venerdì 21 novembre 2014

Canzone

Quando ero ragazzino ascoltavo le canzoni di De Gregori. Mio zio aveva dismesso un impianto stereo un po' vecchiotto, cedendolo a me e mio fratello, e io avevo trovato il mio modo preferito per utilizzarlo. Avevo 15 anni e avevo comprato "Prendere e lasciare", la musicassetta neanche il cd. Nei pomeriggi in cui avevo poca voglia di studiare, che erano tutti i pomeriggi, e in cui non andavo a giocare a calcio, la facevo girare nel vecchio impianto stereo che era stato di mio zio. Avevo imparato subito tutte le parole a memoria, cosicchè ascoltandole potevo cantarle anch'io. Oppure la mattina presto, quando andavo a scuola e guardavo dal finestrino del bus la vita fuori, che era anch'essa assopita e con poca voglia di svegliarsi, me le ascoltavo nella mia mente. Io De Gregori lo conoscevo già da molto prima dei miei 15 anni. Almeno da quando ne avevo 11 e mio zio, quello dello stereo, aveva comprato il disco " Canzoni d'amore". Quelle canzoni mi parevano diverse dalle altre, mi accorgevo che le parole che vi erano dentro assumevano un altro peso rispetto a quelle di cui erano fatte le canzoni che mi era capitato di sentire fino a quel momento. E già allora, dopo un po', le imparavo a memoria. E cominciai davvero ad incuriosirmi. E cominciai a cercare altre canzoni di questo strano tizio. E ne trovai un sacco, alcune di molto vecchie. La magia si ripeteva ogni volta un po' uguale e un po' diversa. E proprio perchè era ogni volta uguale e diversa, mi veniva ogni volta voglia di sentirne una nuova o anche di riascoltare una che mi era piaciuta e stavo per imparare a memoria. Le volevo imparare a memoria e subito ci riuscivo, perchè volevo che quelle canzoni fossero un po' anche mie. Per non perderle e per poter tirarle fuori quando guardavo dal finestrino e non sapevo cosa vedere. Oppure quando mi trovavo in un posto in cui non volevo essere. A volte pensavo che ero l'unico nella mia squadra di calcio a conoscere quelle canzoni ed ero anche l'unico a cui potessero piacere. E non ero sicuro che fosse una cosa buona. Non sapevo neanche bene se non fosse buona per me o se non fosse buona per loro. Che poi quelle canzoni non le capivo neanche fino in fondo, almeno così pensavo. Erano diverse dalle storie che leggevo sui libri di scuola ed erano diverse anche dalle cose che leggevo per diletto o guardavo in tv. Non erano neanche come le poesie che dovevo studiare, o avrei dovuto farlo. In quelle non c'era la musica e non potevano diventare mie come quelle canzoni proprio per il fatto che a quelle dovevi cercare di dare un senso e una spiegazione definita, dovevi ricostruire e attribuirvi le intenzioni del poeta. Le canzoni di De Gregori, invece, mi bastava impararle a memoria e anche se a volte non capivo bene quel tizio cosa volesse dire, per me un senso ce l'avevano e per me significavano sempre qualcosa. Ed infatti, quando gli anni sono passati e io avrei dovuto, teoricamente,  acquisire strumenti più sofisticati e funzionali per capirle, mi sono reso conto che non sono in grado di attribuirvi un senso e un significato tanto diverso da quello  di quando avevo 15 anni. E pare sia giusto così. Proprio De Gregori dice che per come lui scrive una canzone e per l'idea che lui stesso ha delle sue canzoni, non si può pretendere di capire tutto. Intendendo, probabilmente, non si possa inserire ogni parola, ogni frase in una casella precisa,  chiuderla in una scatola e appiccicarci sopra un'etichetta. E allora forse a 15 anni avevo capito già. E ora che il vecchio stereo non funziona più, ogni tanto qualche canzone di De Gregori mi passa ancora accanto ed io la sento. Quelle vecchie le so ancora a memoria, quelle nuove non le imparo più, ma quado sento De Gregori mi torna in mente bene chi sono. Stamattina ho visto una sua intervista. Ad un certo punto ha parlato della sua canzone " Generale", una di quelle che più mi piacevano quando avevo 15 anni. Ha detto che questa canzone si può associare alla scena finale del film di Kubrick " Orizzonti di gloria"; alcuni militari francesi hanno fatto prigioniera una donna tedesca e, allo scopo di deriderla, la obbligano a scegliere di cantare una canzone. Una canzone tedesca, nella sua lingua. La donna comincia a cantare e i militari francesi, poco affini alla lingua tedesca, cominciano a ridere proprio così come avevano immaginato. La ragazza continua a cantare come se loro neanche esistessero. Canta, fissando il vuoto e quel vuoto cominciava a vivere. A quel punto i militari francesi non hanno più niente da ridere e il loro volto si riempie inesorabilmente di lacrime.

