mercoledì 30 maggio 2012

Anna ed Eva


Anna vive a Melfi. Ha poco più di 20 anni. La sua vita somiglia a un orologio. La lancetta più grande è la nonna malata, che non può alzarsi dal suo letto e che sembra essere l’unica persona che Anna ama davvero. La lancetta più piccola scandisce il tempo delle tante, troppe ore passate in fabbrica. Ore consumate a guadagnare i soldi per pagare le cure della nonna, per pagare le spese della propria famiglia, con un padre disoccupato che ha una Tv come migliore amico e con una madre che lavora anche lei e che svolge il proprio ruolo familiare con rassegnazione. In un alba gelida che sembra come tutte le altre Anna raggiunge la sua macchina per andare in fabbrica, ma dentro ci trova Eva. Eva stava dormendo, dice che è entrata perché fuori faceva troppo freddo, si scusa. Poi si sposta al lato passeggero, pronta ad andare dovunque Anna voglia portarla. Eva è coetanea di Anna, ha due occhi verdi che paiono reclamare dal mondo l’amore che il mondo, bastardo, le nega. È bella Eva, ma di una bellezza dimessa, completamente innocente.
Anna deve andare al lavoro e non può portarla con sé, la può far salire però in casa. Come se fosse la scelta più naturale del mondo la fa entrare, va al letto della nonna per avvertirla della sua presenza e corre al lavoro. Avviene così l’incontro tra la giovane operaia italiana e la giovane operaia rumena, licenziata nel suo Paese e che arriva in Italia per rivedere sua madre. Questo incontro e la storia che da esso nasce è raccontato in un film di Massimo Coppola, uscito nelle sale circa un anno fa e che io ho visto ieri in tv. Hai paura del buio è un film originale, inconsueto, dissonante per certi aspetti. Vi scorre dentro la disperazione della vita vera, la forza della gioventù e della bellezza, la ribellione del dolore più che la ribellione al dolore. Le due ragazze il loro dolore se lo portano dentro, con la consapevolezza che esso fa parte di loro, della propria anima. Non lo rifiutano, ma ne traggono forza, caparbia voglia di vivere. Così Eva, dopo aver “spiato” la vita della madre per giorni,nascondendosi mentre la guardava portare al parco la bimba degli “Italiani” e poi seguendola fino a dove abitava per scoprire che soggiaceva alle voglie di un balordo che “commerciava” i corpi delle rumene in quella zona, decide che è arrivato il momento di guardarla in faccia. Non c’è spazio per la retorica nelle parole in lingua rumena che Eva dice alla madre e non c’è spazio neanche per il perdono. Sua madre è colpevole dei nove anni in cui l’ha lasciata sola, di non essere mai ritornata neanche quando era morta la sua di madre. Mentre qui in Italia badava ai figli degli altri e andava al funerale dei vecchi di cui faceva la badante. Per soldi. Come per soldi magari aveva anche battuto in strada. A niente servono le strazianti lacrime della madre, alla parola sacrificio Eva sente scoppiare dentro di sé di nuovo tutto il dolore dei nove anni passati senza la propria mamma. Eva non può sopportare che lei possa pensare che i soldi possano ripagare anche una sola parte di tutto questo dolore. La madre in questi nove anni le ha mandato 28000 euro, a cui l’unico valore che lei può dare è quello delle cose che ci ha comprato, per esempio le pasticche per sballarsi in qualche sabato notte di Bucarest. Restituirà tutto alla madre, fino all’ultimo centesimo e quando la madre le chiede “perché sei venuta fin qui?”, lei risponde: “ per convincermi che non esisti più”.
Così Anna alla morte della nonna si trova con la consapevolezza di doversi reinventare una vita. Daccapo. Senza più la fabbrica che la vita gliel’avrebbe mangiata soltanto. 

lunedì 28 maggio 2012

La notte oscura (ermetismo impanato e fritto)


