mercoledì 11 ottobre 2017

Bisogna che qualcuno lo dica

Arrivati ad un certo punto, bisogna che qualcuno lo dica. A quel punto esatto in cui si trovava il protagonista della marsina stretta, nonostante in questo momento io indossi jeans e maglietta pure piuttosto larga. Quando lo sforzo della compressione, provando a bloccare dentro, provando a sprofondare ciò che proprio non può fare a meno di uscire, rischia di non riuscire più neanche a farti respirare. Ecco, a quel punto preciso, non esiste forza, potere o divinità che possa impedire che qualcuno lo dica.
Puoi dirlo a margine, facendolo precedere da un tuttavia. Metti davanti la sacrosanta premessa, una Coppa del Mondo senza l'Argentina non avrebbe senso. Soprattutto, senza Messi non varrebbe manco la pena guardarla e io stesso non la guarderei, tuttavia...e a quel punto lo dici. Non puoi proprio non dirlo. Non puoi.
Puoi dirlo a complemento di un discorso, come un però. Tipo, Messi è un calciatore meraviglioso, incredibile soprattutto per la capacità di durare nel tempo, ai ritmi e agli sforzi atletici imposti dal calcio contemporaneo, lo ha dimostrato e lo dimostra da più di un decennio, su tutti i campi del mondo, però...poi lo dici. Come fai a non dirlo?
Devi dirlo. Inizi da un dato di fatto inconfutabile, senza che nessuno ne possa avere a male. Potrebbe suonare tipo così: l'Ecuador era già eliminato e per la compagine andina questa partita non aveva importanza ai fini della classifica. L'andamento della partita e il comportamento dei calciatori ecuadoregni è stato effettivamente tipico di una squadra che si sta giocando una partita senza importanza. Ecco. Tanto per cominciare. Perché non puoi mica fermarti lì? Di calcio ne capisci, magari sei stato pure un ex calciatore, devi commentare? E come fai, mentre commenti la pulizia e la bellezza del sinistro di Messi e la sua rapidità, come fai a non sottolineare l'abominio calcistico di cui si rende protagonista il difensore dell'Ecuador sul secondo gol? Già avresti dovuto dire, sul primo gol, come il diretto avversario di Messi, che in teoria avrebbe dovuto marcarlo (perlomeno nella circostanza, sebbene marcare gli avversari pare sia diventato ormai fuori moda), nel momento topico, quando la pulce entra in area, si pianta al limite dell'area, lasciando che un fuoriclasse del genere concluda indisturbato a pochi metri dalla porta. E vabbè. Un difensore preso da "una fase amnesiaca" la liquiderebbe Eziolino. Però, dopo, non puoi proprio tacerne. Su quel secondo gol l'avversario è in anticipo di un'eternità e che fa? Mette lì morbidamente un piattino interno verso il pallone, quasi scostandosi con il corpo, piuttosto che porlo da ostacolo all'avversario (come capisci sia opportuno fare già nei Pulcini) come a dire, prego, rubami il pallone e corri pure verso la porta, volevo solo fare finta ma non ne sono manco capace. Come fai a non dire niente? 
E il terzo gol? Campanile lento lento e il difensore che fa? Invece di accorciare su Messi, in quel quarto d'ora di tempo prima che il pallone scenda, si tiene ad una salomonica distanza di 5-6 metri. Dopodichè Messi mette il pallone indisturbato a terra e lui si avvicina trotterellando, parandoglisi davanti a copertura del lato destro. Come a dire: la sinistra è tutta per te, vai vai, che so che con il mancino tu non sei malaccio. E la pulce va e pianta un sinistro delizioso sotto la traversa, ci mancherebbe. Ma tu lo devi dire. Devi dire che il comportamento tecnico e tattico dei difensori dell'Ecuador è così smaccatamente inadeguato da non risultare credibile. Non hai le prove, d'accordo, ma devi pur raccontare quello che vedi. Quello che hai visto è un atteggiamento difensivo inaccettabile in una partita di calcetto tra amici, figuriamoci in una partita di qualificazione ai mondiali. Il sospetto che uno l'abbia fatto apposta, ti deve venire. E lo devi dire. Così come devi raccontare quello che è successo qualche sera prima in Colombia-Paraguay, nei minuti finali, con il risultato ribaltato in conseguenza di due inverosimili papere del portiere colombiano Ospina, con la collaborazione della propria difesa. Con quel risultato l'Argentina ha potuto avere la certezza di qualificarsi direttamente ai Mondiali con una vittoria contro l'eliminato Ecuador, mentre contemporaneamente Colombia e Perù pareggiavano, con tanto per cambiare Ospina che si buttava dentro la porta un pallone calciato su punizione da Guerrero. Se non l'avesse toccato il gol sarebbe stato annullato, perché trattavasi di calcio di punizione indiretto. Dopodichè le due squadre hanno apparecchiato a centrocampo e la Colombia ha festeggiato la qualificazione, il Perù si è garantito gli spareggi con la Nuova Zelanda. Insomma se ne sono viste di cose ben strane, la cui nuda cronaca deve per forza portarti a dire che il girone di qualificazione sud americano a Russia 2018 è stato tutto tranne che limpido. Come fai a non dirlo? In diretta tv, nel dopo partita, il giorno dopo sui giornali, in tutti quei salotti, sul web, sui social, attraverso tutti i benedetti canali dai quali il calcio straripa.  Capisco l'ansia di celebrare i campioni, di adoperare i toni entusiastici, di coinvolgere emotivamente pubblico televisivo e non, però, perlomeno a margine, dillo. Perché capisco ancora che bisogna vendere un prodotto, però pure il commercio ha le sue leggi. Mettiamo che il calcio sia diventato a tutti gli effetti un prodotto da supermercato, tecnica, tattica, atletismo, pubblico, passione, sentimento, fasi amnesiache pure, tutti confezionati insieme in un unico contenitore, che va pubblicizzato, esposto e venduto. Però atteniamoci alla legge. Sulla confezione vanno posti gli ingredienti. E allora, in questo caso, 30% classe purissima di Messi, 15% passione argentina, 10% difesa scarsa, 5% condizioni altimetrica, 40% fiction. E mi sono tenuto basso. Bisogna che qualcuno lo dica. Sennò è addirittura reato. Intanto io lo dico. Ecco, l'ho detto. Ora posso tornare a respirare.