venerdì 14 novembre 2014

Note a margine

Qualcuno, dopo aver letto il precedente post, mi ha detto che io sottovaluto l'importanza della comunicazione. Qualcun altro ha ritenuto che fosse piuttosto bizzarro che scrivessi una roba del genere proprio io, che ho deciso, nottetempo, di invischiarmi nel famigerato Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, portandolo anche a termine. Non è così. L'importanza della comunicazione non credo affatto mi sfugga. Ritengo piuttosto che sia proprio questa consapevolezza e questa comprensione a farmi avere determinati punti di vista. Mi riferisco alla consapevolezza e alla comprensione del fatto che la comunicazione sia così importante da rappresentare, addirittura, un bisogno. Se non sapessimo o potessimo comunicare, non potremmo vivere. La nostra mente è strutturata per comunicare. Alcuni nostri organi sono essenzali a questa funzione, rendendoci capaci di emettere suoni complessi, di pronunciare parole. E non si tratta neanche di un bisogno solo umano. Sicuramente anche altre forme animali condividono questo bisogno e lo esprimono e lo soddisfano in forme che a noi in gran parte sfuggono, perchè la comunicazione non è soltanto un prodotto della mente, ma una realizzazione dell'essenza del comunicatore. Ragion per cui noi, con la nostra mente e la nostra essenza umane, non siamo in grado di comprendere appieno l'espressione di altri esseri.
Per quanto riguarda il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, va compresa la differenza tra scienza e tecnica. La scienza è il complesso di conoscenze, la tecnica è il modo con cui vengono applicate.
Potrebbe risultare interessante spiegare che la frase "l'ultimo rifugio dei vigliacchi è la comunicazione" saltò fuori proprio nel corso di una lezione all'Università. Era una delle prime lezioni a cui assistevo e Stefano Gensini, il mio professore di semiotica, fece riferimento ad una canzone dal titolo "L'aggettivo mitico", in cui De Gregori cantava questa frase. Io conoscevo la canzone e questa frase mi aveva colpito, ma allora non ero ancora in grado di attribuirvi il senso che vi attribuisco adesso. Il senso, cioè, che ho cercato di esprimere scrivendo quella roba e che ora ritorno a cercare di esprimere. Un senso che si configura soprattutto come un senso del limite. Il limite oltre il quale la comunicazione smette la propria funzione essenziale e diventa manipolazione o, peggio, costruzione ed edifizazione del nulla. Per comprendere la natura di cui questo limite consiste e il posto preciso dove esso è situato, ci corre in aiuto la filosofia, ci porta per mano Kant. In uno dei suoi imperativi categorici Kant ammoniva a non trattare l'uomo, nè se stessi nè gli altri, come fine e non come mezzo. Per Kant l'uomo è il fine, perchè l'uomo è la Ragione all'interno della quale vivono i principi morali. Per me, semplicemente, la comunicazione è un mezzo. Un mezzo attraverso cui veicolare idee, principi morali o immorali che siano. Un mezzo attraverso cui dare un senso al mondo e alla vita. Probailmente neanche un mezzo, ma il mezzo. La musica, l'arte, il cinema, la letteratura, il linguaggio, la pubblicità, sono tutti sottoinsiemi che fanno capo all'insieme che li comprende tutti e che è appunto la comunicazione. Il problema sorge quando il mezzo diventa il fine. Se si pretende di padroneggiare una tecnica e di esercitarla in modo da permettere, grazie ad essa, di poter far passare qualsiasi stronzata come un'idea accettabile e convincente non siamo semplicemente nel campo dell'immoralità kantiana, ma siamo al punto in cui qualsiasi esigenza e qualsiasi cosa convenga a chi detiene il potere economico e politico può diventare senso comune, legge e regola. La comunicazione usata come fine e non come mezzo, quindi, presta inevitabilmente il fianco alla dominanza e all'assoggettamento. E alla dipendenza di chi la subisce.

martedì 11 novembre 2014

L'ultimo rifugio dei vigliacchi è la comunicazione

Esistono i professionisti della comunicazione. Quelli che, se uno vuole esprimere un concetto, si rivolge a loro. E loro trovano il modo con cui vendere questo concetto. Gli trovano un abito alla moda e glielo mettono, gli fanno un bel taglio di capelli, sempre alla moda, e ci spruzzano sopra pure un po' di profumo, di quelli giusti. Se hai un concetto, un'idea da esprimere, devi rivolgerti a loro e loro te li rendono "cool". Il loro lavoro è fondamentale, perchè la comunicazione nel 2014 è tutto. Tu puoi averci la migliore idea del mondo, il concetto più intelligente del mondo, ma se non lo comunichi bene, sei spacciato. Non arriva. La gggente non ti capisce. E allora se hai un'idea o un concetto da esprimere, mettiti nelle loro mani.
Mi pare di avvertire in sottofondo, uno strano mormorio. Forse qualcuno ha un'obiezione. Prego, esprimete la vostra obiezione. Ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione. L'importante, come diceva Biscardi, è non accavallarsi. Qual è l'obiezione? Dal fondo della sala emerge una voce, fioca ma chiara. Un tizio sostiene: " D'accordo. Il problema è che io ho un'idea esattamente opposta. Il concetto che io vorrei esprimere è perfettamente contrario." Il solito studentello con la testa tra le nuvole. Uno che non ha capito un cazzo. Esistono i professionisti della comunicazione. Sempre quelli di prima. A loro ti devi rivolgere. Solo così potrai rendere il tuo concetto cool. E vincente. Questo è il mondo della comunicazione, bellezza.
Ed è così che nel cosmo librano e s'innervano grumi e agglomerati di concetti. Uno sull'altro. Che non li puoi manco più distinguere e separare uno dall'altro. Come fossero nuvole. Come fosse aria. Come fosse niente. Cumuli di spazzatura impastati col niente, ma comunicati con grande cura e sagacia. E quindi vincenti.
Nel prossimo post parlerò di politica. Queste erano solo considerazioni politiche abbastanza impolitiche.

