ho fatto quello che ho fatto era, appunto, per la mia sfida impossibile di vederti fare cose diverse da quelle di cui tu eri capace. Ovviamente ho perso.

martedì 29 dicembre 2015

Da un' e-news può nascere il soggetto per un film di fantascienza

Ho letto un' e-news. Senza sapere cosa fosse un' enews. Era il nostro Presidente del Consiglio che mi faceva gli auguri per il 2016 e mi ringraziava per il mio sostegno, spesso a distanza. Difatti lui e tutti quelli che leggono la sua e-news sarebbero parte di una grande comunità. Egli dice addirittura:  "Per me sentirmi parte di una grande comunità di persone che vogliono talmente bene all’Italia da provare a cambiarla è molto importante. Grazie davvero, cari amici delle Enews!"
Io che non sapevo cosa fosse un e-news, figuramoci se sapevo di far parte di questa meravigliosa comunità. Io che, tra l'altro, non mi ero neanche accorto di aver sostenuto un bel niente, qualunque fosse la distanza a cui mi trovavo. Distanza da cosa poi, neanche questo so. 
A rendere questo avveniristico scritto un enews (secondo lui) è il fatto che, il nostro Presidente del Consiglio, snocciola 15 punti, più altri 3/4 eventuali, che dimostrerebbero la straordinaria attività del suo governo ed evidenzierebbero quelli che lui definisce altrettanti storici successi, da esso ottenuti nella sua trionfale azione. 
E allora mi ha raggiunto l'ispirazione per il soggetto di un film di fantascienza. Non sono certo dell'originalità della mia idea, nè del suo effetivo valore cinematografico, tantomeno della sua forza narrativa. Eppure nella mia mente ha preso forma un organismo fantastico, una vita metafisica che comincia a dominare la nostra realtà fisica. Esso avanza inesorabile, scompaginando le nostre deboli difese. Cresce, cresce, continua a crescere abbracciando con i suoi spaventosi tentacoli immateriali i pezzi ormai scomposti e disconnessi della nosra società, dell'intera nostra civiltà. Questo organismo, pur essendo metafisico, è assolutamente privo di complessità. Il suo funzionamento e la sua struttura constano di una semplicità disarmante, quasi primitiva. L'organismo ha un unico obiettivo e un'unica motivazione: il consenso. Ogni suo sforzo e ogni sua azione sono esclusivamente rivolti al suo scopo e alla sua motivazione unica e primordiale. Un consenso che si auto-alimenta da se stesso e che con  se stesso trae l'unica forza della sua spaventosa vita.  E così, mentre questo organismo vive, prospera  e diventa sempre più mostruoso e grande, il resto diventa sempre più piccolo e insignificante. Tanto che, alla fine, non ci sarà alcun altro organismo, alcun' altra forma di vita, nè metafisica nè fisica, in grado di conrastarlo. Il suo consenso sarà l'unica cosa che rimarrà e quando davvero non esisterà nient'altro, l'organismo esploderà in una specie di big bang al contrario, autodistruggendosi, perchè non avrà più assolutamente nulla da cui trarre consenso.