La notte che è calata stanotte è nera di un buio che terrorizza gli occhi. Un velo copre la luna e serra prigioniera la luce. È un velo spesso come la vergogna. La vergogna è quella cosa che fa di un uomo un uomo, disse quel tale alla fermata del tram. In fondo poi cos’è la vergogna? Me lo domandai quella volta, dopo aver sentito le parole di quel tale, mentre correvo col cuore in gola verso la stazione. La vergogna è qualcosa di cui dobbiamo rendere conto a noi stessi o è il sentirsi nudi davanti agli occhi degli altri?  Perché se ci vergogniamo solo quando gli altri ci vedono e ci scoprono, allora in fondo non è vergogna e forse noi abbiamo fatto qualcosa che in realtà ci andava bene fare. E quindi non ci sarebbe niente di cui vergognarci. Malgrado pensassi veloce e mangiavo la strada con ancora maggiore frenesia, persi il treno, uno di quei treni che non passano più.
A questo punto il passato si dirada e vengo immerso definitivamente in questa notte nera di vergogna. La vergogna copre tutto, come un magma indistinto, dalle parti di Tivoli. Non si vedono più i fatti, non si distinguono l’una dall’altra le persone, si perde nella nebbia della vergogna anche il motivo che l’ha generata. Non si sa più né chi è in diritto di vergognarsi, né chi è in dovere di ricordarsi. Tutto scivola via in una nube nera, con le grida di sottofondo di chi dice “giustizia è fatta” o di chi dice “giustizia caina”. Mentre noi da qui vediamo solo il nero di questa notte e da qui non sappiamo certo, né potremmo, giudicare.
Chissà se poi in questa notte c’è spazio anche per la vergogna dei calciatori, degli allenatori. Difficile sostenerlo.  Se la vergogna è quella cosa che sosteneva i tale alla fermata magari, qualcuno che tra di essi è uomo, la proverà. Se non è questo, invece, venduti, imbroglioni e ciarlatani del calcio di ogni risma non hanno niente di cui sentirsi nudi dinanzi ai nostri occhi. Noi lo sapevamo già, eppure nei week end questo spettacolo brutto ed indecente siamo stati contenti come dei bambinoni di sorbircelo lo stesso. E niente c’ha tolto il gusto di spendere i nostri quattrini per giocarci sopra anche delle gran belle scommessone. Come ebbe a dire Petrolini : “ io non è che ce l’ho con te, ce l’ho con quello che hai a  fianco che nun te prende e te butta de sotto!”.
E ora mi cullo in questa notte, mentre un’ inquietante ombra di vergogna mi culla. Una vergogna che è tutta e solo mia e di cui voi non avete nulla da sapere.

