martedì 18 marzo 2014

Banalità

La verità quasi sempre è banale, deludente, stupida. C'è chi sa fare a meno della verità e scrive cose molto più interessanti delle mie. Io no. Io vado semplicemente in cerca della verità e quando la trovo l'abbraccio. E scrivo quasi sempre cose banali, deludenti e stupide. Somigliano molto alla verità.

lunedì 10 marzo 2014

Si confondono gli agnelli con i lupi

A volte sono gli agnelli che ululano alla luna. O almeno vorrebbero farlo, ma essendo agnelli e non lupi ne viene fuori un suono atroce. Non che l'ululato dei lupi sia un suono gradevole, ma almeno ha un senso, sta nelle cose del mondo. Lo puoi capire. Quando a un agnellino girano le palle e gli vien voglia di gridarlo a tutti questi lupi un po' infingardi, corre dalla luna. La reclama per sé, vuole che sia sua. E per attirare la sua attenzione non trova di meglio che rivolgersi a lei come farebbe un lupo. Lui che lupo non è. E non vorrebbe neanche esserlo. E ne vien fuori un suono atroce e insensato. E neanche la luna gli dà retta. Anche la luna scappa. La luna se ne va coi lupi. E niente e nessuno potrà mai capire.

mercoledì 5 marzo 2014

Critici per social

I film di Sorrentino li ho visti tutti. Seguendo, tra l'altro, un ordine rigorosamente cronologico. Dal primo all'ultimo. Cosicché, volendomi improvvisare anch'io critico, avrei dalla mia il privilegio di aver seguito, anche con attenzione, l'opera del regista nel suo sviluppo e quindi potrei avere l'ambizione a rappresentarvi la sua evoluzione. Sapessi farlo. Preferisco rimanere nel dubbio. Il punto, tuttavia, è che stasera pure io ho voglia di travestirmi da critico. O, piuttosto, pure io ho voglia di parlare del film di Sorrentino che ha vinto l'Oscar. Tanto più che li ho visti tutti. "La grande bellezza" non ero andato a vederlo al cinema, l'ho visto ieri sera per la prima volta. Non che la cosa implicasse un pregiudizio negativo sul film. Conferma, piuttosto, un aspetto scarsamente interessante e per questo trascurabile, che in una mezza riga possiamo liquidare come "la mia scarsa vocazione a frequentare i multisala". Ieri sera, dunque, mi sono messo davanti alla tv libero, consapevole di esserlo, da pregiudizi di qualsiasi segno e genere. Nessun pregiudizio negativo indotto da alcuni chiacchiericci scritti e parlati che avevo captato riguardo al film. Nessun pregiudizio positivo indotto dalla fama del regista e dalla stima personale, aumentata ancora di più dal momento in cui l'ho visto presentarsi trionfante al mondo con una statuetta in mano citando Diego Armando Maradona come sua fonte d'ispirazione. Purtroppo non vincerò mai un Oscar e neanche un Nobel, ma vi assicuro che, ove mai fosse successo, avrei fatto lo stesso. Niente, però, mi ha condizionato. Ho visto il film con gli occhi di un bambino che vuole vedere le cose del mondo, imparare, conoscere, capire. E con quegli stessi occhi ora ne parlo. Stamattina mi è venuto in mente un articolo di Pier Paolo Pasolini che da ragazzino ebbi modo di leggere su un vecchio "Corriere dello sport".  Risaliva ad almeno vent'anni prima e parlava di calcio. Il calcio potrebbe essere affare trascurabile proprio come la mia scarsa vocazione a frequentare i multisala, ma può anche essere qualcosa di diverso. In questo caso è qualcosa di diverso. Innanzitutto perché a scrivere era Pier Paolo Pasolini e ciò basta a garantire di dribblare la banalità. Oltretutto è proprio Sorrentino con la sua citazione di Maradona a ricordarci come la grande bellezza può apparire e concretizzarsi anche su un campo di calcio. Ed era quello che pensava e che scriveva