venerdì 24 ottobre 2014

Solitary road

Mi piace camminare per strade solitarie. Oggi l'ho fatto. Le so riconoscere. C'è ancora vita lì dentro, anche se ti puoi facilmente ingannare che non sia così. Per certe strade solitarie la vita sembra davvero scomparire, assentarsi. Pare essersi fermata prima di lì e ricominciare subito dopo. Alla fine della strada. Ed è proprio questo che me le fa preferire. A volte. In certe strade solitarie puoi finalmente assentarti un attimo dal mondo. Fermarlo. Farlo smettere di girare. E per un attimo esisti solo tu. Il mondo sei tu, la vita sei tu. Fino alla fine della strada.
Ogni strada solitaria che si rispetti ha un muro alto e chiaro che la costeggia. Anche quella nella quale oggi mi sono addentrato. Freddo e insensibile. Specie in una giornata come questa, bagnate da un sole triste e corrucciato. Ho guardato su quel muro, credendo di trovare la mia ombra. Ma quell'ombra non ero io. Me ne sono accorto subito, malgrado la difficoltà che trovo nel riconoscermi. Non ero io, perchè eri tu. E a te ti riconoscerei comunque e dovunque. Per un attimo tutto mi è sembrato ricominciare a girare nel verso giusto, però anche un tipo come me, "uno che vuol pensare di volare" come mi dicesti tu un giorno, sa rendersi conto della differenza tra un'ombra e una persona. Allora ho avuto paura. Ho riguardato sul muro ed ora le ombre erano almeno tre. E prima che potessi riconoscerle, ho smesso di guardare. Ho affrettato il passo, correvo quasi per scappare da quella strada, arrivare in fondo. Alla fine della strada il mondo è cominciato come prima. Alla fine della strada tu non c'eri. Però, io ti cercavo.

mercoledì 8 ottobre 2014

Smetto quando voglio, ovvero come scartare di lato.

Parlare di “Smetto quando voglio”,adesso, risulta fuori tempo. Quindi io, adesso, sono perfetto per parlarne.
Il film è uscito nella sale a febbraio e, per fortuna, non è passato inosservato. L’operazione è perfettamente riuscita. Si trattava dell’opera prima di un regista dal nome hollywodiano, ma dalla provenienza decisamente meno cinematografica. Sidney Sibilia è un giovane, più giovane di quelli che ai nostri tempi sono comunemente ritenuti giovani, senza esserlo. Un giovane del Sud, uno che viene da Salerno. E a 32 anni ha girato e diretto il suo primo film. Di successo. Un portatore di una storia perfetta, insomma, per questi bassi tempi. Uno di quelli che per definizione non ce la possono fare e non ce la dovrebbero fare. Che, però, ce l’ha fatta. Una roba adatta per appiopparvi quella definizione che oramai è diventata cara anche a quell’invasato di Morgan: “una bella storia”. E infatti se ne è parlato, a suo tempo. Il film ha avuto la sua meritata pubblicità. Ed anche i suoi meritati riconoscimenti. Pare che questo Sidney e gli sceneggiatori che hanno lavorato con lui siano davvero bravi e abbiano tirato fuori una pellicola di autentico pregio. Riuscendo ad affrontare un tema realmente drammatico con la leggerezza che si richiede ai nostri tempi, per avere qualcuno che ti ascolta e, in questo caso, che ti guarda. Riuscendo anche nell’impresa di non sacrificare incisività, originalità e intelligenza sull’altare della leggerezza. Grazie anche al lavoro degli interpreti, tutti giovani anch’essi e tutti dall’inoppugnabile talento. Più o meno in questo modo, in una mia interpretazione molto libera e in una mia rappresentazione molto autonoma, si è parlato di “Smetto quando voglio” sin dalla sua uscita a febbraio. Io, che l’ho visto per la prima volta soltanto ieri sera  e che cerco di non criticare mai un film senza prima vederlo, oggi posso dire che c’avevano ragione. E posso provare anche a dire qualcosa che non lo dicevano gli altri, ma ora lo dico io.
“Smetto quando voglio” sembra flirtare con grande trasporto con il paradosso. Sembra voler debordare i confini della verosimiglianza senza travolgerli, appunto con leggerezza. Spostare l’asticella della credibilità non forse un po’ più in alto, ma di lato. I personaggi per quanto attendibili e con storie non impossibili nella complessa realtà contemporanea, difficilmente li puoi scambiare con persone realmente esistenti. Così come l’epopea della stralunata banda che conquista il mercato delle smart drugs può risultare anche credibile, ma solo in una realtà trasfigurata, quasi parallela. Un mondo, appunto, di lato. Scritto così, temo che nessuno mi abbia capito. Neanche forse Enrico Ghezzi. Concedetemi, però, di provare ad essere più chiaro. Alla prima riunione della banda, i fenomenali laureati luminari pezzenti sono ignari del motivo per cui sono effettivamente lì riuniti, all’interno di uno squallido e asfittico capannone ai bordi di una pompa di benzina. Uno degli astanti, un archeologo più quasi mai pagato che mal pagato, il meno giovane e quindi il più rotto all’esperienza del disastro, crede di anticipare il chimico creativo, protagonista principale del film e dichiara la propria indisponibilità all’ennesima protesta, un’altra manifestazione dove rimediare immancabilmente l’ennesima manganellata tra capo e collo dalla polizia. Quello è il punto in cui il film raggiunge il suo realismo più crudo, quello è il momento in cui siamo addirittura nella cronaca del reale. Ed è contemporaneamente anche il momento in cui ci si trova a sprofondare nella pura assurdità, il punto di più cruda incredibilità. Non c’è finzione, non c’è fantasia che possa superare l’assurdità e l’incredibilità di una realtà che colpisce con un violento colpo di manganello sulla testa qualsiasi speranza, qualsiasi velleità di chi nella vita è riuscito dove tutti gli altri non sanno e non possono riuscire. Quella realtà che ti prende per il bavero e ti dice: “ bravo, bravo. Hai voluto studiare più degli altri. Sei più intelligente, sei migliore degli altri?” e sbattendoti in testa un colpo di manganello ti sistema: “e allora sei un perdente. In questo mondo i migliori sono quelli che devono perdere”. Cosa può essere più incredibile? Infatti è da qui che nasce l’idea del protagonista, il chimico che inventa la nuova smart drugs, per fottere finalmente il mercato, direi meglio per fottere con il mercato. Ed è da proprio da qui che nasce anche il senso del film. I suoi dialoghi, la sua storia. Per portarci in un’altra dimensione, in un altro mondo, un po’ paradossale, un po’ grottesco. Una dimensione altra, alternativa rispetto ad una realtà che è così assurda, così incredibile, così invincibile, da potersi solo rifiutare. E a chi non sa, non può e non vuole adeguarsi, non resta che scartare di lato. E cadere. Come fece Bufalo Bill. Come fa questa favolosa banda di laureati.