venerdì 6 ottobre 2017

Gli strani, imponderabili e imperscrutabili effetti del(la) Var

La palla si librò in aria al rinvio sbilenco di Marco, il nostro stopper degno di un calcio antico, che però quando colpiva il pallone, codesto tendeva essenzialmente a impadronirsi di vita propria. Prendeva direzioni a cazzo, per dirla così come la dicevamo in spogliatoio, tendenzialmente proiettandosi verso l'alto, finchè a un certo punto prendeva a scendere a candela, e allora per metterlo giù e renderlo domo ci voleva un piede morbido, tipo il mio sinistro. Così approfittai dell'attimo d'incertezza degli avversari, che guardavano in aria un po' stralunati, e presi a correre verso un punto del campo ipotetico, che per ragioni un po' istintive e un po' oscure mi parve poter essere quello che in fisica pare si definisca punto di caduta. Circa una decina di metri oltre la metacampo avversaria, poco prima dell'out destro. Il pallone veniva effettivamente verso di me, solo dovetti piazzare un breve scatto verso il centro, poi esso cadde e si ammorbidì placidamente sul mio mancino. Fausto, il nostro centravanti, mosso da gratificante fiducia nelle mie capacità, anticipò il movimento del difensore avversario e provò a gettarsi nello spazio libero tra le terga di costui e la porta. Io lo vidi con la coda dell'occhio, scostai lievemente la palla di mezzo esterno facendola passare sotto le gambe di un avversario, che si era fiondato con un certo ritardo verso di me con la palese intenzione di braccarmi, e diedi subito un colpetto sotto alla palla, scodellandola oltre la testa di quello stesso difensore. Il mio assist gli arrivò perfettamente assecondando la sua corsa, lui stoppò di petto al primo rimbalzo del pallone e scagliò un fendente di destro sotto la traversa, che freddò il portiere, proteso in un vano tentativo di uscita. Sarebbe stata una cosa meravigliosa, se solo quel fesso del guardalinee non avesse alzato la bandierina e l'arbitro non avesse fischiato con condiscendenza. Il mister se la prese con me, che avevo perso tempo con quel tunnel, ma per me il fuorigioco non c'era. Ne ero certo. Tanto più che, avremmo poi saputo, le immagini mi davano ragione. Non era fuorigioco. Il problema era che il Var non potè intervenire. Avevano fermato il gioco, quei maledetti. Non si poteva più tornare indietro. Neanche il mister tornò indietro dalla sua posizione. 
Dieci minuti dopo partii in serpentina, animato da spirito di vendetta, ma di fronte a due avversari persi palla e parastinco. Mi arrivò un calcione dritto sulla tibia, mentre quell'altro mi portava via il pallone. In questi casi non c'è Var che tenga. Non eravamo mica in area? C'erano mica gli estremi dell'espulsione? No. E allora vaffanculo Raffaele, passalo sto cazzo di pallone, disse il mister. Dopodichè mi sostituì. Vaffanculo al Var, dissi io. E poi vaffanculo pure al mister. Che non la prese tanto bene.
La prese ancora peggio quando un loro attaccante filò verso la porta, in posizione di netto fuorigioco, senza che nessuno si degnasse di accorgersene. Il nostro portiere Nicola fu eroico, oltre che assolutamente deleterio, con il senno di poi. Si gettò ai piedi del loro attaccante e prese il suo destro in faccia, salvando il gol e deviando il pallone in calcio d'angolo. In quel momento il mister ne fu entusiasta, e mi guardò con un misto di disprezzo e rabbia negli occhi, come a dire hai visto cosa significa sacrificarsi per la squadra, prendersi le pallonate in faccia, altro che tunnel e ghirigori. In