venerdì 25 maggio 2012

Celestino

Da qualche giorno nelle pagine politiche compaiono cognomi nuovi. Pizzarotti, Tavolazzi, Casaleggio. Cognomi inediti, anche anomali, non privi di un certo spirito creativo, tanto da sembrare quasi inventati.
Sono cognomi verissimi, invece. La loro presenza sulle pagine politiche odierne è non solo meritata, ma anche benedetta. Soprattutto per quanto concerne il primo cognome. Di tantissime cose ha bisogno la nostra politica in questi tempi cupi e funerei. Una tra le tantissime è senz’altro l’emergere di cognomi nuovi. Evviva Pizzarotti dunque, evviva la riscoperta della partecipazione, evviva il riaffiorare del desiderio di fare politica attiva in una generazione che fino a poco tempo fa ne pareva tristemente immune.
Nelle pagine politiche di questi giorni, però, cambiano i cognomi, ma i contenuti rimangono pericolosamente simili a se stessi. Pizzarotti vorrebbe Tavolazzi, ma Casaleggio tramite Grillo non è d’accordo. Pizzarotti fa un passo indietro poi due avanti, poi due indietro più uno avanti, infine se la prende con la stampa, coi giornalisti che distorcono e interpretano male. Omette  però l’aggettivo “comunista”, a differenza del campione politico assoluto di questa specifica specialità.
 Tavolazzi litiga con Casaleggio. Grillo litiga con Tavolazzi, secondo Tavolazzi per interposta persona (il “famoso” Casaleggio di cui sopra).
Leggo stancamente risposte, contro-risposte, attacchi, contro-attacchi e mi viene in mente Nanni Moretti. Penso al Papa che non ce la fa a pensarsi Papa. Al Papa che ha una concezione così pura e alta del ruolo del Pontificato che non si sente all’altezza, che lo ritiene impossibile per lui. Gran bel film “ Habemus Papam”, mi è piaciuto molto. Mi piacque molto anche la canzone di De Gregori che prendeva spunto dalla storia di Celestino V, il Papa che nel 1294 rinunciò alla sua carica di Pontefice, ritenendo la vita monastica da benedettino eremita più adeguata a servire Dio, piuttosto che ricoprire la carica. 
Mi affascina molto la purezza mistica di chi guarda il mondo e le cose  nella loro “idealità” , di chi non sopporta che si compiano atti che ne possano intaccare o corromperne appunto l’ “idealità”.
Questa fascinazione a volte mi fa davvero pensare che l’azione più coerente a tale pensiero, la scelta più sensata sia davvero quella di “girare i tacchi e andarsene in Africa”. Metaforicamente s’intende, tecnicamente parlando al momento sto piuttosto bene qui a casa mia.
Poi per fortuna mi accorgo che si tratta solo di una suggestione. Non è sensato perdere la speranza che qualcosa di “ideale”, o più semplicemente di utile per questo mondo, si possa realizzare agendo, piuttosto che rinunciando. Non sperare e non confidare più di tanto in Pizzarotti, Tavolazzi, Grillo (o chi per loro) mi pare, intanto, molto più sensato.

martedì 22 maggio 2012

Questi fantasmi


Periodo di bombole fatte esplodere davanti alle scuole per ammazzare ragazze, periodo di terra che trema e di uomini che sudano il salario e la vita, morti di notte sotto a capannoni crollati, periodo di troppi suicidi e nessuna statistica è adatta a misurare la disperazione e la tragedia.
Le parole si muovono in questo spazio ormai sempre più angusto e sempre più invivibile. Le parole lo saturano, lo rendono irrespirabile. Le parole a volte perdono di senso e diventano solo un ulteriore peso sull’anima. Le parole a volte smettono di vivere e diventano solo una stanca recita, una consunta messa in scena.
Francesco Merlo scriveva sabato per il quotidiano “la Repubblica”, dopo l’insopportabile crimine compiuto a Brindisi: - oggi anche la scrittura più sincera e retorica e anche le mie parole sono diventate cieche-.
A distanza di tre giorni si brancola ancora nel buio. Qualcuno prova a sbattere qualche mostro in prima pagina, gli inquirenti si confondono e ci confondono, sorgono conflitti di competenza, il sindaco di Brindisi si preoccupa che la città esca dai cataloghi Valtour.
Qualcuno ha attaccato lo Stato e lo Stato risponde come può. La risposta è che: “ si tratta di un gesto isolato, di un dissociato, di un  disadattato.” Il mostro è sempre la figura ideale per esorcizzare paure ben più profonde, per allontanare i fantasmi. Il procuratore di Brindisi già domenica mattina sfoderava addirittura un abbozzo di profilo psicologico del colpevole. E poi c’è anche un video.
Solo che ieri si diffonde nome e identità di un tizio, si diffonde l’idea che sia lui il colpevole, ma poi viene rilasciato e la Procura dichiara: “al momento non c’è nessun arrestato, neanche nessun indagato”. L’unica certezza del procuratore è che la mafia non c’entra, ne’ alcun altra entità spaventosa. Per ora la risposta dello Stato è esorcizzare i fantasmi. Per la verità ci sarà tempo. Il tempo per aspettare la verità in Italia non scade mai per chi piange i morti delle bombe, degli attentati, degli aerei disintegrati senza motivo apparente.
Sono troppi coloro che la verità l’hanno attesa invano da troppo, troppo tempo.