mercoledì 1 ottobre 2014

Il cavallo di Renzi

La sinistra italiana in questi 20 anni ha governato poco e male. Poco perché ha spesso perso. Male perché non ha assolto ai suoi compiti storici. Non ha frenato la deriva disegualitaria nei giochi dell’economia e del potere. Non ha avuto la forza e forse nemmeno la voglia di imporre una propria visione di modello sociale ed economico realmente alternativo, nuovo e convincente. Per questo la sinistra è in crisi gravissima e il mondo non mi pare vada tanto bene. Tuttavia, sostituire definitivamente la sinistra con un magma uniforme di destra che copre tutto l’arco costituzionale, non mi pare una soluzione accettabile. Se l’effettivo compito che si è assunto Renzi è di uccidere definitivamente la sinistra italiana, mi pare stia a cavallo. A cambiare l’Italia, invece, lo vedo un po’ indietro col programma. Ammesso che gli sia chiaro qual è il programma.

lunedì 22 settembre 2014

Controrisposte utili per risposte poco gradite

C'è chi vorrebbe fare lo scrittore, ma in realtà scrittore non è. Condizione umana alienante e imbarazzante, eppure più diffusa di quanto si pensi. Ed ecco allora questo mondo tanto bello, in quanto vario, ha pensato anche a noi. Esiste una casella in cui infilare anche le vane e inconcludenti aspirazioni di noi altri. Esiste un business dedicato solo a noi. Ci sono case editrici che nascono e sperano di prosperare proprio grazie ai nostri soldi. Sono disposte a pubblicare anche la tua merda, purché sia tu a pagarla. Ti scrivono che la tua opera è degna di ammirazione  e di rispetto, che tu sei uno scrittore vero, però il mercato è complicato e cattivo. Il "mercato non permette". E allora tocca  a te pagare. Loro pubblicano il libro, tu versi loro un corposo assegnone e loro in cambio ti cedono le copie del tuo stesso libro. Detta così la vicenda mi pare suonare grottesca proprio così com'è concepita. Ci sarebbero altri modi per raccontarla, ma questo è il modo conforme alla verità. E così, in questi casi, non resta che trovare la risposta giusta. A me, nel mio piccolo, una mi pare di averla trovata:

Posso capire tutto, ma se "il mercato non permette" neanche noi permettiamo al mercato. Nel senso che, se uno ha da offrire qualcosa che non si vende, non è che può risolvere la vicenda comprandosela da solo. Da se stesso. Già non è tanto bello vendersi, se poi uno deve contemporaneamente anche comprarsi, diventerebbe davvero cedere qualcosa di troppo al mercato. Del resto, lo diceva Bennato in tempi non sospetti: "...resti fuori dal gioco, se non hai niente da offrire al mercato." 

giovedì 4 settembre 2014

Le regole

Potrebbe anche essere che abbiate ragione voi. Dico voi, tutti gli altri. Che mi dite che non si fa così, che ho sbagliato, che sono sbagliato. Sembrate così convinti. Magari avete ragione voi. E io ho torto.
Non potrete mai immaginare, però, l'eccitazione che può dare la solitudine. E non si tratta di roba da onanisti, come voi (voi che avete sempre ragione) potreste pensare. No, non c'entra. Niente contro l'onanismo, per carità. Pure gli onanisti hanno sicuramente torto e, di conseguenza, appartengono senz'altro a una categoria in cui mi ci ritrovo. Talvolta. A tratti, per essere più precisi. Questa eccitazione però è ben diversa. Come quando stai perdendo 6-0, 5-0 e tiri un ace micidiale all'incrocio delle righe. E ti accorgi che la partita non è finita. Ricominci a sentire dentro di te la forza, come un'onda che ti assale e che ti scaraventa di nuovo in piedi. E ricominci la tua battaglia e riprendi a godere di essa. E a godere di te. Che alla fine ti accorgi che non è nessun arbitro a decidere se hai vinto o se hai perso, perchè le regole del gioco le fai tu e le scegli tu. Voi avete ragione con le vostre regole e magari pensate anche di vincere. Mentre io rimango col mio torto, con le mie regole. Che però continuano a piacermi e per me continuano a funzionare. E mi alzo ancora da terra. E mi sento Sampras a giocare con le mie regole, mentre voi, che giocate con le vostre, mi sembrate Cancellotti. Mi state pure simpatici, ma il fuoriclasse sono io.