realtà, non aveva per niente compreso ciò che il destino aveva in serbo per lui e per la nostra squadra. In pochi secondi avrebbe maledetto e sacramentato amaramente proprio ciò che un momento prima aveva benedetto e glorificato. Avesse avuto meno sprezzo del pericolo, il nostro portiere, e fosse uscito con minore efficacia, il pallone sarebbe finito in porta e la benedetta Var avrebbe fatto il suo dovere. Quei salami di arbitro e guardalinee sarebbero stati smentiti e il gol sarebbe stato annullato. Palla a Nicola, il tempo di sciaquarsi la faccia rossa per la pallonata, e via di rinvio. Invece, il tempo di sciaquarsi la faccia per la pallonata, e arrivò lo spiovente dal calcio d'angolo. Nicola abbrancò facilmente in presa, diede il tempo ai difensori di uscire dall'area e non ebbe però il tempo di battere la palla in terra prima del rinvio. Fischio sonoro dell'arbitro, quelle sue mani da batrace a mimare il rettangolo ed egli si avviò verso il monitor a bordo campo. Marco si mise preventivamente le mani in testa e tutti capimmo quello che stava per succedere. Il nostro energumeno di fiducia aveva placcato l'attaccante avversario e questi si era buttato a terra. Non se n'era accorto nessuno e nessuno aveva protestato, perchè quel tizio su quel pallone non ci sarebbe arrivato mai e poi mai. Manco quel fesso dell'arbitro aveva visto niente. La Var, invece, sì. Alla Var non sfugge niente. L'arbitro tornò e indicò il dischetto. D'altronde, il regolamento parla chiaro. Fallo in area mentre il pallone era in gioco. Rigore per loro. Nicola da una parte, pallone dall'altra. Finì così. Una tremenda sconfitta per 1 a 0 in casa nostra, contro una diretta concorrente per la salvezza. Eravamo quasi spacciati. Uscimmo dal campo con la testa bassa, sugli spalti neanche un coro contro l'arbitro, men che meno qualcuno che prese a rincorrerlo, come fece una volta Eziolino Capuano in tempi ormai andati.
Io, mentre camminavo a testa bassa, con un pesante giaccone addosso almeno due taglie oltre la mia misura pensavo alla Var. Che poi perché Var? L'avrei chiamata Liudmila, come quella ragazza che un tempo aveva il potere di decretare la mia fanciullesca felicità o la mia bambinesca disperazione con un gesto, una parola, una cosa qualunque che poteva fare o non fare, benchè frutto di una certa cretineria che l'ha sempre e comunque contraddistinta. Effettivamente con questa Var ella mi parve avere qualcosa in comune, se non altro l'incidenza sul mio umore e, in particolare, quella qual certa cretineria. Poi guardai il mio mister, pure lui a testa bassa, che sacramentava in aramaico contro la Var (altrimenti in italiano l'avrebbero squalificato) e mi spinsi a pensare, non privo di acrimonia: "non sarai meno cretino della Var e di quell'altra lì pure tu, che hai fatto il colpo di genio di tirarmi fuori dal campo." E, pensandolo, mi resi conto che alla fine ciò che conta veramente è che qualcuno ci scelga e che quello che desideravo davvero, e avrei continuato ugualmente a desiderare di lì a qualche ora, era semplicemente poter giocare ancora, di nuovo. Al calcio e all' amore. Solo che, ormai era chiaro, se avessi continuato a sperare che dalla Var o da Liudmila mi potesse essere riservato qualcosa di buono, avrei semplicemente dimostrato di essere contraddistinto io pure da quella qual certa cretineria. 
Conclusi addirittura che, in ogni caso, avrei continuato a voler giocare al calcio e all'amore ma, in definitiva, senza la Var e senza Liudmila per me era meglio.