mercoledì 23 dicembre 2015

Qualche altro stereotipo calcistico sparso qua e là

Mi tocca tornare sull'argomento, perchè sento di essere stato tuttaltro che esaustivo. Mancini rappresentava solo un esempio. Non può bastare. Mi sentirei come uno che voleva indicare la luna, ma quando ha alzato il dito ha rischiato di "cecarsi" un occhio, tanto che alla fine la luna non l'ha vista neanche lui. Figuriamoci se hanno potuto vederla coloro a cui aveva l'intenzione di indicarla. 
A questo punto mi sono trovato dinanzi a due alternative. O la piantavo lì, rimanendo ineluttabilmente insoddisfatto e, oltretutto, rimanendo col dubbio di aver portato pure un po' di sfiga a Mancini. Ho vissuto con costernazione, infatti, che il tecnico jesino, qualche giorno dopo il mio post, sia andato incontro alla rottura del menisco sui campi della Pinetina. E ho assistito con sconcerto domenica sera alle estemporanee esibizioni di Felipe Melo, che ha inopinatamente fatto confusione tra lo stadio San Siro e la sala del Circo Togni, sfoderando un paio di numeri tanto fantasiosi quanto efficaci nel produrre la sconfitta dell'Inter. Un' Inter che, la sera in questione, era apparsa bruttina e piuttosto sconclusionata già di suo.
La seconda alternativa (quella verso cui mi sono inevitabilmente proteso) era allargare ed ampliare il discorso, coinvolgendo altre squadre e altri uomini. 
La Roma è la squadra di questi tempi finita nell'occhio del ciclone. Non che si tratti di una novità, anzi. Potremmo definirlo un avvenimento ciclico, inscritto nell'andamento generale e regolare del calcio romano. Fatto sta che il momento è davvero delicato. Garcia ormai è più fuori che dentro e ha abbrancato un gol di Florenzi come fosse una bombola d'ossigeno, attraverso cui continuare disperatamente a respirare. Perchè in questi casi, si sa, l'allenatore sta messo molto peggio del maggiordomo nel più prevedibile dei gialli. Infatti, in giro si sente dire:
1) La Roma ha un organico di grande spessore, forse inferiore solo alla Juve. Sabatini è un genio. Una garanzia. Quello che non va è il manico. Garcia sta distruggendo la squadra.
La realtà, casualmente, a me pare più complessa. Innanzitutto, prima di entrare nel merito, giova mettere in evidenza come tra coloro che portano avanti questa tesi ci siano molti di coloro che, prima dell'arrivo di Garcia, avevano sbertucciato Luis Enrique. A costoro lo spagnolo era apparso pressapoco un venditore di fumo, comunque un personaggio inadeguato a guidare una squadra di calcio "in una piazza come quella di Roma". L'anno seguente avevano accolto i risultati straordinari della Roma di Garcia come la chiara evidenza della discesa dalla Francia del messia direttamente sulla panchina giallorossa. Il mondo però, purtroppo lo sappiamo bene, è un posto ben strano. E allora l'anno scorso accade che Luis Enrique si siede sulla panchina del Barcellona e vince tutto, ma proprio tutto quello che c'era da vincere. E la Roma di Garcia comincia a balbettare, pur chiudendo comunque (giova ricordare anche questo) la stagione al secondo posto.
Veniamo ai fatti. Indubbiamente la squadra giallorossa ha patito un'involuzione netta e per certi aspetti sconcertante. Garcia vive momenti di sospetta confusione, in cui sembra perdere il bandolo della matassa, benchè la squadra in termini di risultati riesce comunque a non franare. Come mai? Proviamo ad entrare meglio nel dettaglio. 
Innanzitutto va riconosciuto che la Roma si fonda su un'intelaiatura di organico piuttosto pregiata. De Rossi, Pjanic, Naingoolan rappresentano una linea mediana ben assortita e di notevole valore. Salah e Gervinho sono due tra gli esterni offensivi più efficaci del nostro campionato. I meriti di Sabatini sono indiscutibili. Aveva portato in dote alla squadra giallorossa anche Strootman e Castan, due colonne della versione più convincente della Roma di Garcia, ma la sfortuna glieli ha sottratti. Potesse contare su questi due giocatori pienamente in forze, certamente la Roma sarebbe oggi un'altra squadra. La questione, però, può essere illuminata anche da altri angoli. Per esempio riconoscendo di non poter attribuire a Sabatini la replica dei suoi successi nelle operazioni di mercato realizzate negli ultimi due anni. Aveva magistralmente comprato Benatia e il primo anno di Garcia, in tandem con Castan, l'algerino aveva reso la difesa giallorossa pressochè impenetrabile. Venduto l'algerino, coloro che sono stai scelti per rimpiazzarlo si sono mostrati neanche lontanamente all'altezza del compito. Si è rivelato un buon difensore Manolas, Rudiger lascia intravedere margini di crescita, ma la qualità del reparto non è lontanamente paragonabile a quell'altra. Alla luce di ciò, risulta controversa anche l'operazione Romagnoli, probabilmente consigliabile e consigliata dal punto di vista finanziario, ma assolutamente scriteriata dal punto di vista tecnico. Tanto più che la cifra incassata per Romagnoli, risulta piuttosto simile a quella investita per Iturbe l'anno precedente. Operazione, in questo caso, sicuramente deleteria da entrambi i punti di vista. Quello finanziario e quello tecnico. Aggiungiamo che, allo stato, Dzeko rappresenta un flop. Integriamo queste considerazioni con l'affaire Gervinho. L'ivoriano arrivò nello scetticismo generale per pura ed esclusiva volontà di Garcia e risultò l'arma letale della Roma fin dall'inizio. Quest'anno era il primo che si sarebbe voluto sbolognare, poi pare lui abbia rifiutato un paio di trasferimenti, Garcia si sia scrupolosamente prodotto in opera di convincimento ed ora l'ivoriano rappresenta, ancora, l' autentico elemento imprescindibile per l'attacco. 
Come si vede, la Roma ha effettivamente qualche problema, ma meriti e demeriti andrebbero distribuiti quantomeno più equamente.
2) Il Napoli quest'anno è un'altra squadra, perchè Sarri è uno che lavora meticolosamente e indefettibilmente sul campo. E il rendimento della squadra è invariabilmente il frutto di questa sua idea e questa sua metodologia di lavoro.
Non mi azzarderei mai a provare a confutare la prima parte di questo assunto. Sarri è un allenatore di indubbie capacità, che ha costruito la credibilità di cui oggi gode grazie al lavoro, alle conoscenze e alle competenze. Il resto è un però. E il però è che tutto il lavoro fatto da Sarri sul campo a partire da luglio fino a settembre, meticoloso e indefettibile, verteva su un'idea di gioco piuttosto distonica rispetto a quella attuale.
Sarri aveva nella mente e nel cuore il 4 3 1 2. Con questo modulo si era costruito la sua credibilità ad Empoli e con questo modulo aveva tutta l' intenzione di prodursi anche a Napoli. Nonostante ai più paresse un abominio costringere Mertens o Callejon a giostrare da seconda punta, piuttosto che da esterni d'attacco come erano naturalmente portati a fare. Nonostante ai più paresse uno sproposito voler costringere Insigne a mimetizzarsi in trequartista. Sarri non voleva sentire ragioni. Lessi anche un'intervista di Mondonico, in cui oltre a queste ovvie considerazioni, il Mondo esprimeva perplessità rispetto all'interpretazione del ruolo offerta da Valdifiori, portato al lancio e alle aperture di gioco, caratteristiche che richiedevano giocatori disposti alla corsa e al movimento senza palla. Il Napoli aveva, invece, straordinari interpreti nell'uno contro uno, calciatori che volevano la palla nei piedi, per puntare l'uomo e creare gioco. 
Eppure il Napoli partì così e così arrivo all'inizio del campionato. 4-3-1-2 e Valdifiori regista. Un mezzo disastro. Complice una condizione atletica ancora approssimativa. Eppure i nodi risultavano evidenti. Aggravati da fatto che, in questo modo, la difesa non risultava abbastanza protetta. Perchè le fasce risultavano piuttosto sguarnite e Valdifiori non rappresentava il vostro classico frangiflutti davanti alla difesa. Finchè, un giovedì di coppa, un po' per caso, un po' per necessità successe che giocò Jorginho al posto di Valdifiori e il 4 3 1 2 fu sostituito da un 4 3 3 che vedeva Callejon fare il suo ruolo sulla destra e Mertens il suo sulla sinistra. Come per incanto si formò la coppia Hisay- Callejon sulla destra che dava ampie garanzie in fase di copertura e Ghoulam-Insigne/Mertens sulla sinistra che risultava devastante in fase di spinta. Non disdegnando la fase opposta su entrambe le fasce, all'occorrenza. Jorginho col suo gioco corto e con la sua qualità superiore rispetto a Valdifiori cominciò a risultare ideale per far girare la squadra, Allan cominciò a entrare in forma e a correre come un matto abbinando grande efficacia negli inserimenti e un impagabile lavoro d'interdizione e, come per incanto, anche Albiol e Koulibaly cominciarono a fare la loro porca figura. 
In conclusione, bravo Sarri. Il lavoro sul campo, però, l'aveva pensato piuttosto diverso e per quasi tre mesi l'aveva fatto proprio come l'aveva pensato. Con risultati discutibili.
3) Paulo Sousa è l'allenatore che è riuscito con più forza a dare la propria impronta e la sua squadra è quella che ha mostrato il salto di qualità più evidente.
Calma. Questo punto è davvero più interessante, perchè racchiude il senso, o meglio, il non senso di molti discorsi che si fanno riguardo al calcio.
Rimane fermo che la Fiorentina è la squadra che ha mostrato il salto di qualità più evidente rispetto allo scorso anno. Proviamo, però, a muovere il punto secondo cui il merito di ciò sia da attribuire alla genialità di Paulo Sousa. Cominciamo con il dire che, tra le squadre di vertice, la Fiorentina risulta quella che pare soffrire maggiormente il turn over o, più nello specifico, l'assenza di determinati giocatori in  campo. Il Napoli, per esempio, denuncia un notevole gap tecnico tra i calciatori titolari e quelli che siedono in panchina. Ciò non gli ha impedito di sommergere gli avversari in Europa League sotto una valanga di gol, con le proprie riserve in campo. La Fiorentina in Europa League ha fatto abbastanza fatica. Si dirà che il girone del Napoli fosse più facile. Probabile, Eppure il Lech Poznan nel campòionato polacco ha fatto 12 punti in meno del Legia Varsavia che il Napoli ha sommerso di gol, ma la Fiorentina ci ha perso in casa 1 a 2. 
La prova più evidente di quello che sostengo è, però, da ricercare in campionato. Anche in campionato, quando Paulo Sousa ha tenuto a risposo qualcuno dei suoi titolari sono affiorate le difficoltà. Focalizziamoci su una partita specifica. Fiorentina-Empoli di un mesetto fa. Primo tempo fuori alcuni titolari tra cui Kalinic e Bernardeschi. Due a zero per l'Empoli con i viola presi a pallonate. Secondo tempo dentro Bernandeschi e Kalinic. 2 a 2 con doppietta di Kalinic. Ecco, ho come il sospetto di quali siano le motivazioni dietro il salto di qualità della Fiorentina. Fosse tutto merito della genialità di Paulo Sousa, non si vedrebbe perchè se gioca Babacar (tra l'altro sicuro talento) e non Kalinic la squadra non debba ugualmente fare faville. Invece le cose stanno diversamente. E stanno che l'anno scorso avevi un attaccante che veniva dal Bayern Monaco e aveva fatto caterve di gol ovunque, e praticamente giocava per gli avversari. Quest'anno hai uno che arriva dal Dnipopetrovsk e che nessuno se l'è mai filato e segna come un assatanato e ti fa invariabilmente la differenza. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure noi di calcio parliamo, parliamo, parliamo, parliamo. Ma cosa parliamo a fare, che se c'è una cosa che è davvero bella in questo sport è che tutto è così maledettamente imprevedibile.