giovedì 28 agosto 2014

Le partite di Serie A



Un tempo non sarebbe mai uscito di casa prima che le partite di Serie A fossero terminate. Un tempo le partite di Serie A terminavano tutte alla stessa ora. Ed era convinto che fossero una cosa importante. Oramai, indipendentemente dal loro orario d’inizio e di fine, tendevano ad annoiarlo. Talvolta l’irritavano addirittura. Trovava irritante la mitologia che si costruiva intorno ad uno sport decadente e imbarbarito, mitologia che per quanto vuota e inconsistente continuava a contare su innumerevoli adepti. Ipnotizzati, stregati da un carrozzone dei miracoli spinto a manate dalla tv che, come Mangiafuoco, metteva in scena il suo spettacolo di burattini. Uno spettacolo di modesti contenuti tecnici. Una massa informe di esseri umani a seguire il carrozzone, appesi a dei risultati tendenzialmente  decisi e stabiliti prima, altrove rispetto al campo di calcio.

martedì 26 agosto 2014

Fallimenti



Aveva sentito dire una volta da qualcuno che a renderci particolarmente insopportabili le nostre miserie e la nostre disgrazie non sono tanto esse in sé, quanto piuttosto la insinuante consapevolezza che a chi ci circonda vada molto meglio. Gli era sembrato piuttosto banale come concetto. Non riteneva neanche fosse vero. In quel momento, tuttavia, gli capitò di ripensarci. Lo rivalutò. Al punto che arrivò ad attribuirvi una dignità addirittura filosofica.
I fallimenti, la grettezza hanno pur sempre una spiegazione. In ogni caso. La vita può andarti male perché il destino si accanisce contro di te e infila nel tuo cammino una serie di disgrazie, catastrofi, eventi del tutto sottratti al tuo controllo e alla tua responsabilità. Non hai colpe. Puoi pensare “è così che va la vita”. Poi però ti accorgi che non è così la vita degli altri. Ad altri va decisamente di culo. E ti verrebbe voglia di far esplodere loro con tutto il mondo.
Oppure succede che la tua vita è peggiore di quella degli altri, semplicemente perché hai meno qualità degli altri. Allora puoi dirti: “ ci ho provato. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità”. Poi però pensi a quelli che ci hanno provato anche meno di te, si sono sbattuti decisamente meno di te e sono arrivati ben più lontano di te. Perché sono semplicemente migliori di te. E non puoi certo riuscire a trattenere l’impulso d’ insultare e maledire con tutte le tue forze sia te stesso che  tutte le divinità possibili e immaginabili.
C’è poi chi è il primo responsabile dei propri fallimenti, chi ci sguazza nella propria grettezza, chi non ha alcuna voglia di dannarsi l’anima per conquistare alcunché di questo mondo. In questo caso non dovrebbe esserci nessuno con cui prendersela e si potrebbe, in teoria, stare in pace nella propria condizione che, per quanto poco piacevole, risulta fondamentalmente volontaria. Il problema di costoro, tuttavia, è che se scelgono di disinteressarsi delle cose del mondo è perché, in  linea di massima, il mondo gli fa schifo. Trovandocisi a vivere, ne consegue una sotterranea sensazione d’insoddisfazione. Sensazione che diventa insopportabile quando vedono che gli altri, invece, ci vivono bene eccome. E ne hanno onori e gloria. Ed allora li disprezzano e contemporaneamente disprezzano la loro sorte, paragonabile a quella degli esuli. Prigionieri di un mondo che detestano, essendone sentitamente ricambiati.

domenica 27 luglio 2014

Non c'è niente da capire?

Non so scrivere di te e non dovrei farlo. Non so parlare di te e, soprattutto, non so parlare con te. Proprio non ci riesco. Tutte le volte che provo a farlo, tu non capisci quello che dico. Quando capisci, io ti ho solo detto le parole sbagliate. E comincio a sanguinare. Appena te ne accorgi, tu colpisci ancora più forte. E ti fai male anche tu. Ogni tuo colpo lascia una ferita anche su di te. Io me ne accorgo. Le vedo. Non capisco. Deve pur esserci qualcosa da capire, ne sono certo, ma non capisco. Non dovrei proprio scrivere di te, nè dovrei più parlarne. Dovrei smettere di provare a parlare con te, di bruciare dal desiderio di rivederti ancora. Non dovrei più pensarci, dovrei tirarti via dalla mia mente. Proprio non ci riesco. Non capisco. Non ha senso. Provo a pensare che tu non esisti. Quasi mi convinco. In fondo sei soltanto un prodotto della mia mente. Tu sei un'altra persona. Non sei quella che esiste nella mia mente, questo oramai è chiaro. Forse potrei sostituirti. Pensarne un'altra, inventarla diversa. Che non abbia i tuoi occhi. Dovrei pensare un' altra faccia, un volto di ragazza su cui non nasca ogni tanto quel sorriso che sfida la crudeltà della vita che hai vissuto. Quel tuo sorriso che ricorda a tutto il mondo che non esiste male che può togliertelo, che non esiste forza che può domarlo. Però come faccio? Tu quegli occhi li hai davvero, quel sorriso nessuno può togliertelo, figurati se posso togliertelo io, che non riuscirò mai più a togliermelo dalla mia, di testa. Non posso farlo. E anche se potessi, proprio non voglio. Voglio continuare a pensare di poterti ancora rivedere, di poter ancora parlare con te. Di nuovo. Anche questa volta, ora che non ci crediamo più davvero nè io, nè tu. Eppure, forse mi basterebbe non dimenticare che tu sei una ragazza diversa da quella che esiste nella mia mente. Magari riuscirò a capirti. E anche tu mi capirai. Se solo potesse succedere. Di nuovo. Daccapo. Magari, quest'altra volta, tutto sarebbe davvero diverso.