domenica 1 ottobre 2017

La non partita

Una non partita si gioca senza pallone, senza calciatori, senza allenatori, senza pubblico.  Una non partita non esiste, non è calcio, è un funerale. Una non partita è una partita che è morta. 
Modena-Mestre 0-3. Alle 18.30 ne darà il triste annuncio Feliciani di Teramo.
Lontano dalle vostre televisioni, lontano dai vostri occhi, senza neanche potersene accorgere, tra qualche ora, a Modena, tra la via Emilia e il West,  alle 18:30 ci sarà una non partita che non potrà avere vita. In una domenica di calcio come tante, iniziata con il Napoli che ha strapazzato i rossoblu sardi, malcapitato avversario di turno, mentre l'Italia attende di scoprire se per una volta la Juve inciamperà o continuerà piuttosto a tenere il suo imperturbabile passo, i calciatori di due squadre, i loro allenatori, arbitro, guardalinee e addetti vari ed eventuali non potranno fare altro che stampare la propria faccia su un cancello chiuso. Nel frattempo la vostra attenzione e i riflettori saranno puntati su San Siro, i riflettori dello stadio Braglia, invece, rimarranno spenti, perchè una non partita può essere semplicemente coperta dal buio.  Mentre Montella con il suo Milan ancora in cerca d'autore sfiderà la Roma del suo fraterno amico Di Francesco, mentre dunque il ragazzino che un tempo teneva seduto nella sua auto, sul sedile accanto a lui, sarà in panchina a giocarsi una partita che può valere il suo futuro, per Eziolino Capuano non ci sarà alcuna panchina, non ci sarà proprio niente da potersi giocare, men che meno il futuro. 
A Modena un futuro per la propria squadra non riesce a vederlo più quasi nessuno, si mastica ormai la rabbia di chi si vede sottrarre una passione, un amore. Davanti al cancello chiuso rimbalzerà l'eco di un grido di dolore. "Caliendo vattene", risuonerà più o meno così, gonfio di esaperazione. Non basterà ad aprirlo quel cancello, ma quel grido, quell'amore meritano che arrivi qualcun altro, che si trovi una soluzione. Meritano una squadra. Mentre, davanti a quel cancello chiuso, Eziolino Capuano proverà a resistere al destino che lo spinge a sentirsi un allenatore di una non squadra, sprofondato nell'assurdo non senso di una non partita.  Se c'è una cosa che non puoi sceglierti, è il destino. Sceglie lui per te, e se non lo fa come piace a te, devi solo sperare di avere la forza per ribellarti. Il destino può scegliere la tua fortuna, ma non devi permettergli di scegliere la tua vita, è scritto nel libro "Il mondo di Eziolino." Stavolta il destino a cui gli tocca ribellarsi è quello di allenare una non squadra. Resistere per il suo Modena, perchè sia una squadra che possa scendere in campo a giocare le proprie partite. Lottando perlomeno fino all'ultimo, come solo le squadre vere sanno fare.