sabato 19 dicembre 2015

Giusto per parlare di un film brutto

Il nome del figlio di Francesca Archibugi è un film privo di motivi d'interesse. La trama è inconsistente, inconcludente e irrilevante, pur essendo pretenziosa, saccente, presuntuosa, vanagloriosa addirittura. I personaggi sono uguali alla trama, compenetrandosi ad essa in un perfetto e inscindibile legame osmotico, tanto che sarebbe grammaticalmente scorretto distinguere le due cose. I personaggi sono la trama, la trama sono i personaggi. La famiglia Pontecorvo. Non si tratta di persone comuni. I Pontecorvo si elevano notevolmente al di sopra della gente comune e la loro elevazione è generalmente riconosciuta. Derivante dal patriarca che non c'è più, Emanuele Pontecorvo, mitica figura di un ex parlamentare comunista, di cui si capisce poco, tranne il fatto che aveva il vizio d'ubriacarsi e che la sua dipartita aveva lasciato dietro di sè un imponente alone di deferenza.
Volesse rappresentare, il film, la pochezza e l'inconsistenza della classe agiata, la sua inadeguatezza a configurarsi e a rappresentare l'elite del Paese, allora avrebbe raggiunto mirabilmente il proprio obiettivo. Invece l'obiettivo non era quello. E il compiacimento con cui questi personaggi e questa trama vengono accompagnati dalla macchina da presa, lo testimonia. Un compiacimento che, non di rado, degenera addirittura in benevolenza, in ammiccamento complice. Le intenzioni risultano chiare. A renderle addirittura trasparenti è un personaggio in particolare. Simona, la moglie del Pontecorvo interpretato da Alessandro Gassman. La donna, di umili origini, è l'intrusa sia nella famiglia Pontecorvo che nella sfera sociale posta ad auto-riferimento nel film, interpretata dalla moglie di Virzì, al secolo Micaela Ramazzotti. Lei rappresenterebbe la gente comune, nata in una borgata povera. La società bassa. Simona è bella ed ignorante. Indovinate che fa Simona? Si sposa il rampollo della famiglia bene e poi scrive un libro che vende migliaia di copie. Un successone letterario. Che suo marito non ha letto e che, in gran parte, lei non ha neanche scritto, ma se l'è fatto scrivere. Anche qui, il film volesse rappresentare il degrado morale e culturale del popolo allora avrebbe raggiunto grandiosamente il proprio obiettivo. Invece le intenzoni sono nettamente divergenti. Simona viene rappresentata con lo stesso compiacimento, la stessa benevolenza degli altri personaggi. Fino ad emergere quasi trionfante nel finale dando alla luce la bambina che ha nel grembo, che pareva un maschio e invece alla fine è una femmina, non prima di aver imposto una presunta sensibilità e umanità che la farebbe spiccare sugli altri personaggi. Nelle intenzioni. Perchè, nei fatti, l'unica cosa che risulta trionfante è la banalità. In un'ora e mezza in cui non ci si fa altro che parlare e parlarsi addosso, citando perfino Kant, non  ne viene fuori una singola frase che abbia la parvenza dell'intelligenza. Che strazio. Noia e irritazione. La strada per un film raccapricciante è lastricata di cattive intenzione. 
E vogliate scusarmi se ne parlo dopo un anno dall' uscita nei cinema, ma non pretenderete mica che una boiata del genere me la sia andata a vedere al cinema? L'hanno fatto ieri sera su Sky e una certa ragazza non aveva voluto uscire con me.

domenica 13 dicembre 2015

Un esempio di stereotipo calcistico

Sarà per il fatto che il calcio non è una scienza. Dovessimo, infatti, applicarvi il principio di falsificabilità popperiana, saremmo costretti a rimodulare, se non addirittura, capovolgere completamente qualsiasi assunto a distanza neanche più di una settimana, ma a distanza di tre giorni. Il tempo di un'altra partita e quello che avevamo sentenziato e stabilito la partita precedente non vale più, se non vale esattamente il contrario.
Sarà per il fatto che il calcio è un fenomeno clamorosamente popolare e che il popolo ha bisogno di credere in qualcosa, ha bisogno di saziare la sua fame d'illusioni, di entusiasmi, di certezze. Specie in tempi in cui altri tipi di fame ben più prosaiche, primarie e fondamentali faticano a trovare legittima soddisfazione.
Sarà che le tv e i giornali sono piene di cialtroni.
Fatto sta che nel calcio gli stereotipi abbondano. Fatto sta che nel calcio vi è la rappresentazione più nitida di quanto gli stereotipi abbiano la caratteristica di contrabbandare una visione della realtà contraffatta e fasulla. 
Di esempi ne avrei piene le mani. Ne prendo uno a caso. E neanche tanto a caso, lo prendo perchè oltre a significare di per se stesso, permette di allargare il discorso illuminando un principio generale.
L'esempio che prendo è lo stereotipo di Mancini allenatore. Analizzandolo e sviscerandolo si riesce a fare luce su uno dei capisaldi degli stereotipi calcistici: la concezione della figura dell'allenatore, nella sua visione mainstream completamente obnubilata e taroccata.
Proviamo ad andare per punti: 
1) Mancini è bravo soprattuto a farsi comprare i giocatori più forti e far spendere tonnellate di soldi ai suoi presidenti.
Lo stereotipo si fonda, probabilmente, sul fatto che egli è stato l'allenatore per 3 anni di una delle squadre più ricche del mondo, il Manchester City degli sceicchi. La pura constatazione della realtà, e la semplice consultazione dei numeri porterebbe, tuttavia, a considerare che l'allenatore che l'ha succeduto su quella panchina ha usufruito di investimenti monetari da parte degli sceicchi all'incirca 5 volte superiori a quelli di cui ha usufruito Mancini. Tanto è vero che, solo quest'estate, il Manchester City ha effettuato acquisti di calciatori per un monte complessivo di 203 milioni di euro. Se ne ricava che se Mancini fosse bravo soprattutto a far spendere soldi ai propri presidenti, allora Manuel Pellegrini chi sarebbe? Un concentrato in un'unica forma umana di Messi e  Cristiano Ronaldo nell'arte di farsi comprare i giocatori? Tuttavia questo falso stereotipo regna al punto che viene contrabbandato per vero anche rispetto all'attualità. Risulterebbe che l'attuale Inter di Mancini sia il portato delle spese folli e di una campagna acquisti faraonica effettuata quest'estate.
Ebbene, agli atti risulta che l'acquisto più costoso dell'Inter quest'estate è stato Kondogbia, pagato milione più milione meno i soldi che l'Inter ha incassato dalla cessione di Kovacic. E agli atti risulta anche che Kondogbia sta facendo panchina e in campo ci vanno Medel, acquisto voluto da Mazzarri e sbertucciato dai più, Melo pagato un pugno di monete e sbertucciato dai più ancora.
Risulta poi che, in ordine di valore monetario, il secondo acquisto più oneroso è quello di Perisic. Per il croato l'Inter si è impegnata complessivamente a versare, milione più milione meno, quello che ha incassato dalla cessione di Shaquiri allo Stoke City.
E risulta ancora che l'obiettivo primario in quel ruolo, per Mancini, era Salah e che alla fine Salah è andato alla Roma, perchè l'ha pagato di più, e all'Inter, invece, è arrivato in prestito un giocatore scartato dalla Roma che si chiama Ljajic e che sta risultando uno dei migliori della squadra nerazzurra.  Non dimenticando, ancora, che risulta che il centravanti dell'Inter sia Icardi, pagato 12 milioni, mentre, per esempio, il centravanti del Napoli è Higuain, pagato 40 milioni. E il compagno di attacco di Icardi è Jovetic, preso ormai quando era ridotto ai margini del Manchester City e per il riscatto del quale l'Inter si è impegnata a pagare 17 milioni. La Juve ha comprato Dybala e l'ha pagato 40 milioni. 
2) Mancini è fortunato.
Per rispondere a questo stereotipo si dovrebbe elencare una serie di episodi sfortunati di cui Mancini è stato vittima. Che sicuramente esistono, come esistono nella vita di ognuno di noi. Se ne fossi a conoscenza. Tuttavia non ne sono. Sono però certo che chi conosce davvero il calcio sa che la fortuna è una componente indubbia nel decretare i successi e gli insuccessi di uomini, carriere e  squadre di calcio. Se si assume che sia decisiva allora tanto vale evitare proprio di parlarne, di calcio. Stereotipi compresi. E queso concetto, come vale per il calcio, vale pure per la vita in generale. Mi limito solo a considerare che certi criteri secondo cui si valuta la fortuna o la sforuna sono non solo arbitrari, ma del tutto illogici. Giusto per dirne uno, se il portiere della tua squadra fa grandi parate non è che sei stato fortunato, è che hai un gran portiere. In Napoli-Inter Reina all'ultimo minuto ha compiuto un miracolo su Miranda e non è che il Napoli è stato forunato, è che il Napoli ha un grande portiere. E lo stesso vale per l'Inter quando le parate le fa Handanovic. Così come le grandi giocate di un difensore, di un centrocampista e di un attaccante, non implicano ipotetiche fortune, ma stanno semplicemente a testimoniare l'abilità dei calciatori.
3)  Mancini è più un selezionatore che un allenatore. Le sue squadre sono prive di un'organizzazione tattica evoluta e si basano solo sulle capacità individuali dei calciatori.
Per dimostrare l'infondatezza di questo stereotipo si potrebbe partire dall'analisi della Lazio allenata da Mancini e ci si potrebbe focalizzare sulla sua esperienza al Manchester City, ma non è necessario. Anche questo stereotipo ha una valenza così imperativa da essere contrabbandato come avvalorato nell'attualità dell'Inter, oggi prima in classifica. Ed è quindi proprio riguardo all'Inter che tocca focalizzarsi.
Orbene, l'Inter si presentava a giugno come un cumulo di macerie su cui bisognava costruire in tempi frenetici una squadra non solo competitiva, ma in grado di posizionarsi ai vertici del calcio italiano. Ad oggi i nerazzurri sono primi in classifica. Non è detto ci rimangano fino alla fine, ma a me sembrano effettivamente una delle squadre di vertice del calcio italiano. Abbiamo appena finito di dimostrare che quest'obiettivo non è stato affatto raggiunto investendo vagonate di euro sul mercato. E allora come ci si è arrivati? Ci si è arrivati costruendo pian piano una squadra di calcio partendo da zero e procedendo a tappe. Mancini prima l'ha progettata, poi l'ha costruita partendo dallo spirito, dalla creazione di un gruppo di uomini tesi verso un unico obiettivo. Poi l'ha modellata secondo una struttura tattica, partendo dalle basi. Da quelle che si chiamerebbero fondamenta. Prima ha puntato sulla solidità della struttura. Quando l'ha resa stabile, infilando una serie di partite senza prendere gol,  allora ha cominciato a renderla più complessa, più sfarzosa, senza però dimenticare il principio base della funzionalità. L'Inter non è una somma di calciatori e neanche di uomini. L'Inter è una squadra. Che ha anche un'anima. Prova ne è che cambia, quasi sistematicamente, interpreti, talvolta anche moduli di gioco, ma la struttura rimane sempre riconoscibile e anche i risultati rimangono più o meno sempre uguali. In linea di massima vince.
Smascherato lo stereotipo, sviscerandolo in ogni sua parte, siamo giunti a quella che è l'essenza del ruolo dell'allenatore ed il senso del suo lavoro. L'allenatore è il demiurgo della squadra che allena. Deve tirarne fuori quello che essa ha di meglio. L'anima. E, in linea di massima, deve farla vincere.