venerdì 25 luglio 2014

Opinioni politiche

Avere un'opinione politica, di questi tempi, mi risulta complicato. Eppure, di questi tempi, un'opinione se la negano in ben pochi. Di politica, di calcio, di cinema, di musica, di economia, un po' di tutto. Solo di filosofia no, ma giusto perchè la filosofia è diventata piuttosto fuori moda. Chi ci capisce, chi ci capisce poco e soprattutto chi non ci capisce un cazzo, quasi ognuno si sente in grado di dire la sua, su tutto. Le opinioni fioccano,tanto la figura di merda non è mai stata un concetto così relativo come in questi ultimi tempi. Mentre io, strano come al mio solito, mi trovo, in questo determinato momento, piuttosto sprovvisto di opinioni politiche. Tuttavia continuo, di tanto in tanto, a rifletterci, sulla politica. Il fatto è che continuo a ritenerla una cosa davvero importante. E allora, quando ho la televisione accesa, mi capita di transitare in quegli studi televisivi dove ci sono politici e giornalisti politici. Parlano, spiegano, dibattono, litigano. Loro ce l'hanno un'opinione politica. Almeno così dicono. Perchè, per esser sincero, io ad ascoltarli e provando a rifletterci a modo mio, sulla politica, mi sorge il dubbio che forse sono loro a non avercela un'opinione politica. E non io. Perchè io, per esempio, mi collocherei all'opposizione di Renzi e del suo governo. Che, però, non ho capito neanche bene che razza di governo è. Questo governo, infatti, lo sostengono anche Formigoni, Giovanardi, che Renzi si è sempre vantato di vederli come il fumo negli occhi. Boh. E poi ancora, sempre per esempio, pare che all'opposizione di questo governo ci sia pure Berlusconi, che però contemporaneamente sostiene che con Renzi finalmente si possono fare le riforme che quei cattivoni dei giudici politicizzati e gli infiltrati del KGB non hanno fatto fare a lui. E allora? E io, poi, che mi opporrei "storicamente" a Berlusconi, sarei nel suo stesso campo, tra l'altro con lui che si pone in posizione più avanzata, rivendicando il ruolo di "opposizione collaborativa". Boh. E poi ci sono quelli del Movimento 5 Stelle. Loro sì che sono all'opposizione. Dura e pura. Così dura e pura che l'hanno presa proprio come scopo nella loro vita. Loro si oppongono. Succeda quel che succeda. Costi quel costi. Cantava Vasco Rossi "voglio trovare un senso a questa vita" e loro l'hanno trovato: si oppongono. Tipo che ogni giorno uno di loro si alza e grida "dittatura", "colpo di Stato". A me ricordano un po' un mio amico che amava provarci con le donne, ma purtroppo per lui con scarso successo. E allora a quel punto le apostrofava contrito: "puttane". Di fronte a tutto questo io mi trovo in difficoltà. In questi giorni le tv starnazzano più che mai sulle "riforme". Quella strana roba che si chiama governo, insieme a Berlusconi, hanno deciso di approvare la Riforma del Senato. Cambiano la Costituzione. Mentre i soliti noti gridano "dittatura", "colpo di Stato" io ho trovato il modo per provare a capirne un po' di più.Devo dire che la trovo una roba tecnicamente, politicamente, addirittura filosoficamente accettabile. Sarei anche d'accordo con questa Riforma del Senato. Poi però provo a pensare a cosa vogliono farci in questo Parlamento rinnovato, liberato dal bicameralismo perfetto, con un Senato tutto nuovo e ben arredato, ma mi ritrovo in difficoltà. Perchè in fondo io le idee poltiche di Renzi, il suo progetto di futuro (questa parola di cui lui pur si riempie la bocca) non l'ho ben presente. Sarò stato io poco attento, ma a me sembra che quello che non ha idee politiche non sono io. Sono gli altri. Del resto, si sa, idee ed opinioni non sono la stessa cosa.

domenica 20 luglio 2014

Pezzi

Certe parole che dico,certi pensieri che penso, certi sensi che scrivo, certa vita che sputo, ad intervalli più o meno regolari, cade a terra come i capelli dal barbiere. Che quando li guardi neanche li riconosci più e di certo non ti sembrano davvero i tuoi. Finché ricrescono, in qualche modo ti rendi conto di poterci anche stare, che in fondo va bene anche così. Io vorrei non fossero diversi da quelli di prima. Che quelle parole valessero ancora, che quei pensieri girassero ancora, che quei sensi avessero di nuovo senso, che quella vita non morisse. Vorrei daccapo. Vorrei che i miei nuovi capelli fossero uguali a quelli tagliati. Mentre penso se è una cosa giusta o sbagliata, mentre mi sorge il dubbio se io sia normale, mi guardo nello specchio e ora vedo quattro capelli bianchi sulla mia tempia sinistra.

martedì 18 marzo 2014

Banalità

La verità quasi sempre è banale, deludente, stupida. C'è chi sa fare a meno della verità e scrive cose molto più interessanti delle mie. Io no. Io vado semplicemente in cerca della verità e quando la trovo l'abbraccio. E scrivo quasi sempre cose banali, deludenti e stupide. Somigliano molto alla verità.

lunedì 10 marzo 2014

Si confondono gli agnelli con i lupi

A volte sono gli agnelli che ululano alla luna. O almeno vorrebbero farlo, ma essendo agnelli e non lupi ne viene fuori un suono atroce. Non che l'ululato dei lupi sia un suono gradevole, ma almeno ha un senso, sta nelle cose del mondo. Lo puoi capire. Quando a un agnellino girano le palle e gli vien voglia di gridarlo a tutti questi lupi un po' infingardi, corre dalla luna. La reclama per sé, vuole che sia sua. E per attirare la sua attenzione non trova di meglio che rivolgersi a lei come farebbe un lupo. Lui che lupo non è. E non vorrebbe neanche esserlo. E ne vien fuori un suono atroce e insensato. E neanche la luna gli dà retta. Anche la luna scappa. La luna se ne va coi lupi. E niente e nessuno potrà mai capire.