martedì 19 settembre 2017

Io non ho le prove, non so, ma scrivo

Io non ho le prove, e non solo. Si dà pure il caso che io non sappia. Sono uno che prova ad usare il proprio cervello, prova a connettere, legare, pensare, a tirare pure delle conclusioni. Non lo nego, però non so. Non so perchè non sono addentro, non sono un addetto ai lavori, non ho i collegamenti giusti. Insomma sono fuori e, per definizione, quelli che sanno è luogo comune della contemporaneità ritener essere coloro che ci stanno dentro. Dunque, io che ne sono fuori, non so. 
Io non ho le prove, non so, ma scrivo. Scrivo così come mi riesce, provando usare il mio cervello, contando su quello che esso connette, lega, pensa, e affidandogli pure le conclusioni. 
Scrivo non avendo paura, talvolta, di partire da una banalità. Come in questo caso, partendo dal banale dato di fatto che nei campi di calcio moderni si segnano molti più gol rispetto a quelli un po' meno moderni. Non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, perché qui, prima, si segnava proprio poco. Non dipende certo dai materiali con cui i campi sono costruiti, nè dalle dimensioni del terreno da gioco o delle porte (quelle fortunatamente sono rimaste più o meno uguali). Non dipende manco dal fatto che i campi di calcio moderni in Italia sono decisamente più vuoti rispetto a quelli un po' meno moderni. Di persone intendo, sempre banalmente. Eppure si è sempre detto che il pubblico vuole vedere i gol, ora se ne vedono così tanti di più, ma diserta. Strano.
Quelli che sono addentro, e di conseguenza sanno, dicono che è questione di evoluzione tattica del gioco, di una diversa velocità dello stesso, dell'evoluzione fisica e tecnica dei calciatori. Poi vi è anche l'allargamento della serie a 20 squadre, la B a 22, il dislivello economico, etc. Circostanze che tendono ad aumentare le diseguaglianze e le disparità tra le contendenti, come tristemente avviene pure tra gli esseri umani nostri e loro contemporanei. Non fa una piega. Non lo nego affatto manco io, che non so. Anzi, lo penso e lo scrivo, tuttavia non concludo qui e così. 
Io continuo a riflettere, provando ad usare il mio cervello. Il fatto è che io ne ho visti di recenti scoppiettanti 5 a 4 sui nostri campi, di imponderabili 3 a 3, di dilaganti 5 a 0, 5 a 1, 6 a 0 e chi più ne ha, più ne metta. Li ho visti inquadrati da diverse prospettive, spostandomi da diversi lati, variando punto di osservazione. Cocciutamente quello che attraverso la retina finisce per essere trasmesso al mio cervello sono papere dei portieri, difensori che lisciano goffamente la palla o mantengono un'inquietante distanza di sicurezza dagli attaccanti che dovrebbero invece marcare. Inopinati  e disarmanti ruzzoloni per terra proprio quando si stava per raggiungere quella maledetta palla e spazzarla, intravedo vuoti di memoria, "fasi amnesiache" direbbe il nostro Eziolino Capuano. Sarà forse un problema mio? E, nel caso, attiene alla retina o al cervello?
Io scrivo e se scrivo è perchè penso che non sia un problema mio. Perchè penso anche che la teoria secondo cui i difensori moderni siano così tanto più scarsi di quelli un po' meno moderni non regge, logicamente ed empiricamente. E pure perché penso ancora che sì, Dybala è fortissimo, decidano quelli che sono addentro se paragonarlo o no a Messi. Tuttavia se Maradona in un anno vinceva il titolo di capocannoniere segnando 16 gol e questo va a finire che a novembre avrà fatto già più gol di  Maradona, i conti proprio non tornano. Con tutta la buona volontà.
A questo punto, cosa concludere? Vi confesso che è difficile, non avendo io le prove e perdipiù non sapendo. Non mi resta che guardare gli higlights (si chiamano così) dell'ultima giornata di campionato. Quando non si sa, meglio lasciare da parte le opinioni e fare parlare i fatti. Affidarsi alla cronaca. C'è questo ragazzino, 16 anni, entra a partita in corso e fa doppietta in serie A. Guardo il suo primo gol. Egli attacca la profondità, Taarabt verticalizza in sua direzione, De Vrij entra in scivolata fa sbattere la palla sul viso del suo compagno Radu e la palla arriva al giovin virgulto. Costui, Pellegri per chi non ancora non lo sapesse, ciabatta di prima intenzione di destro un tiretto innocuo, Radu ci mette lo zampone e spiazza il proprio portiere. Poi guardo il suo secondo gol. Zukanovic avanza indisturbato sulla sinistra, con l'avversario più vicino a 10 metri, egli ha tempo e modo per far girare un cross alle spalle di Leiva, piuttosto disinteressato alla vicenda, sulla palla piomba appunto il ragazzino Pellegri, che l'arpiona in spaccata con un gesto atletico di gran vigoria, spedendola di piatto verso il centro della porta. Il portiere laziale Strakosha si sdraia sgraziatamente a terra e se la fa sfliare sotto i guantoni. Doppietta del ragazzino Pellegri, nuova stella del firmamento calcistico italiano, valore di mercato immediato un bel tot (per me incalcolabile) di milioni di euro. Dall'altra parte passano 10 minuti e Gentiletti, ex della Lazio, manovra indisturbato un pallone in disimpegno nella propria metà campo, passaggio in orizzontale (Eziolino ai tempi dei Pulcini ti ci avrebbe fatto fare 27 giri di campo pietroso a piedi nudi) che finisce per servire l'avversario Immobile. Costui indisturbato si avvia verso la porta e sigla il 2 a 3 finale. 
Così è, se vi pare.