domenica 20 maggio 2012

Il destino di vincere e il destino di perdere









Una partita di calcio è una partita di calcio. Anche quando ci sono svariate decine di milioni di persone a guardarla. Anche quando vale la coppa più importante d’Europa. Anche quando risulta piuttosto noiosa e pare rappresentare al meglio l’immagine della bruttezza, intesa come concetto filosofico. Resta comunque una partita di calcio, niente di più niente di meno. Nonostante la bruttezza evidente e inconfutabile che l’ha contraddistinta, una partita come quella di ieri sera ha un potere e un senso speciali. Raramente si è avuta la percezione di assistere al compimento ineluttabile di un destino sportivo come è stato sul prato dell’Allianz Arena il 19 maggio del 2012.
I confusi, volenterosi e talvolta sgangherati attacchi dei padroni di casa parevano doversi irrimediabilmente infrangersi su quel muro blu, sorretto da chissà quale forza misteriosa, da un fato sfuggente e irriducibile agli affanni umani. Pareva ovvio che non ci fosse verso di abbatterlo. Se quel muro non era caduto di fronte agli assalti di Messi e di tutto il Barcellona come avrebbe mai potuto cadere? Il destino aveva portato il Chelsea fin lì e il destino non l’ avrebbe abbandonato prima di concludere la sua opera.
I tedeschi erano consapevoli di giocarsi la partita che vale l’intera carriera, l’occasione della vita. Erano arrivati proprio lì dove avevano sognato, a giocarsi la finale nel loro stadio.  Anche loro invocavano il loro destino. Ed esso non gli ha fatto mancare, supremo oltraggio, l’illusione di averli accontentati. Mancavano soli sette minuti quando il colpo di testa di Muller poteva valere la vittoria. La Coppa distava soli sette minuti. Da quello che si era visto in campo l’idea che in sette minuti il Chelsea avrebbe potuto imprimere un clamoroso cambiamento di direzione alla vicenda appariva al di fuori di qualsiasi normale logica calcistica. Il Chelsea, in 83 minuti, non aveva mai tirato in porta se non in un unico fiacco e flaccido tentativo di Kalou, dove avrebbe potuto trovare la forza e la capacità di fare un gol in sette minuti? Eppure nell’aria si avvertiva qualcosa di strano, eppure oltre alla logica calcistica ieri sera in campo c’era dell’altro. Ed ecco arrivare il ruggito dall’Africa. Il 34enne ivoriano Didier Drogba, all’ultimo atto di una carriera brillante ma contraddistinta anche da sogni infranti, svetta di testa nell’area avversaria e s’impadronisce della scena. Questa doveva essere la sua serata. Non c’è errore o leggerezza umana che possa interrompere il fiero cammino degli eroi scelti dal fato. Infatti quando nei supplementari Didier fa la sciocchezza e stende Ribery in area causando inopinatamente un rigore, ecco comparire l’altra faccia della medaglia. L’eroe sfortunato, colui che il fato ha ripudiato: Arjen Robben. Probabilmente il calciatore di maggior talento in campo, va sul dischetto e sbaglia il rigore. Quello che succede dopo è solo il compimento e l’epilogo di qualcosa che oramai era già stato definitivamente scritto. Come ogni vittoria ha un volto e un simbolo, così lo ha ogni sconfitta. Quello della sconfitta è il volto di quest’olandese 28enne, stempiato e incompiuto. Due anni fa Arjen Robben aveva incantato l’Europa con il suo magnifico sinistro a rientrare, ma poi al momento decisivo era comunque inciampato. Nella finale dei Mondiali, lanciato verso la porta spagnola con davanti il destino di portare l’Olanda alla conquista del suo primo titolo mondiale, vide improvvisamente quella porta chiudersi in faccia e calciò fuori sull’uscita di Casillas la palla della vittoria. Vinse la Spagna. Stavolta ha vinto il Chelsea. Chissà se prima della fine della sua carriera il destino concederà la sua possibilità di rivincita anche ad Arjen. Stavolta toccava a Didier.