mercoledì 5 marzo 2014

Critici per social

I film di Sorrentino li ho visti tutti. Seguendo, tra l'altro, un ordine rigorosamente cronologico. Dal primo all'ultimo. Cosicché, volendomi improvvisare anch'io critico, avrei dalla mia il privilegio di aver seguito, anche con attenzione, l'opera del regista nel suo sviluppo e quindi potrei avere l'ambizione a rappresentarvi la sua evoluzione. Sapessi farlo. Preferisco rimanere nel dubbio. Il punto, tuttavia, è che stasera pure io ho voglia di travestirmi da critico. O, piuttosto, pure io ho voglia di parlare del film di Sorrentino che ha vinto l'Oscar. Tanto più che li ho visti tutti. "La grande bellezza" non ero andato a vederlo al cinema, l'ho visto ieri sera per la prima volta. Non che la cosa implicasse un pregiudizio negativo sul film. Conferma, piuttosto, un aspetto scarsamente interessante e per questo trascurabile, che in una mezza riga possiamo liquidare come "la mia scarsa vocazione a frequentare i multisala". Ieri sera, dunque, mi sono messo davanti alla tv libero, consapevole di esserlo, da pregiudizi di qualsiasi segno e genere. Nessun pregiudizio negativo indotto da alcuni chiacchiericci scritti e parlati che avevo captato riguardo al film. Nessun pregiudizio positivo indotto dalla fama del regista e dalla stima personale, aumentata ancora di più dal momento in cui l'ho visto presentarsi trionfante al mondo con una statuetta in mano citando Diego Armando Maradona come sua fonte d'ispirazione. Purtroppo non vincerò mai un Oscar e neanche un Nobel, ma vi assicuro che, ove mai fosse successo, avrei fatto lo stesso. Niente, però, mi ha condizionato. Ho visto il film con gli occhi di un bambino che vuole vedere le cose del mondo, imparare, conoscere, capire. E con quegli stessi occhi ora ne parlo. Stamattina mi è venuto in mente un articolo di Pier Paolo Pasolini che da ragazzino ebbi modo di leggere su un vecchio "Corriere dello sport".  Risaliva ad almeno vent'anni prima e parlava di calcio. Il calcio potrebbe essere affare trascurabile proprio come la mia scarsa vocazione a frequentare i multisala, ma può anche essere qualcosa di diverso. In questo caso è qualcosa di diverso. Innanzitutto perché a scrivere era Pier Paolo Pasolini e ciò basta a garantire di dribblare la banalità. Oltretutto è proprio Sorrentino con la sua citazione di Maradona a ricordarci come la grande bellezza può apparire e concretizzarsi anche su un campo di calcio. Ed era quello che pensava e che scriveva in quell'articolo anche Pier Paolo Pasolini. Non parlava di grande bellezza, Pasolini. Per lui la bellezza del calcio aveva almeno due facce diverse ed all'interno di queste facce poteva essere grande, piccola, apparire e scomparire in un lampo. Le due facce diverse erano il calcio italiano, talvolta chiamato all'italiana con un tono anche lievemente spregiativo, e il calcio brasiliano. Erano due categorie. Come la prosa e la poesia. Il calcio italiano era prosa, tendente ad un obiettivo preciso, con la vocazione all'eleganza e alla raffinatezza, ma nei limiti di un punto di partenza e un punto d'arrivo preordinati e inderogabili. Il calcio brasiliano era, invece, poesia. Con delle regole e una metrica certo, ma affidato all'ispirazione pura, spinto verso l'indefinito e l'indefinibile, teso verso il superamento, la decostruzione del reale e dell'esistente, alla ricerca di equilibri e configurazioni create, inventate. E io, dopo aver visto "La grande bellezza" ho pensato che esiste anche nel cinema un modo prosaico e un modo poetico. Il cinema di Sorrentino tende per sua natura alla poesia. Fin dal suo primo film. C'era il calcio e c'era anche la poesia nell' "uomo in più". C'erano due Antonio Pisapia, un cantante e un ex calciatore. Uno amava troppo poco. L'altro amava troppo forte la vita e il calcio. "La grande bellezza" è ancora più chiaramente, nettamente poesia. Questo non significa necessariamente che sia meglio di un film che, al contrario, farebbe prosa. Del resto anche nel calcio succede talvolta che il Brasile s'ingolfi e l'Italia vinca. Perché nel calcio vincere alla fine è la cosa che conta. Nel cinema no. Nel cinema a vincere l'Oscar è stata " La grande bellezza", ma ciò può essere trascurabile come la mia scarsa propensione a frequentare i multisala. Uno che vorrebbe atteggiarsi a fare il critico a questo punto dovrebbe sbilanciarsi e sparare la sua sentenza: la poesia nel film si è pienamente realizzata? Sì o no? Ovviamente non è quello che farò io. Jep Gambardella alla fine dice che in fondo è solo un trucco. La grande bellezza, l'aspirazione all'assoluto, forse è sempre ricerca di ciò che non esiste, che non c'è. Possiamo illuderci di individuarla, di realizzarla, di sfiorarla, ma in fondo è solo un'illusione. Solo un trucco, reso possibile dalla compiacenza degli altri. C'è chi come Jep Gambardella preferisce cercarla con i piedi ben piantati su questa terra, con la sua tetra combriccola, e c'è chi, come l'inquietante santa ultracentenaria, s'inerpica su una mostruosa scalinata alla ricerca del cielo. In fondo forse è davvero solo un trucco e ciascuno trova soltanto quello che vuole trovare. O che s'illude di voler trovare. Così anche in questo film, ognuno ci trova, in fondo, quello che vuole. A patto, ovviamente, che ne sia in grado. Una cosa che ci ho trovato io e che voglio scrivere, riguarda i dialoghi. Molto ricercati, curati e sentenziosi. Tuttavia piuttosto vacui e inconcludenti, talvolta quasi convenzionali. Potrebbe sembrare una stroncatura, invece non lo è. I dialoghi si attagliavano perfettamente ai personaggi e all'idea su cui si reggono loro e il film. I loro dialoghi li rappresentano e li disegnano così come Sorrentino li ha pensati. Una pungente inquietudine, quasi una sottile tristezza ti prende alla gola nel corso del film e non ti lascia neanche dopo la fine, che allora qualcuno ingenuamente può pensare che è perché il film è brutto. O piuttosto può pensare "ma chi me lo fa fare di vederlo"? E invece è proprio questo il motivo per cui vale la pena vederlo. E magari proprio per questo ha vinto pure un Oscar.