domenica 13 agosto 2017

Scrivere è

Scrivere è un'irriducibile professione di speranza. Scrivere è un audace atto di resistenza, compiuto dall'animo indomito di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi, di chi ha voglia di lottare fino all'ultimo, fino alla fine. Scrivere è lottare, combattere. Ci vuole il fegato, ci vuole l'anima, ci vuole il coraggio. Ci vuole presunzione, a voler essere onesti. Scrivere è un'azione temeraria, spericolata, eroica. Scrivere è illudersi anche un po', però per scrivere bisogna crederci davvero.
Bisogna credere incrollabilmente nel genere umano, bisogna convincersi che ne valga la pena. Bisogna credere che un senso ci sia o, perlomeno, che valga la pena di cercarlo. Bisogna credere nella possibilità di un mondo migliore, che valga la pena di lottare per esso. 
Scrivere è sperare che ci sia qualcuno che possa capire, che ci sia qualcosa da capire, che ci sia qualcosa da spiegare. Scrivere è credere di essere depositari di un qualche pezzo di mondo, che è patrimonio degli uomini e che gli altri devono poter conoscere, attraverso di noi, attraverso parole che abbiamo solo il compito di cercare e di trovare, perché al mondo ci sono già. Bisogna inflarsi nel buio, buttarsi a testa in giù, non aver paura di perdersi e farsi male per trovarle. Quindi tesserle una con l'altra con cura e precisione tali da farle diventare le nostre parole. Le nostre parole che gli altri devono assolutamente leggere. Qualcuno capirà.