mercoledì 25 novembre 2015

Un po' porno e un po' pop. Per quel pochissimo che io pop riesco ad essere, pur sforzandomi

Ascoltavo dalla radio Avril Lavigne cantare complicated e pensavo che a me le adolescenti piacciono molto. Grazie al cazzo direbbe qualcuno. E invece non c'entra niente. Non è un concetto così facile come appare. Tanto per cominciare, se state pensando al sesso siete stati sbalzati già fuori strada. Non è questo il momento. 
Se state pensando che Complicated sia una canzone decisamente mediocre e, tra l'altro, piuttosto trita, non posso certo darvi torto. Anzi, sono d'accordo. Eppure io ci trovo una forza dentro. Ed infatti questa forza non deriva dalla canzone in sé, ma da quello che c'è dentro. L'adolescenza femminile. In una ragazza di quell'età vi è una potenza primitiva, un'energia distruttrice e perciò creativa, una forza dirompente che si auto-alimenta e non trae carica da altro se non da se stessa. Non c'è bisogno di scrivere una bella canzone per liberarla e non c'è bisogno di scriverne neanche una brutta. Viene fuori da sé, spontaneamente. E piega ad essa modi, usanze e tradizioni che vorrebbero imprigionarla, strappa le camicie di forza dentro cui vorrebbero contenerla. In nessuna cosa è viva e pura la forza della ribellione, della contestazione, la spinta della libertà, come nel corpo e nell'anima di un'adolescente. Non c'è neanche nel corpo e nell'anima di un adolescente maschio. Sia perché, malgrado qualcuno ancora fa finta di non accorgersene,  i modi, le usanze, le tradizioni sugli adolescenti maschi tengono una briglia più larga. Sia perché gran parte di quell'energia negli adolescenti maschi viene sprecata. Per dirla con Jep Gambardella, a quell'età gli adolescenti pensano alla fessa. Ne sono attratti irreparabilmente, ridotti da essa in una condizione di subalternità. Immagino che anche le ragazze a quell'età pensino tantissimo al sesso, ma ci pensano senza sudditanza. Per loro il cazzo non è un totem. Anzi, è qualcosa di cui possono servirsi. Volendo. Mentre la fessa è insostituibile, investita di una potenza che trascende il fisico e diviene metafisica. Si capisce bene che le due diverse condizioni implicano un grado di libertà tremendamente squilibrato. 