mercoledì 16 maggio 2012

Uscire fuori dalla melma


Ieri sera passando per il noto blog Piovono Rane una riflessione mi ha coinvolto. Alessandro Gilioli, l’autore, toccava il tema del momento. Nel suo post si parlava, insomma, del bubbone che con le recenti elezioni amministrative è diventato fin troppo evidente sulla faccia della politica nostrana per poter continuare ancora a far finta di niente. Gilioli scrive che c’è dell’altro oltre le malefatte, le indegnità e le ruberie di cui quelli che lui chiama “i rappresentati del popolo” si sono impudentemente macchiati in questi anni ad aver fatto venire una tremenda voglia ai cittadini di fare a meno di loro. Questo “altro” secondo Gilioli è la sensazione sempre più chiara che le decisioni vere, le vere dinamiche del potere stanno altrove.  A questi rappresentanti del popolo pare non restare altro che il disperato tentativo di – conservare poltrone e incarichi che oramai servono soltanto a loro- mentre chi prende le decisioni importanti sta altrove, mentre sono altri e più o meno oscuri i poteri che indirizzano la politica dei nostri Stati. Ciò che se ne ricava è – la percezione di non essere più in democrazia, o meglio di essere in una democrazia senza braccia e senza mani-, per cui risulta normale come  conseguenza di questa percezione, il desiderio di smetterla di votare quelli che in realtà appaiono ormai più che altro come fantocci, talvolta inoltre anche poco onesti e poco degni. Io credo che Giglioli abbia ragione. Insomma, siamo alquanto nella merda. La consapevolezza di essere alquanto nella merda si trascina con sé anche un portato che non faticherei a considerare positivo. Quando si capisce di essere arrivati a questo punto, del resto, è inevitabile sentire l’impulso a reagire. L’istinto di sopravvivenza, se non altro, ci spinge a spendere le nostre forze per evitare di essere sopraffatti. 
I prodromi di questo impulso a reagire io li vedo nel rinnovato interesse che gran parte della popolazione in età più o meno giovane ri-mostra per la politica. Li vedo nella rediviva consapevolezza della necessità e della bellezza della “partecipazione”. E non è un caso che siano soprattutto i giovani a rendersene protagonisti. La sensazione di non contare nulla e di essere soltanto i bersagli delle decisioni altrui e tutta la frustrazione che da ciò deriva le si hanno ancora più facilmente quando si è impigliati in un lavoro precario e si vive la quotidiana angoscia di poter ricevere un calcio in culo da un momento all’altro da un “padrone” che magari non si conosce e capisce manco bene chi sia. E allora a questa frustrazione si sente la necessità di reagire, si sente il bisogno di riprendersi in mano il proprio futuro agendo in prima persona.
Si spiega anche così il successo di Grillo e del Movimento 5 stelle. Attraverso di esso i giovani hanno senza dubbio una possibilità più consistente e reale di mettersi in gioco in prima persona di quanto ne offrano gli odierni consunti e sgangherati partiti. Non si può negare questo. Non si può non riconoscere questo merito sia a Grillo che al Movimento 5 stelle.
Allo stesso modo non si può negare che Grillo sia un personaggio piuttosto equivoco e che non ha evitato di macchiarsi di pacchiane incoerenze oltre che di profferire sonore sciocchezze. Una volta pare volesse disintegrare in pubblico un pc, in quanto simbolo della “tirannide della tecnologia”. Una volta montò un can can perché voleva candidarsi a segretario del Pd, proprio lui che aveva sempre professato e continua a professare di voler ardere vivi tutti i partiti. Recentemente ha sostenuto che nelle ruberie della Lega in fondo non c’era “il reato” e che la mafia non strangòla (sì proprio così, con l’accento sulla o) mentre lo Stato che chiede troppe tasse sì. In quest’ultimo caso giova ricordare che ha sostenuto di essere stato male interpretato, ma evidentemente è un vecchio trucco.  Comunque passino pure gli strafalcioni, le imprudenze e le bizzarrie di Grillo, non è giusto ingabbiare il Movimento nella personalità del suo ispiratore. Quello che va imputato, tuttavia, al Movimento 5 stelle è di non avere un’identità riconoscibile, di non avere una fisionomia politica e ideale nitida. Quindi di non avere ancora mostrato e dato prova di avere delle idee originali e plausibili in grado di permetterci di sperare concretamente che proprio il Movimento 5 stelle rappresenti l’entità attraverso cui la voglia di reagire e di riprendersi il proprio futuro possa avere il suo sbocco felice. In sintesi non credo sarà così che usciremo dalla merda. In ogni caso, quello che emerge di positivo, è quantomeno la voglia di tirarsene fuori. E non è cosa da poco. Mi pare una buona base di partenza.