in quell'articolo anche Pier Paolo Pasolini. Non parlava di grande bellezza, Pasolini. Per lui la bellezza del calcio aveva almeno due facce diverse ed all'interno di queste facce poteva essere grande, piccola, apparire e scomparire in un lampo. Le due facce diverse erano il calcio italiano, talvolta chiamato all'italiana con un tono anche lievemente spregiativo, e il calcio brasiliano. Erano due categorie. Come la prosa e la poesia. Il calcio italiano era prosa, tendente ad un obiettivo preciso, con la vocazione all'eleganza e alla raffinatezza, ma nei limiti di un punto di partenza e un punto d'arrivo preordinati e inderogabili. Il calcio brasiliano era, invece, poesia. Con delle regole e una metrica certo, ma affidato all'ispirazione pura, spinto verso l'indefinito e l'indefinibile, teso verso il superamento, la decostruzione del reale e dell'esistente, alla ricerca di equilibri e configurazioni create, inventate. E io, dopo aver visto "La grande bellezza" ho pensato che esiste anche nel cinema un modo prosaico e un modo poetico. Il cinema di Sorrentino tende per sua natura alla poesia. Fin dal suo primo film. C'era il calcio e c'era anche la poesia nell' "uomo in più". C'erano due Antonio Pisapia, un cantante e un ex calciatore. Uno amava troppo poco. L'altro amava troppo forte la vita e il calcio. "La grande bellezza" è ancora più chiaramente, nettamente poesia. Questo non significa necessariamente che sia meglio di un film che, al contrario, farebbe prosa. Del resto anche nel calcio succede talvolta che il Brasile s'ingolfi e l'Italia vinca. Perché nel calcio vincere alla fine è la cosa che conta. Nel cinema no. Nel cinema a vincere l'Oscar è stata " La grande bellezza", ma ciò può essere trascurabile come la mia scarsa propensione a frequentare i multisala. Uno che vorrebbe atteggiarsi a fare il critico a questo punto dovrebbe sbilanciarsi e sparare la sua sentenza: la poesia nel film si è pienamente realizzata? Sì o no? Ovviamente non è quello che farò io. Jep Gambardella alla fine dice che in fondo è solo un trucco. La grande bellezza, l'aspirazione all'assoluto, forse è sempre ricerca di ciò che non esiste, che non c'è. Possiamo illuderci di individuarla, di realizzarla, di sfiorarla, ma in fondo è solo un'illusione. Solo un trucco, reso possibile dalla compiacenza degli altri. C'è chi come Jep Gambardella preferisce cercarla con i piedi ben piantati su questa terra, con la sua tetra combriccola, e c'è chi, come l'inquietante santa ultracentenaria, s'inerpica su una mostruosa scalinata alla ricerca del cielo. In fondo forse è davvero solo un trucco e ciascuno trova soltanto quello che vuole trovare. O che s'illude di voler trovare. Così anche in questo film, ognuno ci trova, in fondo, quello che vuole. A patto, ovviamente, che ne sia in grado. Una cosa che ci ho trovato io e che voglio scrivere, riguarda i dialoghi. Molto ricercati, curati e sentenziosi. Tuttavia piuttosto vacui e inconcludenti, talvolta quasi convenzionali. Potrebbe sembrare una stroncatura, invece non lo è. I dialoghi si attagliavano perfettamente ai personaggi e all'idea su cui si reggono loro e il film. I loro dialoghi li rappresentano e li disegnano così come Sorrentino li ha pensati. Una pungente inquietudine, quasi una sottile tristezza ti prende alla gola nel corso del film e non ti lascia neanche dopo la fine, che allora qualcuno ingenuamente può pensare che è perché il film è brutto. O piuttosto può pensare "ma chi me lo fa fare di vederlo"? E invece è proprio questo il motivo per cui vale la pena vederlo. E magari proprio per questo ha vinto pure un Oscar.