martedì 17 novembre 2015

Espressioni strane, tipo: mutazione antropologica

Nel 2015 può succedere che citare Pasolini non sia più considerato tanto figo. In fondo lo è stato per molti anni. Ti abbandonavi all'ebbrezza di una considerazione sociologica, ci infilavi una citazione pasoliniana o anche solo un riferimento alla figura dell'intellettuale ribelle e passavi facilmente per un fine dicitore. Magari anche per un tipo interessante. Ora la moda pare sia cambiata. Pasolini non acchiappa poi così tanto. Sì, gli è rimasta un po' quella patina sacrale, per cui se un Muccino qualsiasi, il fratello più grande per la precisione, scrive su Facebook deprezzanti considerazioni sulle qualità registiche e sull'opera cinematografica pasoliniana, qualcuno insorge. Come a difendere una vecchia bandiera, ammainata, e quindi intesa inevitabilmente come cimelio. Le bandiere. Brutta cosa le bandiere, ogni volta che sventolano è una truffa.
Può succedere, sempre nel 2015, che io mi sieda sul divano di casa e mi metta a guardare un film americano. L'attore protagonista è quel tale che aveva interpretato Donnie Darko. Lo conoscono in tanti perché è stato un film di tendenza. Ti faceva sembrare figo, da giovane, se ti piaceva Donnie Darko. Io lo guardai e non ci capii molto. Non riuscii neanche a comprendere perché potessi sembrare figo se mi fosse piaciuto. O, almeno, se di quel film ci avessi capito qualcosa.
Di quest'altro film si è parlato molto meno. S'intitola Nightcrawler, in italiano lo sciacallo.  Dan Gilroy, il regista, ci ha vinto un premio americano. Egli è il fratello di un altro regista di nome Tony, che io non conosco, e con cui ha spesso collaborato come sceneggiatore. Questo film è la sua opera prima e il premio che ha vinto si chiama Indipendent Spirit Award ed è appunto un premio per il miglior film d'esordio nell'anno 2014. 
Il protagonista è un disoccupato, lui si definisce "privo di un'educazione formale", ma appare piuttosto sveglio ed è così che lui stesso si considera. Per fare soldi ruba rame, biciclette, altre cose a caso. Poi guidando con la sua macchina scassata incrocia, per strada, un'auto in fiamme. Due poliziotti tentano di tirar fuori la donna incastrata all'interno dell'abitacolo e due cameramen riprendono la scena. I poliziotti riescono nell'impresa e salvano la donna, ma il nostro è più interessato ai cameramen. Apprende che si recano sui luoghi in cui sono avvenuti incidenti, omicidi e tragedie o nefandezze varie, per filmare e vendere le immagini al tg che offre di più. Per il nostro disoccupato "privo di un'educazione formale" si tratta di un'illuminazione. Baratta una bicicletta rubata con una telecamera e comincia la sua avventura.
Lui è determinato, deciso, consulta internet da molto tempo, quasi quotidianamente, e così s'indottrina nelle materie più disparate. Lui sa quello che vuole. Lui avanza dove gli altri si fermano. C'è un ferito a terra con un colpo alla gola, un cameraman lo riprende da dieci metri, lui si avvicina e lo filma da sopra la testa dei paramedici che lo curano. Prima che lo caccino a pedate, ha filmato le sue immagini. E trova il compratore. Una donna (interpretata da Renee Russo) a capo di una testata tele-giornalistica diventa la sua Musa. Gli dice: " quando pensi al nostro Tg, pensa a una donna che corre per strada con la gola squarciata. Ti sarà più facile comprendere le immagini che ci servono". Una frase piuttosto banale, sicuramente stupida. Il nostro protagonista non la dimenticherà mai. Ha trovato il suo lavoro e ha trovato la sua missione.
Assume un collaboratore, ancora più disperato di lui ma meno determinato, niente affatto deciso e probabilmente meno incline a consultare internet. Lo paga 30 dollari a serata. Insieme filmano incidenti, omicidi, cercando di arrivare prima sul posto. O quantomeno più vicini. Cominciano a guadagnare. Per il nostro protagonista è l'ora dello step successivo. Vuole il riconoscimento sociale. Non solo. Vuole emendarsi dalla sua solitudine e vivere un rapporto di coppia. Lui sa quello che vuole e la donna che ha scelto è proprio la capa del tg. La sua Musa. Almeno un decennio più anziana di lui. La invita a cena, lei rifiuta, lui dice di essere pronto a vendere le sue immagini a un altro Tg. Gli "offre una scelta", sostiene. Così lei accetta l'invito a cena.
 A cena le "offre un'ulteriore scelta". Se accetta di diventare la sua donna, egli le assicura che sarà in grado di filmare immagini così sensazionali da permettere al suo Tg di sbaragliare la concorrenza e a lei, finalmente, di raggiungere il punto più alto della sua affermazione professionale. La donna pare disgustata. Il nostro protagonista sa quello che vuole e si è informato ben bene su internet circa le cose del mondo, ma il plot che si è scritto nella testa sembra essersi inceppato. Sembra. Un altro fatto di sangue è pronto ad accadere. La fortuna aiuta colui che sa quello che vuole. 
Il finale non lo racconto, perché pare non sia una cosa fatta bene parlare di un film raccontandone il finale. Quello che m'interessa scrivere è che, guardando questo film nel 2015, ho pensato a Pasolini. Mi è venuta in mente un'espressione che lui aveva preso ad usare negli ultimi anni della sua vita. Mutazione antropologica. La vedeva in atto nei giovani a lui contemporanei. L'uomo era destinato a diventare un'altra cosa. Qualcosa che lui considerava ripugnante. Qualcosa che, innervandosi nella contemporaneità telematica, ha subito un'ulteriore evoluzione. Qualcosa che dalla visione di questo film emerge in modo chiaro. Io lo definirei "idiota telematico". Un uomo nuovo che popola un mondo nuovo in cui quello che si cerca sembra poter essere a disposizione di tutti, perché oramai questo uomo nuovo ha perso anche la capacità di capire che, quello che cerca, è assolutamente niente. E quello che il mondo costruito dall'uomo nuovo è in grado di offrire è assolutamente nulla. 
Perché poi, Pasolini, anche quando faceva figo citarlo e rappresentarlo come riferimento, chissà se è stato mai capito davvero. Perché poi, io, chissà che, in realtà, non abbia scritto in fondo semplicemente stronzate. Magari sono un uomo nuovo anch'io. Magari a leggermi saranno solo uomini nuovi. Molto pochi, peraltro. E quindi, pazienza. Tanto vale esser fighi, se ci si riesce.

martedì 10 novembre 2015

Il tennista che giocò contro il Tempo e vinse al quinto set

Aveva compiuto 30 anni soltanto qualche settimana prima. Ormai era diventato un campione triste. Le telecamere riprendono spesso i tennisti di spalle, dall'alto.  Lui preparava il servizio, raccogliendosi nella sua tipica posizione, pronto ad esplodere il colpo con cui usava scoraggiare i suoi avversari e renderli impotenti di fronte alla sua grandezza. C'erano tennisti che erano molto più alti di lui, che erano capaci di tirare più forte, che erano provvisti di un servizio più potente. Per esempio Ivanisevic. Ma quando lui si trovava spalle al muro, quando l'avversario cominciava a nutrire una piccola speranza di avere la meglio, lui si raccoglieva nella sua posizione, tirava la lingua fuori dalla bocca e sparava inesorabilmente un servizio imprendibile. Non c'era verso di rispondergli, non esisteva possibilità per l'avversario di rimandare la pallina indietro. 
Ormai questo rituale non risultava inevitabile come un tempo e quando si raccoglieva per preparare il servizio, le telecamere finivano per inquadrare l'incipiente chierica che tentava di aggredire la sua testa, e talvolta egli non tirava neanche più la lingua fuori. Sampras stava invecchiando. Tutti dicevano che non era più lui. L'anno precedente non era stato in grado di vincere alcun torneo. Ma il vero sacrilegio si era compiuto qualche mese prima, a Londra. Sampras era il re di Wimbledon. Aveva vinto quel torneo sette volte. Nessuno, nella cosiddetta era Open, ci era riuscito. E anche dopo di lui, perfino colui che si è divertito a cancellargli ogni record, quello svizzero di Roger Federer, non l'ha vinto una volta di più. Sette anche lui. 
Il regicidio avvenne ad opera di un altro svizzero. Era semplicemente una partita di secondo turno e Pete era stato relegato sul campo 2, soprannominato il cimitero dei campioni. Di fronte aveva George Bastl, tennista svizzero di scarso lignaggio, che qualche anno prima il campione sarebbe stato in grado di battere anche usando una vecchia racchetta di legno al posto della sua celeberrima Wilson. E invece il campione perse. Al quinto set. Ricordo ancora il suo sguardo perso nel vuoto a fine partita, adagiato sulla sedia a bordo-campo, privo della forza anche di lasciare il campo, con il vergognoso peso di quella sconfitta addosso. Aveva battuto tutti Sampras, ma il tempo era un avversario che neanche il suo servizio sembrava poter tenere a bada. Sembrava. Perché la partita non era ancora finita. Dopo due mesi ci sarebbero stati gli Us Open. Il campione triste era scomparso dalla scena e tutti erano pronti a giurare che fosse finita così. Non sapevano che lui aveva deciso che la partita non era chiusa. Aveva battuto tutti e voleva battere anche il Tempo. Vinse facilmente le prime due partite e alla terza si trovò di fronte un canadese travestito da inglese di nome Greg Rusedki. Mancino. Proprio uno di quelli che avevano un servizio più potente del suo, sparato dall'alto di 1 m e 93 centimetri . Sul tennis, però,  con il Sampras vero il paragone non reggeva. Tutti, ormai, avevano capito che il Sampras vero non esisteva più, compreso il canadese travestito da inglese e fece di tutto per batterlo. Il vecchio campione riuscì a resistere, attingendo a ogni residuo disponibile della sua classe. La chierica avanzava, la lingua penzoloni tradiva maggiore affanno del solito, ma il campione non aveva ancora finito. Del resto lui ad avversari speciali e a battaglie impervie era abituato, avendo dovuto convivere fin da piccolo con l'anemia mediterranea, senza che questo potesse minimamente impedirgli di diventare Pete Sampras. Il destino, talvolta, si ricorda di mostrarsi clemente con i più grandi e avvenne che il nostro Pete si arrampicò fino alla finale, dove si trovò si fronte il suo avversario storico, il connazionale Andrè Agassi. Andrè era addirittura di un anno più vecchio di lui e Pete aveva sempre rappresentato la sua nemesi. Era un grande tennista Andrè, ma mai quanto Pete ed era sempre rimasto incastrato nella sua ombra. La storia si ripetè. Andrè perse, Pete vinse. Contro il Tempo. Non scese mai più in campo. Il Tempo è l'unico avversario cui non devi mai concedere una rivincita. L'unico modo per sconfiggerlo è fermarlo e quel settembre del 2002, a trent'anni appena compiuti, il campione triste con la lingua penzoloni ci riuscì.