lunedì 14 maggio 2012

Riflessioni pre-notturne




L’increspatura su cui la scricchiolante barchetta finisce per impennarsi ed essere sbatacchiata pericolosamente, è una stropicciata definizione burocratese. Il nuovo sindaco del Comune di Capaccio ha avuto l’ardire di nominare un assessore all’identità culturale.
La definizione a me, oltre che stropicciata, pare meritare almeno un altro paio di aggettivi. Impropria oltre che improvvida. Mi provoca straniamento il sostantivo “identità” fatto precedere all’aggettivo “culturale”. L’idea che ho io della cultura, da colto mediamente incolto quale sono e amo considerarmi, fa piuttosto a pugni (sempre secondo me) con ciò che ha  a che fare con l’identità.
La cultura nasce e vive se c’è uno scambio, un passaggio, un incontro. La cultura quindi ha bisogno della contaminazione, dell’interferenza, del contatto. Altrimenti muore.
Pur essendo mediamente incolto per essere colto so anche che l’identità non è qualcosa di fisso, di intangibile e che per svilupparsi e consolidarsi necessita della relazione. Tuttavia il sostantivo “identità” fatto precedere all’aggettivo “culturale” mi pare comunque ingabbi  l’aggettivo. Mi pare faccia perdere un po’ il senso del bisogno della contaminazione, dell’interferenza , del contatto di cui la cultura necessita per vivere e svilupparsi, per non morire.
Poi pensandoci bene non capisco che ruolo e che senso possa avere un assessore comunale all’identità culturale. Che compito dovrebbe avere? Salvaguardare l’identità culturale del proprio paese dagli influssi esterni, proteggerla dalla possibilità di confusione con le identità culturali dei paesi confinanti o lontani? Impedire la contaminazione? Non capisco. Non mi pare proprio accettabile l’idea di suddividere le culture in compartimenti stagni, di separarle in blocchi divisi. Se già la definizione “identità culturale” mi straniava, il pensare che ci sia un assessore all’identità culturale mi crea ancora maggiore turbamento.
Allora mi si dice:   -ma sai un paese come Paestum è attraversato da così tanta storia, ha un patrimonio così grande per cui possiede davvero una specificità e per cui c’è davvero bisogno che se ne acquisti consapevolezza. Purtroppo questa consapevolezza manca e per questo c’è bisogno di un assessorato all’identità culturale-.   Il mio turbamento, tuttavia, non svanisce affatto. Credo che ogni territorio, ogni popolo, ogni aggregazione umana presenti delle significative specificità. Credo anche che quelle che Paestum ha avuto in eredità dagli antichi Greci siano specificità particolarmente valorose e, per l’appunto, speciali e che meritino molto di più di quello che i Pestani e le loro sgangherate amministrazioni comunali hanno riservato ad esse finora. Tuttavia credo che la definizione di “ assessore per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale” sia molto più indicata a designare chi debba assolvere a questo compito. La mia definizione non piace affatto al mio interlocutore, a lui sta bene l’assessore all’identità culturale. La mia barchetta si cappotta e io faccio un tonfo nell’acqua. Lo scambio non ha funzionato, la contaminazione è naufragata. Anche questa è cultura. Tentativi di contaminazione andati a vuoto. Le nostre identità sarebbero rimaste più o meno separate in ogni caso e con ogni risultato, ma sarebbero comunque esistite. Senza la possibilità di provare ad ottenere un passaggio, ad effettuare uno scambio, senza contaminazione, invece la cultura non esisterebbe.