sabato 1 luglio 2017

La truffa del futuro in politica

I nuovi politici non si guardano indietro. Hanno lo sguardo puntato in avanti, in direzione del futuro. Lo guardano e lo vedono. E vedendolo loro, riescono a mostrarlo anche a noi. Attraverso il loro sguardo, fisso in avanti, un mondo nuovo ci si aprirà davanti. Incerto, ma pulito dagli inganni avrebbe continuato Pierangelo Bertoli. ( Voglia di libertà 1985
A differenza di quello cantato da Bertoli, il mondo nuovo dei nuovi politici è sì incerto, obiettivamente, ma pulito dagli inganni...be'...non esattamente. Se non altro, dipende dagli occhi di guarda. Qualcuno pur ci crede ai nuovi politici, qualcuno di essi, oltralpe, vince persino le elezioni. Qui in Italia è più complicato, ma perlomeno a vincere le Primarie ci si arriva. Che poi non è neanche vero che i nuovi politici parlino proprio tutti uguale uguale, dicano esattamente le stesse identiche cose. Guardano nella stessa direzione, pensano sempre al futuro, fanno o vogliono fare le stesse politiche (qualcuno con minore riuscita, qualcuno con una maggiore) ma delle percepibili differenze nei concetti e nella esposizione di essi pur esiste. Ammettiamolo, per quello che conta. Perché conta poco. Quello che davvero conta, in sostanza, non è se Macron magari sia un politico più raffinato e avveduto e se Renzi, magari, sia una mezza pippa (sempre in termini di raffinatezza e avvedutezza politica parlando). La sostanza è che coloro che dissentono, coloro che effettivamente si oppongono o semplicemente ne hanno in animo, coloro che non vi credono, tendenzialmente sono da essi destinati ad essere liquidati come scorie del passato, negazionisti del mondo nuovo, negatori e sottrattori del futuro. Nostalgici, per rimanere alla stretta attualità e ad una definizione obiettivamente più docile.
Come se, in politica, futuro e nostalgia fossero categorie che avessero un senso qualsiasi. Fosse così, ma invece non ce l'hanno. Invece è una truffa. Tanto per cominciare, il passato, in politica come dappertutto, è necessario per interpretare il presente e provare a programmare il futuro. E, tanto per finire, il futuro, in politica, è un guscio vuoto. Va riempito di contenuti, di progetti, di idee, di ideali innazitutto. Senza questo blaterare di futuro vuol dire blaterare di nulla, proclamarsi apostoli del futuro significa essere degli impostori. 
Perché, per esempio, quando io nacqui, un politico che avesse visto il mondo nuovo che mi si apriva davanti, avesse visto il futuro, avrebbe dovuto vedere che poco più di 30 anni dopo esso sarebbe stato un mondo in cui le disuguaglianze economiche nella popolazione sarebbero aumentate e incruditesi tristemente. In cui le opportunità di occupazione e di realizzazione professionale sarebbero diventate sicuramente più complesse. In cui la mobilità sociale sarebbe drammaticamente diminuita. In cui la partecipazione politica e l'effettiva rappresentanza dei cittadini da parte della classe politica si sarebbe ulteriormente incrinata. E mi fermo qui, si potrebbe pure continuare, ma mi pare già abbastanza. Poi, certo, qualcosa è migliorata, in qualcosa sono stati fatti dei passi avanti. Quindi, cosa avrebbe significato 30 anni fa parlare di futuro? Niente. Al contrario, avrebbe significato parlare di diseguaglianza, di giustizia sociale, di politiche di investimenti e di ricerca per sostenere una perequata crescita economica, di stato sociale. Per esempio. E cosa significa, oggi, parlare di futuro? Lo stesso identico niente. Il futuro è un guscio vuoto che proprio la politica deve riempire di contenuti, idee e ideali. Che continuano ad essere e continuano a riguardare diseguaglianza, giustizia sociale e le altre cose di cui sopra. Soprattutto se si è di sinistra. E, soprattutto, se si è di sinistra, parlandone e affrontandole in un certo modo. 
Allora, cari nuovi politici, chiunque voi siate, lasciate perdere il futuro, il passato, la nostalgia. Il tempo corre in avanti da solo, non va all'indietro, non c'è bisogno per questo del vostro intervento. Il mondo va avanti da solo, fidatevi. Voi pensate piuttosto a che tipo di mondo volete costruire. Non prendeteci per il culo.