venerdì 6 novembre 2015

Sulla raccomandazione, sulla cosiddetta meritocrazia e sulla libertà

Comunità disfatta, società corrotta, democrazia infetta. Non sto scimmiottando un vecchio, glorioso titolo dell'Espresso, rievocandolo nei bassi tempi di Mafia Capitale. Sto riflettendo sulla piaga, ormai ridottasi in cancrena, della raccomandazione. Sto pesando il concetto di meritocrazia, ormai invocata come una divinità greca. Sto cercando la libertà, come spesso mi capita, come se fosse un'apocalisse. 
Sono in mezzo a noi, sono intorno a noi, in molti casi siamo noi e non a fare promesse, come sostiene il pezzo rap, ma ad essere raccomandati. Non facciamo quello che sappiamo fare, non sappiamo fare quello che facciamo e, soprattutto, non lo facciamo come si deve fare. La conseguenza è il disfacimento e la decomposizione del concetto di democrazia e il risultato finale è la privazione della libertà. 
La raccomandazione è il modo più efficace attraverso cui il Potere riproduce se stesso, all'infinito, annichilendo ogni possibilità di cambiamento, annientando ogni possibilità di opposizione. Si tratta del più bieco dei ricatti sociali. L'ingiustizia e l'umiliazione, patita da chi avrebbe diritto a svolgere alcune mansioni, a ricoprire alcuni ruoli, a fare il proprio lavoro e avrebbe davvero voglia e volontà di farlo come si deve, rappresentano un fatto drammatico, ma incidentale. C'è un disegno al di sopra, direbbe qualcuno. Non so quanto intelligente e quanto, invece, esso derivi semplicemente dalla sozza pratica. Con la raccomandazione si creano uomini sottoposti, subalterni, sottomessi, ubbidienti. Si toglie la libertà. Perché se c'è qualcuno che ha il potere di mettermi a fare il mio lavoro, ne deriva che costui possiede anche il potere di togliermelo. In qualsiasi momento. Dover ricambiare il favore, in qualche modo, rappresenta una conseguenza perversa e vergognosa, ma (anche in questo caso) solo incidentale. Egli custodisce la mia libertà. E io non potrò mai fare qualcosa, qualunque cosa, che possa scontentarlo. Non potrò mai correre il rischio di danneggiarlo o infastidirlo, nello svolgimento delle mie mansioni. Quindi non sarò mai pienamente libero di svolgerle nel modo giusto e corretto. Così il Potere cresce, si fortifica, si riproduce e diventa indistruttibile, inghiottendo tutto il resto. Attraverso la creazione di tanti soldatini ubbidienti e mai insubordinati e il loro posizionamento a partire dai ranghi secondari fino a sublimarsi nella loro collocazione nei gangli vitali del sistema. 
Sono decenni che la scena mediatica vomita il termine meritocrazia. Il fatto è che si tratta di una parola vuota. I meriti, per definizione, sono sempre relativi. La democrazia non è un campo di battaglia, dove sfidarsi un contro l'altro armati. Il termine meritocrazia tradisce la medesima, sotterranea volontà di continuare a produrre soldatini, schierati uno contro l'altro. Vogliono tenerci al guinzaglio, premiare con una caramella quello di noi che salta più in alto, e poi chiamare questo meritocrazia. Noi, invece, quel guinzaglio dovremmo slacciarcelo, sfilarcelo senza remore.
Chi lo decide cosa merita un premio e cosa no? E soprattutto, perchè? Maradona non avrebbe mai potuto saltare in alto quanto Sotomayor, Jimmy Hendrix non avrebbe saputo dirigere la Filarmonica di Vienna, Eugenio Montale non avrebbe saputo scrivere una canzone di successo come Bob Dylan. Eppure ognuno di questi qualche merito pur ce l'avrebbe, mi sembra. E così ognuno di noi non sarebbe assolutamente in grado di fare un mucchio di cose, però, qualcuna magari sì, e di farla anche bene, con passione e dedizione, tanto da meritarsi qualcosa. Se non altro di essere libero di farla, che gliene sia data la possibilità. La vostra rancida meritocrazia, invece, pretende che tutti facciano più o meno la stessa cosa, ringhiando uno contro l'altro intorno allo stesso osso. Non me la bevo, la vostra rancida meritocrazia. Tutti meritano qualcosa, ognuno merita di essere libero di poterlo dimostrare. L'aspirazione più elevata che la democrazia si porta con sè è la conquista di questo diritto.

lunedì 12 ottobre 2015

L'imboscata a Capuano e la mistica del calcio

Il calcio è una credenza popolare. Religione deriva dal latino religio e l'etimologia risulta piuttosto controversa. Una delle ipotesi la fa discendere dal verbo latino religare, il cui significato è unire insieme, legare. In tal caso non risulterebbe difficile definire il calcio una religione. Qualcuno, il cui pensiero ha fatto discretamente scuola, la religione l'ha definita l'oppio dei popoli. Vale facilmente anche per il calcio. De Gregori, in una recente canzone, canta: "religione può essere un sentimento, religione può essere una fuga d'amore, religione può essere intrattenimento, religione può essere terrore". Si può facilmente sostituire la parola calcio a religione e la cosa funzionerebbe uguale. 
Il calcio, insomma, è una religione. Ha una sua mistica. Ha i suoi luoghi sacri, in cui non si celebrano messe, non si distribuiscono ostie, ma si danno formazioni, si dicono parole vergognose, scandalose, scandalosi e vergognosi si possono definire i propri giocatori, si urla, ci si fa venire la bava alla bocca, talvolta ci si afferra per la collottola, talaltra ci si prende proprio a pugni. Lo spogliatoio è il luogo sacro del calcio. Ha una sua letteratura, una sua mistica, appunto. Anche un suo cinema. Paolo Sorrentino, nel suo primo film, vi dedicò una scena di una forza simbolica straripante. L'allenatore di Antonio Pisapia percuote la sua squadra con linguaggio e atti puramente indegni. Prende addirittura a schiaffi un suo calciatore, un altro lo spinge fino a farlo ruzzolare in terra. Roba che lo sfogo di Eziolino, in confronto, è un buffetto sulla guancia. Il protagonista del film, Antonio Pisapia, capitano e stopper della squadra, sfida il suo allenatore. Con calma, voce limpida e misurata, interviene a proporre una variante tattica all'indemoniato mister. Il mister non ha alcuna intenzione di concedergli dignità umana pari alla sua propria e l'offende sanguinosamente. Pisapia si alza, sbatte la porta dello spogliatoio e scende in campo. Per rispondere lì, sul terreno da gioco. Chiudendo dentro, all'interno dello spogliatoio, le urla, la follia e lo scandalo. 
Nello spogliatoio dell'Arezzo, invece, c'era qualcuno già pronto a registrare. Prima che il mister iniziasse a parlare. Prima che urlasse e sfogasse la sua delusione verso una squadra che aveva pesantemente toppato. Tanto da perdere contro una compagine di Promozione. Li accusa di essere stati scandalosi, vergognosi. Vola qualche parolaccia. Dice: "se perdete con la Carrarese vi squarto, ne metto 10 fuori rosa". Perchè con la Carrarese non vuole perdere. Perchè crede nella sua squadra. Per Eziolino la sua squadra è come una sua creatura. L'ha costruita lui, ha provato a dargli un'anima. E quella squadra un'anima pareva davvero ce l'avesse. Fino ad allora il campo pareva aver dimostrato quello. Ora sente che qualcosa comincia a deteriorarsi, a incrinarsi pericolosamente. Vuole intervenire. Lo fa a modo suo. Vi squarto non è un' espressione poetica, ma lui è Eziolino, un uomo non peculiarmente celebre per la dolcezza del linguaggio. Il vero scandalo di quello sfogo è che c'era qualcuno pronto a registrarlo e diffonderlo. Il che ci può anche stare, per riderci su, magari a vittoria avvenuta. Eziolino concede anche questo. Lo tollera. Io lo so, e l'ha detto anche lui. Farlo uscire dallo spogliatoio per darlo in pasto agli avvoltoi, no. Questo non ci può stare e non può essere tollerato. 
Il calcio ha una sua mistica. Il calcio ha i suoi luoghi sacri. Il campo è il luogo in cui questa religione si mette in pratica e il campo è il luogo dove si misura il valore di qualsiasi uomo di calcio. Sarà solo il campo a giudicare il valore di Eziolino e della sua squadra. Non potrà essere mai un misero video su youtube a sostituirsi al campo di calcio.

