venerdì 21 novembre 2014

Canzone

Quando ero ragazzino ascoltavo le canzoni di De Gregori. Mio zio aveva dismesso un impianto stereo un po' vecchiotto, cedendolo a me e mio fratello, e io avevo trovato il mio modo preferito per utilizzarlo. Avevo 15 anni e avevo comprato "Prendere e lasciare", la musicassetta neanche il cd. Nei pomeriggi in cui avevo poca voglia di studiare, che erano tutti i pomeriggi, e in cui non andavo a giocare a calcio, la facevo girare nel vecchio impianto stereo che era stato di mio zio. Avevo imparato subito tutte le parole a memoria, cosicchè ascoltandole potevo cantarle anch'io. Oppure la mattina presto, quando andavo a scuola e guardavo dal finestrino del bus la vita fuori, che era anch'essa assopita e con poca voglia di svegliarsi, me le ascoltavo nella mia mente. Io De Gregori lo conoscevo già da molto prima dei miei 15 anni. Almeno da quando ne avevo 11 e mio zio, quello dello stereo, aveva comprato il disco " Canzoni d'amore". Quelle canzoni mi parevano diverse dalle altre, mi accorgevo che le parole che vi erano dentro assumevano un altro peso rispetto a quelle di cui erano fatte le canzoni che mi era capitato di sentire fino a quel momento. E già allora, dopo un po', le imparavo a memoria. E cominciai davvero ad incuriosirmi. E cominciai a cercare altre canzoni di questo strano tizio. E ne trovai un sacco, alcune di molto vecchie. La magia si ripeteva ogni volta un po' uguale e un po' diversa. E proprio perchè era ogni volta uguale e diversa, mi veniva ogni volta voglia di sentirne una nuova o anche di riascoltare una che mi era piaciuta e stavo per imparare a memoria. Le volevo imparare a memoria e subito ci riuscivo, perchè volevo che quelle canzoni fossero un po' anche mie. Per non perderle e per poter tirarle fuori quando guardavo dal finestrino e non sapevo cosa vedere. Oppure quando mi trovavo in un posto in cui non volevo essere. A volte pensavo che ero l'unico nella mia squadra di calcio a conoscere quelle canzoni ed ero anche l'unico a cui potessero piacere. E non ero sicuro che fosse una cosa buona. Non sapevo neanche bene se non fosse buona per me o se non fosse buona per loro. Che poi quelle canzoni non le capivo neanche fino in fondo, almeno così pensavo. Erano diverse dalle storie che leggevo sui libri di scuola ed erano diverse anche dalle cose che leggevo per diletto o guardavo in tv. Non erano neanche come le poesie che dovevo studiare, o avrei dovuto farlo. In quelle non c'era la musica e non potevano diventare mie come quelle canzoni proprio per il fatto che a quelle dovevi cercare di dare un senso e una spiegazione definita, dovevi ricostruire e attribuirvi le intenzioni del poeta. Le canzoni di De Gregori, invece, mi bastava impararle a memoria e anche se a volte non capivo bene quel tizio cosa volesse dire, per me un senso ce l'avevano e per me significavano sempre qualcosa. Ed infatti, quando gli anni sono passati e io avrei dovuto, teoricamente,  acquisire strumenti più sofisticati e funzionali per capirle, mi sono reso conto che non sono in grado di attribuirvi un senso e un significato tanto diverso da quello  di quando avevo 15 anni. E pare sia giusto così. Proprio De Gregori dice che per come lui scrive una canzone e per l'idea che lui stesso ha delle sue canzoni, non si può pretendere di capire tutto. Intendendo, probabilmente, non si possa inserire ogni parola, ogni frase in una casella precisa,  chiuderla in una scatola e appiccicarci sopra un'etichetta. E allora forse a 15 anni avevo capito già. E ora che il vecchio stereo non funziona più, ogni tanto qualche canzone di De Gregori mi passa ancora accanto ed io la sento. Quelle vecchie le so ancora a memoria, quelle nuove non le imparo più, ma quado sento De Gregori mi torna in mente bene chi sono. Stamattina ho visto una sua intervista. Ad un certo punto ha parlato della sua canzone " Generale", una di quelle che più mi piacevano quando avevo 15 anni. Ha detto che questa canzone si può associare alla scena finale del film di Kubrick " Orizzonti di gloria"; alcuni militari francesi hanno fatto prigioniera una donna tedesca e, allo scopo di deriderla, la obbligano a scegliere di cantare una canzone. Una canzone tedesca, nella sua lingua. La donna comincia a cantare e i militari francesi, poco affini alla lingua tedesca, cominciano a ridere proprio così come avevano immaginato. La ragazza continua a cantare come se loro neanche esistessero. Canta, fissando il vuoto e quel vuoto cominciava a vivere. A quel punto i militari francesi non hanno più niente da ridere e il loro volto si riempie inesorabilmente di lacrime.