lunedì 10 aprile 2017

Nel blu dipinto di blu

A un certo punto devono essersi convinti che il metodo più efficace per calmierare il dissenso è sabotarlo per sfinimento dei potenziali dissenzienti. Cospargere di una melassa uniforme e perpetua ogni centimetro di spazio possibile entro cui è opportunamente confinato e imprigionato qualsiasi alito di dibattito pubblico, affinchè qualsiasi parola, qualsiasi voce finisce per perdere consistenza e convinzione. A ripetere sempre le stesse cose, i primi che si stancano sono quelli che ci credono davvero. Quelli che non credono davvero a quello che dicono, non si stancano mai di ripetere. Essi ripetono per contratto, in un certo senso, direi meglio di mestiere.
Così, risulta possibile dimettersi da Presidente del Consiglio, affinché si possa partire da una posizione di vantaggio per ricandidarsi appunto a Presidente del Consiglio. Dimettersi da segretario di un partito, per poter farsi incoronare il più presto possibile a capo di quello stesso partito, sperando di tacitare definitivamente i propri avversari interni. Ripetere, ripetere, ripetere. Dire le stesse cose prive di qualsiasi sostanza politica, non cambiando neanche il modo, cambiando al massimo il colore del vestito. Blu. Come blu deve essere lo sfondo contro cui stagliare la propria figura. Se non si ha niente di diverso da dire, perché non pensare di evitare il rischio di sembrare troppo uguali cambiando colore? Sedurre il popolo con il blu, la nuova frontiera della comunicazione politica.
Ti sentiresti, allora, quasi costretto anche tu a ripetere le stesse cose, a dire quello che hai già detto riguardo all'esperienza politica di Renzi e riguardo all'essenza stessa del renzismo. Però ti sei stancato, e soprattutto ti sei convinto che se c'è qualcuno che non ha capito ancora, non potrà essere certo colui che capirà adesso. Perché ora, a differenza di quattro anni fa, c'è la Storia che ci parla. Più di mille giorni di governo sono lì a fornire sicura testimonianza. 
Lo avrebbe certamente evitato, se avesse potuto, ma è costretto a farci i conti anche lui. Lui quindi, ora, diventerebbe colui che "ha fatto". Gli altri sono quelli che sanno dire solo no. La fantasmagorica stagione delle cosidette Riforme, cui il suo avvento avrebbe dovuto aprire le porte, compare ormai sullo sfondo, nelle pieghe di quel blu dipinto di blu alle sue spalle. Non può apparire più in primo piano, come ai tempi delle vecchie Leopolde, prima che la Storia parlasse con i fatti e con i Referendum. Cosa rimane delle sue fantasmagoriche Riforme? La Buona Scuola, che è tutto dire, il jobs act, attraverso cui prova disperatamente ad aggrapparsi a ipotetici decimali, interpretandoli a proprio uso e consumo, come gli ubriachi si aggrapperebbero a qualche lampione per strada, in una notte scura. E poi gli 80 euro. I famosi 80 euro. Quanto gli basta, secondo lui, per poter dire, "io ho fatto", "gli altri sanno dire solo no". Perché, sia chiaro, effettivamente il M5S tutto rappresenta tranne che un'alternativa politica credibile. Tocca ripetersi anche in questo caso, sempre più stancamente. Come ritengo superfluo, addirittura ridondante esprimermi sulla credibilità politica di Salvini, con quell'altra robaccia che aspira a posizionarsi a destra. Ciò però non rende il jobs act più accettabile, la Buona Scuola meno urticante. Soprattutto non rende un'esperienza politica meno dannosa, pur nella relativa brevità che l'ha contraddistinta. E non rende migliori una concezione che definirei culturale, un'operazione che definirei strategica per impadronirsi del potere, svilendo e mortificando aspirazioni ideali e identità politica attraverso le quali e in direzione delle quali un popolo di sinistra dovrebbe riconoscersi, agire e lottare.
Magari gli basta per riprendersi la sua corona di cartone a capo del Pd blu, triste caricatura di un partito mai nato. Magari gli basterà pure per riciclarsi a capo di una rinnovata ammucchiata di coalizione (per non usare accozzaglia, il cui copyright è a suo appannaggio). Per costringerci a continuare a ripeterci, per continuare a provare a prenderci per sfinimento.