lunedì 24 agosto 2015

Ascanio Celestini, le donne e il cimitero

Caro Ascanio Celestini,
io non lo so perchè discorriamo di tutto, ma non parliamo di morte. Ho provato a darti una possibile risposta su Twitter, che sicuramente non accoglierai e che probabilmente non prenderai neanche in considerazione. Devo ammettere che il tuo scritto mi ha fatto riflettere. Nutro sempre interesse verso qualcuno o qualcosa che possa spingermi a guardare le cose da una prospettiva diversa, ribelle rispetto al senso comune e dominante. Quand'anche, come in questo caso specifico, questa prospettiva possa apparirmi più tenebrosa e anche più storta di quella del senso comune e dominante. E allora ho pensato che, forse, non parliamo di morte perchè la morte non ha alcun senso. E nella sua spietata e invincibile assenza e privazione di senso ha il potere di deprivare di significato e di valore anche tutto il resto. Se pensiamo alla morte tutta la vita rischia di apparirci priva di senso e con essa tutte le passioni, le idee, le battaglie, i sentimenti che possano animarla e riempirla. Mi perdonerai se non arrivo a citare Pasolini, ma ho la limitata capacità di fermarmi semplicemente a Francesco Guccini e alla sua "Canzone per un'amica". La mia riflessione, invece, non si è fermata qua. Sebbene io non sia riuscito in alcun modo a trovare una correlazione tra l'inquietante funerale del boss dei Casamonica e il sentimento di oscenità pubblica che ne deriva, si è affacciato alla mia mente il ricordo di una vicenda ben strana. Non ha un significato preciso e non se ne può trarre alcun valore filosofico o teologico. Non credo possa illuminare niente di questo tremendo buio in cui siamo immersi e non può assolutamente risolvere nessuno dei dilemmi che dilaniano la nostra società. Così come il tuo pezzo. Esattamente allo stesso modo. Con la differenza, però, che il tuo pezzo mi sembrava avere l'aspirazione a farlo e mi sembrava animato dalla volontà di riuscirvi. La storia che voglio raccontare io non ha alcuna aspirazione e non esprime nessuna volontà. si tratta della confessione che un mio amico mi ha fatto qualche tempo fa. Ed è anche una storia piuttosto triste. Questo mio amico qualche anno fa aveva una fidanzata. Non era sicuro di amarla, ma non l'avrebbe lasciata mai. Credeva che lei lo amasse e ciò gli bastava a rendere la sua vita più sensata. In un certo modo la consapevolezza dell'amore di lei gli allontanava l'idea della morte. Finchè un giorno, senza che vi fosse qualche particolare ricorrenza, decisi di rendere omaggio ai suoi parenti e conoscenti morti. Si recò al cimitero del suo paese natale e depose un fiore sulla tomba di ognuno di loro. La sera uscì con la sua ragazza e fu l'ultima sera. Lei gli sbattè in faccia, senza preavviso, che non lo amava più e che non aveva nessuna intenzione di rivederla mai più, la sua faccia. Il mio amico passò dei brutti momenti. Ci volle del tempo prima che riuscisse a riprendersi. Ma ce la fece. Poi successe che s'innamorò di un'altra ragazza, o almeno lui così credeva. Stavolta la storia fu ben più complicata. Lei non voleva saperne di concedersi e lui non era sicuro che potessero mai amarsi davvero. Ciò non gl'impedì di continuare a rincorrerla e di permettergli di pensare ad altre che non a lei per più di due anni. Nell'indomabile speranza che un giorno si sarebbero amati. Finchè non gli capitò di dover accompagnare un parente al cimitero del suo paese natale. Stavolta non depose fiori, ma rivisitò tutte le tombe dei suoi parenti e conoscenti morti. La sera quella ragazza gli mandò un sms in cui diceva: "tutto bene. Non preoccuparti per me". Il giorno dopo provò a chiamarla, ma il suo telefono non poteva più squillare. Aveva cambiato numero. Aveva cambiato casa. Aveva cambiato vita. Tutto senza di lui e senza nemmeno salutarlo. Non l'ha rivista mai più. Questo mio amico non riesce a farsene una ragione e non ha ancora deciso se deve smettere d'innamorarsi o deve smettere di andare al cimitero del suo paese natale a rendere omaggio ai morti.

mercoledì 5 agosto 2015

Il mio calcio



Sono le 7 e 30 di mattina. Sono seduto davanti al computer e non ho voglia di pensare alla mia vita. Provo a battere le mie dita sui tasti, sperando possa venirne fuori qualcosa di senso compiuto. Cerco una traccia, sono come un cane che fiuta nel terreno, però non so bene quello che ho intenzione di trovare. Non esiste una storia che racconti di un calciatore che sceglie di non essere e di non fare il calciatore. Nessuno, almeno, l’ha mai raccontata. Non l’hanno raccontata perché quelli che decidono di smettere di fare i calciatori e magari decidono di trovarsi un lavoro serio, appartengono al mondo delle ombre. Sui giornali non ci sono mai finiti e in televisione nessuno l’ha mai visti. Sono coloro che con il calcio non possono vivere. Coloro che devono guadagnarsi da vivere, che nel mondo non hanno un posto e uno spazio che sia a loro riservato e l’unico calcio che riescono a giocare non è quello in grado di poterli aiutare. Quel loro calcio non basta a guadagnarsi da vivere. Storie che non vengono raccontate. Storie, invece, di calciatori con ingaggi milionari o giù di lì, che prendono, salutano la compagnia e vanno a vivere in una casetta su un lago della Finlandia non ne esistono.
A pensarci bene, io, nella vita, non avrei voluto davvero fare il calciatore. Avrei mai rinunciato a un ingaggio milionario per andarmene a vivere in una casetta su un lago della Finlandia? Seduto davanti a questo computer, non lo so. Tuttavia ne dubito. So che non avrei voluto fare il calciatore di mestiere. Almeno un allenamento al giorno, tutti i giorni. Ogni maledetta domenica una partita, ogni maledetta domenica un’esibizione in cui devi dimostrare chi sei. Ogni maledetta domenica devi essere più bravo di un altro. E ogni volta che non ci riesci, hai perso. Hai perso contro gli altri, hai perso contro te stesso. Lo so, il calcio è uno sport di squadra. Sentirmi parte di una squadra non mi viene naturale. Posso riuscirci, ma a determinate condizioni e in situazioni specifiche. Ho bisogno di comunanza non già d’interessi e obiettivi, ma di comunanza di passioni e sentimenti. Potrei dire anche d’ideali e dicendolo ora, davanti a questo computer, mi rendo conto che sarei stato più adatto a fare politica, a entrare in un partito. Però mi rendo anche conto che sto ammettendo un’idea romantica di politica e di partito che in alcun modo si attaglia alla realtà contemporanea.   
Cerco una traccia, come un cane che fiuta nel terreno, ma forse quello che cerco non lo trovo perché non esiste. Sicuramente, quando ero bambino, non c’era cosa al mondo che mi piacesse di più che giocare a calcio. E non c’è niente che mi è piaciuto fare più di quello, neanche dopo. Forse solo innamorarmi l’ho trovato più appassionante, ma innamorarmi non è fare. Innamorarmi è aspettare, sognare, sperare. Neanche fare l’amore è innamorarsi. Ammesso che esista fare l’amore e non sia la stessa cosa che scopare. Niente mi è mai piaciuto di più che avere un pallone tra i piedi e sfidare gli avversari, inventare traiettorie e creare azioni. Non c’era strumento più capace del pallone di coagulare e poi addirittura realizzare le mie fantasie e non c’era luogo più idoneo per metterle in pratica del campo da calcio. Tuttavia il calcio per me era un gioco. Il gioco di un bambino, poi di un ragazzino. Forse davvero non avrei voluto che fosse il mio mestiere. E comunque né il mio destino, né il mio talento limitato me l’hanno permesso.