venerdì 14 novembre 2014

Note a margine

Qualcuno, dopo aver letto il precedente post, mi ha detto che io sottovaluto l'importanza della comunicazione. Qualcun altro ha ritenuto che fosse piuttosto bizzarro che scrivessi una roba del genere proprio io, che ho deciso, nottetempo, di invischiarmi nel famigerato Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, portandolo anche a termine. Non è così. L'importanza della comunicazione non credo affatto mi sfugga. Ritengo piuttosto che sia proprio questa consapevolezza e questa comprensione a farmi avere determinati punti di vista. Mi riferisco alla consapevolezza e alla comprensione del fatto che la comunicazione sia così importante da rappresentare, addirittura, un bisogno. Se non sapessimo o potessimo comunicare, non potremmo vivere. La nostra mente è strutturata per comunicare. Alcuni nostri organi sono essenzali a questa funzione, rendendoci capaci di emettere suoni complessi, di pronunciare parole. E non si tratta neanche di un bisogno solo umano. Sicuramente anche altre forme animali condividono questo bisogno e lo esprimono e lo soddisfano in forme che a noi in gran parte sfuggono, perchè la comunicazione non è soltanto un prodotto della mente, ma una realizzazione dell'essenza del comunicatore. Ragion per cui noi, con la nostra mente e la nostra essenza umane, non siamo in grado di comprendere appieno l'espressione di altri esseri.
Per quanto riguarda il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, va compresa la differenza tra scienza e tecnica. La scienza è il complesso di conoscenze, la tecnica è il modo con cui vengono applicate.
Potrebbe risultare interessante spiegare che la frase "l'ultimo rifugio dei vigliacchi è la comunicazione" saltò fuori proprio nel corso di una lezione all'Università. Era una delle prime lezioni a cui assistevo e Stefano Gensini, il mio professore di semiotica, fece riferimento ad una canzone dal titolo "L'aggettivo mitico", in cui De Gregori cantava questa frase. Io conoscevo la canzone e questa frase mi aveva colpito, ma allora non ero ancora in grado di attribuirvi il senso che vi attribuisco adesso. Il senso, cioè, che ho cercato di esprimere scrivendo quella roba e che ora ritorno a cercare di esprimere. Un senso che si configura soprattutto come un senso del limite. Il limite oltre il quale la comunicazione smette la propria funzione essenziale e diventa manipolazione o, peggio, costruzione ed edifizazione del nulla. Per comprendere la natura di cui questo limite consiste e il posto preciso dove esso è situato, ci corre in aiuto la filosofia, ci porta per mano Kant. In uno dei suoi imperativi categorici Kant ammoniva a non trattare l'uomo, nè se stessi nè gli altri, come fine e non come mezzo. Per Kant l'uomo è il fine, perchè l'uomo è la Ragione all'interno della quale vivono i principi morali. Per me, semplicemente, la comunicazione è un mezzo. Un mezzo attraverso cui veicolare idee, principi morali o immorali che siano. Un mezzo attraverso cui dare un senso al mondo e alla vita. Probailmente neanche un mezzo, ma il mezzo. La musica, l'arte, il cinema, la letteratura, il linguaggio, la pubblicità, sono tutti sottoinsiemi che fanno capo all'insieme che li comprende tutti e che è appunto la comunicazione. Il problema sorge quando il mezzo diventa il fine. Se si pretende di padroneggiare una tecnica e di esercitarla in modo da permettere, grazie ad essa, di poter far passare qualsiasi stronzata come un'idea accettabile e convincente non siamo semplicemente nel campo dell'immoralità kantiana, ma siamo al punto in cui qualsiasi esigenza e qualsiasi cosa convenga a chi detiene il potere economico e politico può diventare senso comune, legge e regola. La comunicazione usata come fine e non come mezzo, quindi, presta inevitabilmente il fianco alla dominanza e all'assoggettamento. E alla dipendenza di chi la subisce.

martedì 11 novembre 2014

L'ultimo rifugio dei vigliacchi è la comunicazione

Esistono i professionisti della comunicazione. Quelli che, se uno vuole esprimere un concetto, si rivolge a loro. E loro trovano il modo con cui vendere questo concetto. Gli trovano un abito alla moda e glielo mettono, gli fanno un bel taglio di capelli, sempre alla moda, e ci spruzzano sopra pure un po' di profumo, di quelli giusti. Se hai un concetto, un'idea da esprimere, devi rivolgerti a loro e loro te li rendono "cool". Il loro lavoro è fondamentale, perchè la comunicazione nel 2014 è tutto. Tu puoi averci la migliore idea del mondo, il concetto più intelligente del mondo, ma se non lo comunichi bene, sei spacciato. Non arriva. La gggente non ti capisce. E allora se hai un'idea o un concetto da esprimere, mettiti nelle loro mani.
Mi pare di avvertire in sottofondo, uno strano mormorio. Forse qualcuno ha un'obiezione. Prego, esprimete la vostra obiezione. Ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione. L'importante, come diceva Biscardi, è non accavallarsi. Qual è l'obiezione? Dal fondo della sala emerge una voce, fioca ma chiara. Un tizio sostiene: " D'accordo. Il problema è che io ho un'idea esattamente opposta. Il concetto che io vorrei esprimere è perfettamente contrario." Il solito studentello con la testa tra le nuvole. Uno che non ha capito un cazzo. Esistono i professionisti della comunicazione. Sempre quelli di prima. A loro ti devi rivolgere. Solo così potrai rendere il tuo concetto cool. E vincente. Questo è il mondo della comunicazione, bellezza.
Ed è così che nel cosmo librano e s'innervano grumi e agglomerati di concetti. Uno sull'altro. Che non li puoi manco più distinguere e separare uno dall'altro. Come fossero nuvole. Come fosse aria. Come fosse niente. Cumuli di spazzatura impastati col niente, ma comunicati con grande cura e sagacia. E quindi vincenti.
Nel prossimo post parlerò di politica. Queste erano solo considerazioni politiche abbastanza impolitiche.