mercoledì 19 febbraio 2014

Pensieri e parole

A volte ripenso a quello che dico. Scrivendo correttamente, ripenso a quello che ho detto. Luogo comune addobbato da saggezza popolare suggerirebbe di pensarci prima. " Prima di dar fiato alle tue parole dovresti mettere in azione il cervello" ammonisce colui che ambisce al ruolo del Catone il Censore di turno. Ovviamente dice un'imbecillata a prescindere. Risulta addirittura lapalissiano che se il cervello non fosse in azione nessuna parola potrebbe uscire dalla nostra bocca.Io me ne sono sempre impippato. Qualsiasi cosa  il Catone il Censore di turno voglia intendere e qualunque senso voglia dare al suo ammonimento. Parlo senza averci pensato troppo. Per me parlare ha un senso preciso e lo ha anche pensare. Ed entrambe le cose hanno, per me, una grande importanza. E mi piace molto farle. Insieme. Penso molto, io. Magari male. Ma penso. Nei limiti del mio cervello, ovviamente. A volte penso quando sono solo e allora non parlo. E qui anche Catone il Censore sarebbe d'accordo. Pare infatti che parlare da soli non sia una pratica socialmente accettabile e consigliata. 
E poi, penso anche quando sono con gli altri. E, se coloro con cui sto, mi vanno a genio parlo anche, mentre penso. Insieme a loro. Perciò succede che penso quello che dico e, inevitabilmente, dico quello che penso. Poi dopo che l'ho detto, quando, magari, la notte si è trasformata in giorno ci ripenso. Rianalizzo quello che ho detto. Dopo, però. E il più delle volte mi sembra di aver detto delle cazzate. In fondo poi neanche tanto vere. O delle cose, in fondo, poco significative. Però a differenza del Catone il Censore di turno, arrivo anche a capire che tutto ciò è normale. Come diceva Eraclito e ci ricorda Battiato " non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume". La cazzata di oggi, ieri sera aveva un senso. O, se non altro, un motivo. Quanto alla verità non so manco se esiste. E se esiste, di certo, non mi si concede. La verità è la donna più difficile e altera del mondo. E, comunque, non può essere la stessa per sempre. Quanto al resto, giova ricordare un poco noto filosofo contemporaneo, tale Quelo, che sosteneva: "la risposta è dentro di te, però è sbagliata." Sapendo tutto ciò e mettendovi al corrente di quello che so, io sto ripensando a quello che ho detto ieri sera. Contrito e piuttosto intristito ho avuto modo di affermare: " non accade mai quello che io voglio far accadere". 
Obiettivamente ho detto una cazzata. Non si capisce infatti perché gli avvenimenti del mondo o, più precisamente, della mia vita, debbano seguire la mia volontà. O forse la mia sceneggiatura, se ripenso meglio a quello che io intendevo. Ovviamente non funziona così. Le cose e i fatti vanno un po' a cazzi loro, che io ne sia più o meno protagonista. C'è qualche santone da strapazzo che propaganda robe del tipo " che tu hai il controllo della tua vita", " che se tu vuoi e bla bla bla". Sono stronzate peggio di quelle di Catone il Censore. Qualche anno fa De Gregori cantava "ognuno è fabbro della sua sconfitta, ognuno è complice del suo destino. Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino". Questo è quanto. L'interpretazione dei versi di De Gregori è cosa che impegnerebbe troppo una mente limitata come la mia, quindi la lascio volentieri a voi. Ora preferisco ritornare alle mie cazzate. Oggi è una cazzata. Ieri non lo era. Non lo era perché la dicevo a lei. E lei forse non sa bene quello che volevo far accadere, ma di certo lo immagina. Perché, in fondo, neanche io lo so bene. Però a me piace troppo immaginarlo. E farlo immaginare anche a lei. Perché, in fondo, ora che non ho più molta voglia nemmeno di scrivere, mi ritorna la voglia quando vedo lei. Per scrivere quello che non le ho detto, perché l'ho pensato dopo. Dopo che l'ho detto. Anche le volte che ci siamo presi a testate. Come se lei mi rimetta in contatto con me e mi convinca che forse vale ancora la pena scambiarmi quattro chiacchiere. Con me, quella persona con cui è pur sempre un piacere ineluttabile discorrere, anche se a volte tendo a dimenticarmene.  
Un giorno forse le dirò anche che ho un blog. Magari presto. Prima che io possa capire bene, capire tutto. Perché qualcosa che non capirò mai, ci sarà sempre. Come mi disse proprio lei una volta. Sì tu, proprio tu che ancora non sai che ho un blog e quindi ora non stai leggendo. Però forse un giorno lo saprai. Le parole questo hanno di bello e forte. A volte rimangono. Se c'è qualcuno che le sente.