martedì 28 luglio 2015

Pensierino mattutino come quando pensi di primo mattino


Le ragazze belle le guardi camminare. Il loro incedere ti sembra delicato anche quando non lo è, il loro passo ti sembra lieve anche quando stanno fuggendo. Te ne accorgi quando ti camminano addosso, quando passano sopra di te  e vanno oltre, senza neanche voltarsi per guardare te e per guardare indietro. Te ne accorgi. Quando camminano sopra di te, il loro incedere ha la pesantezza di un elefante. Quando ciò da cui stanno fuggendo sei tu, ti accorgi che il loro passo è frenetico, insensato.

giovedì 23 luglio 2015

Articolo 1

La libertà è condizione umana cui ogni appartenente alla nostra specie anela. Ne esistono declinazioni tra le più disparate e varie. Ognuno dà alla libertà il senso che vuole e riesce a darvi. Tutti ne avrebbero diritto. Eppure risulta evidente che essa non è disponibile per tutti in  egual modo. Ci sono uomini e donne a cui fin dalla nascita è negato ciò che per altri risulta disponibile e scontato. Non esiste ingiustizia più atroce. Conquistarsi uno spiraglio di libertà e riuscire a respirare fuori da ogni gabbia, dentro cui qualsiasi destino di schiavitù e dipendenza possa essere imprigionato, è l'attività umana degna di maggior rispetto e intrisa del valore più elevato. Fare il lavoro che si sceglie di fare nelle condizioni in cui si vuole farlo è uno dei tentativi più riusciti per conquistarsi questo spiraglio ed uscire fuori da ogni gabbia.

lunedì 6 luglio 2015

La domanda

Se siamo in un mercato dobbiamo prenderne atto. Non possiamo comportarci come se fossimo in un'università perchè in un mercato le regole di comportamento e le leggi sono diverse. Non siamo neanche in una palestra, nè su una pedana olimpica, le leggi dello sport non valgono. Non siamo neanche al mare, non possiamo mica aspettarci di guardarci intorno e ammirare una bella donna in costume? In un mercato vigono leggi precise. Bisogna adeguarsi e sottostare a queste leggi precise se non si vuole soccombere. Se si vuol continuare a vivere. Ebbene le legge fondamentale, voi m'insegnate, riguarda la domanda e l'offerta. Sono due variabili strettamente e direttamente dipendenti. Si tratta di un modello matematico preciso. Serve a determinare il prezzo. Quando tutto funziona secondo le regole. Secondo il modello. Quando invece c'è qualcosa che s'inceppa, accadono cose strane. Succede a volte che ci sia una domanda forte, direi addirittura inesorabile di cose che non hanno prezzo. E succede che l'offerta latiti paurosamente, sia inadeguata, largamente insufficiente. Addirittura inesistente. Forse proprio perchè si domandano cose che non hanno prezzo e allora chi offre non avrebbe nulla da guadagnarci. In senso monetario. E allora s'innescano dinamiche strane al punto che si giunge ad indire un referendum in Grecia. La domanda, appunto. 
Da questo referendum, prima di tutto, nasce una domanda, stavolta intesa proprio come quesito, come quelle cose che terminano con un punto interrogativo. Essa è: ma gli Stati e le Istituzioni democratiche sovranazionali, una a caso l'Europa, ha senso ed è ammissibile si comportino esattamente come semplici e puri attori di un totalizzante e sterminato mercato? Questa è una domanda che i cittadini greci e con essi tutti quelli che da ogni parte d'Europa hanno seguito la vicenda del referendum urlano forte, esigendo una risposta. 
Poi c'è l'altro tipo di domanda, quella che esige un'offerta che non ha prezzo. Ed è una domanda di politica. Nel senso etimologico. Nel senso greco, appunto. Per chi non lo sapesse quella specifica attività umana che serve a governare le società, a costruire opportunità per i cittadini, a realizzare giustizia ed equità, a far funzionare la vita civile di una comunità. A soppiantare e a sostituirsi alla legge della giungla, secondo cui il più forte prevale incontrastabilmente e il più debole soccombe. Gli Stati e l'Unione Europea devono, per loro natura, rappresentare e produrre un'offerta capace di soddisfare questa domanda.

martedì 16 giugno 2015

Postilla ad un vecchio post

Qualche mese fa, commentando la Riforma del Senato messa in campo da Renzi, ebbi a dire che mi sembrava complessivamente non disastrosa. Mi do atto che, allora come adesso, segnalai che m'inquietava la totale assenza di prospettiva ideale nella furibonda attività politica e governativa di questa maggioranza. Ritenevo allora come ora, come sempre, ravvisabile l'assenza di una visione, la mancanza della tensione verso una direzione chiara e riconoscibile e notavo  il dibattersi e il dimenarsi furibondo di questo Presidente del Consiglio e del suo governo come se fossero all'interno di una giostra di riformismo più pubblicitario e plastificato che di sostanza e prospettico, un riformismo inteso come fine e non come mezzo. E questo fine, tra l'altro e peggio mi sento, sembrava essere essenzialmente teso a riverberare il consenso e la popolarità del "leader". Tutto questo mi appariva non solo vano, ma pericoloso per la tenuta del nostro tessuto istituzionale e insidioso per la salute della nostra democrazia. Bene. Me ne sono dato atto. Ora, però, la riflessione e il dovere mi impongono di contraddirmi e di fare ammenda riguardo alla valutazione espressa riguardo specificamente alla Riforma del Senato. Avevo sottovalutato l'impatto che essa avrebbe avuto in combinazione con l'Italicum. Eleggere una sola camera, con i criteri predisposti dall'Italicum, risulta senza dubbio una mazzata al concetto di sovranità popolare e al concetto di composizione democratica del voto all'interno delle istituzioni. Oltretutto la riforma appare complessivamente pasticciata e ritengo esemplificativo di ciò il fatto che un organo che, tra i suoi compiti peculiari, dovrà avere quello di controllo sugli atti e sull'operato delle Regioni, sia composto da persone scelte dalle Regioni stesse. Il classico esempio di controllore scelto dal controllato che pare essere un vezzo tipico di questi nostri bassi tempi.